Neuroscienze: cosa accade nel cervello di chi vede le donne come oggetti

Le neuroscienze aiutano gli studi sociali, per capire quali sono i meccanismi psicologici e culturali che inducono ad una visione scorretta, e esclusivamente corporea, delle donne.

Lo studio – senza che questo possa essere considerabile una attenuante in casi di reati come violenze sessuali, di genere o razziali – mostra come la mente può percepire differentemente il corpo maschile e quello femminile. Ciò è ovviamente anche effetto di una cultura sociale tendenzialmente maschilista, e che propone, anche nello spettacolo e sui mezzi di comunicazione, la donna come corpo, più che come persona. La ricerca è stata definita da studiosi del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e del Centro interdipartimentale Mente Cervello dell’Università di Trento.

Jeroen Vaes, professore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e primo autore dell’articolo, ha spiegato di aver ad esempio “dimostrato che una donna in intimo o in costume da bagno viene vista come più simile a un oggetto rispetto all’uomo. Senza differenze significative tra quanto accade nel cervello delle donne e nel cervello degli uomini. È la prima volta – ha affermato – che siamo stati in grado di dimostrare che la percezione di una donna, della quale è messo in risalto l’aspetto fisico, cambia, oltre la metafora, diventando – purtroppo, ndr – più simile a un vero oggetto”.

Questa ricerca, come accennavamo, non può portare nel futuro – né è nelle intenzioni degli autori – ad una sorta di giustificazione neurologica o attenuante di comportamenti e violenze di genere o razziale. Comportamenti che non sono né possono essere considerabili deterministici e determinati, ma che dipendono comunque dalla volontà criminale di chi compie tali reati. Spiega però alcuni dei meccanismi psicosociali alla base di una cultura che non considera le donne come dotate di pari dignità agli uomini. O che vede le persone di altre razze come inferiori. Meccanismi che possono e devono essere superati attraverso la cultura e la ragione.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Scientific Reports, numero 9, article number 6699 – 2019, con il titolo Assessing neural responses towards objectified human targets and objects to identify processes of sexual objectification that go beyond the metaphor. Valutare le risposte neurali verso obiettivi e oggetti umani oggettificati per identificare i processi di oggettivazione sessuale che vanno oltre la metafora. Gli autori sono Jeroen Vaes, Giulia Cristoforetti, Daniela Ruzzante, Carlotta Cogoni e Veronica Mazza. Pubblichiamo integralmente la nota ufficiale.

Se She diventa it.

Uno studio mette in evidenza cosa accade nel cervello umano quando una donna viene percepita come oggetto. La ricerca, svolta da un gruppo del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e del Centro interdipartimentale Mente Cervello dell’Università di Trento, è stata pubblicata oggi sulla rivista Scientific Reports. I risultati potrebbero fornire nuovi strumenti per indagare fenomeni come la violenza di genere e razziale.

Un rischio che le donne corrono quando vengono ridotte a oggetto, al loro corpo, a parti di esso. Perché ciò determina poi il modo in cui vengono viste e trattate. Il riscontro sperimentale arriva da uno studio svolto all’Università di Trento. I risultati sono stati pubblicati oggi sulla rivista Scientific Reports e segnano una svolta nella letteratura sull’oggettivazione sessuale.

La discussione su ciò che porta una donna a essere più esposta di un uomo al rischio di venir considerata un oggetto coinvolge teorie evoluzionistiche e socioculturali e interpella varie discipline scientifiche. Il team di ricerca del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e del Centro interdipartimentale Mente Cervello – CIMeC di UniTrento ha analizzato cosa accade nel cervello umano di fronte a un oggetto che viene fatto apparire in due situazioni diverse: in mezzo a un gruppo di donne e in mezzo a un gruppo di uomini. L’attività cerebrale, misurata con l’elettroencefalogramma, dimostra che un oggetto si nota meno quando è in mezzo alle donne rappresentate in intimo o in costume da bagno.

Jeroen Vaes, professore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e primo firmatario dell’articolo, racconta: “Gli studi condotti da decenni sull’impatto dell’oggettivazione sessuale dimostrano che crescere e vivere in una società che giudica prevalentemente le donne per come appaiono innesca insicurezza sul proprio aspetto fisico e, nel tempo, un maggior rischio di sviluppare disturbi alimentari e disfunzioni sessuali. Sappiamo, però, ancora poco di come cambia la percezione della donna quando viene oggettivata. Noi abbiamo dimostrato che una donna in intimo o in costume da bagno viene vista come più simile a un oggetto rispetto all’uomo, senza differenze significative tra quanto accade nel cervello delle donne e nel cervello degli uomini. È la prima volta che siamo stati in grado di dimostrare che la percezione di una donna, della quale è messo in risalto l’aspetto fisico, cambia, oltre la metafora, diventando più simile a un vero oggetto”.

Come si è arrivati al risultato? Negli esperimenti, a cui hanno partecipato uomini e donne, sono state utilizzate immagini di modelli maschili e femminili, più o meno vestiti e degli avatar creati sulla base di questi modelli. L’attività cerebrale è stata misurata attraverso l’elettroencefalogramma. Su una scala del grado di umanità, che spazia dalla persona umana a un oggetto, Vaes precisa che il cervello di donne e uomini tende a riconoscere un grado di umanità minore – e quindi una più marcata somiglianza a un oggetto – in una donna che in un uomo in intimo o in costume da bagno.

Sono diverse le implicazioni del risultato che il cervello tenda ad associare “donna” a “oggetto”. Nell’articolo si citano i comportamenti tipici del rapporto con le cose – come il senso di possesso e il modo di uso – che diventano violenza di genere, la sessualizzazione della donna nei media e nei videogame, la deumanizzazione che caratterizza, ad esempio, il razzismo. Vaes osserva: “Adottare un paradigma che misura se entità umane e non umane vengono percepite in modo differente può fornire un‘evidenza dei processi di deumanizzazione oltre la metafora”. I risultati potrebbero, dunque, offrire nuovi strumenti per rilevare gli stereotipi e indagare fenomeni come la violenza di genere e razziale.

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