Mobbing: minacce e pressioni per evitare azioni legali

Oggi parliamo di nuovo sinteticamente di mobbing, e di quelle situazioni in cui il lavoratore o la lavoratrice si trovano un aumento di pressioni e minacce, perché hanno deciso di depositare azioni legali

Spiegando quello che affermano tutti o quasi i manuali scientifici sul mobbing: raramente c’è modo per trattare. O si lascia il lavoro, o si muovono azioni legali. In casi di mobbing, arriva il momento in cui lavoratore – dopo ripetuti inutili tentativi di risolvere la situazione – decide di muovere una o più azioni legali. Il dipendente ha cercato in tutti i modi di arrivare ad una soluzione accettabile, o pure minimamente sopportabile. Ha cercato di parlare con l’azienda – il proprio datore di lavoro in aziende piccole.

Ha cercato di spiegare ai propri persecutori che vuole solo lavorare, non essere vessato e tormentato, essere rispettato come persona e come lavoratore. Come risposta, i suoi persecutori gli o le hanno riso in faccia. Hanno creduto che avesse paura e hanno quindi anzi esacerbato la situazione e peggiorato i comportamenti. E hanno surrealmente e indegnamente accusato il lavoratore di minacciarli, quando questi si è visto costretto a preannunciare azioni legali solo per difendersi.

A questo punto il lavoratore si sta preparando  a muovere realmente azioni legali. Può essere un ricorso al Tribunale Civile del Lavoro. Può essere una o più denunce penali, che possono sostituire il ricorso o affiancarglisi. Chiedendo – formalmente e giuridicamente / giudiziariamente questa volta – il rispetto dei propri diritti e della propria dignità umana e professionale. A questo punto, raramente i colpevoli – pur consapevoli dei rischi che corrono, se non dell’inevitabilità di una o più condanne – cesseranno i propri comportamenti.

Mobbing: le pressioni ambientali, persino le minacce, spesso peggiorano quando il dipendente sta per muovere azioni legali. Ad attuarle diretti colpevoli, sprovveduti cooptati e ignobili volenterosi

I comportamenti peggiorano come modo per dissuadere il lavoratore dal depositare le azioni legali. E i mobber attuano indebite e illecite pressioni e minacce. Che in molti casi avvengono pure al di fuori del lavoro, da parte di persone in vario modo collegate all’azienda. Perché il mobbing, soprattutto quando il lavoratore abbia resistito per diversi anni, arriva anche al di fuori dell’azienda. In questo caso però, il messaggio esplicito è che tali personaggi temono tali azioni. Soprattutto quando probabilmente – se non certamente – il lavoratore ha ragione.

Chi effettua tali pressioni e minacce, con comportamenti che costituiscono una pluralità di reati ? I principali colpevoli – responsabili, colleghi, etc. . Sprovveduti e squallidi personaggi che vengono cooptati dal datore di lavoro e/o dai responsabili, in cambio di false promesse o sotto minacce di sanzioni. Ricordando che la Corte di Cassazione – 1 – ha statuito che il lavoratore che compie un illecito perché costretto, è comunque responsabile dell’illecito stesso. Vi sono poi pure tanti ignobili “volenterosi”, che sperano così di far dimenticare proprie colpe e negligenze, o di ingraziarsi i propri datori di lavoro. O magari di procurarsi un contratto basato sulle sofferenze altrui. Casi su cui torneremo con altri articoli su questo giornale.

Non scoraggiarsi, non credere a false promesse, documentare minacce e pressioni, da portare nelle opportune sedi Legali

In un caso del genere non bisogna scoraggiarsi, e anzi è opportuno documentare pure – concordando modi , priorità e strumenti con i propri avvocati – tali eventuali illecite pressioni. E aggiungerle alle azioni legali previste, e/o depositare eventuali denunce penali parallele. I mobber hanno dallo loro parte solo il numero di complici e – quando hanno ruoli aziendali più o meno importanti – un certo livello di potere. E la speranza di demolire la psiche e la vita delle loro vittime, di scoraggiarle – anzi portarle alla disperazione – e indurle in errori che le danneggino.

Non si deve nemmeno credere ad eventuali “promesse” – figuriamoci quando dichiarate o sostenute da chi non ha potere e ruolo per farle. Contano solo le Sentenze, e anzi alcune aziende fanno pure resistenza a rispettarle e attuarle. Quando è possibile ragionare, possono valere documenti scritti – con dovute e necessarie accortezze, ne parleremo meglio – e soprattutto accordi legali. Il lavoratore mobbizzato, per quanto sembri a dir poco difficile, deve essere, come oggi si usa dire, resiliente. E deve solo resistere, pazientare, documentare, preparare, formalizzare azioni legali e eventuali denunce. Con le prove che paradossalmente saranno stati proprio i mobber – nella loro tipica incosciente arroganza – a fornire.

1 – Corte di Cassazione, III sezione Penale, sentenza n. 3394 23 novembre 2016 – 24 gennaio 2107.

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