Lavoro : la Corte di Cassazione richiama il valore delle modalità concrete della prestazione
Partita IVA e contratti di consulenza non escludono la subordinazione, anche dirigenziale. Una riflessione su responsabilità, precarietà e dignità professionale
Essere definiti consulenti non significa necessariamente lavorare come autonomi. Avere una partita IVA, emettere fatture e possedere competenze specialistiche non esclude che, nella realtà, una persona svolga un’attività dipendente, anche con responsabilità dirigenziali. Per riconoscere correttamente un rapporto occorre guardare a come il lavoro viene organizzato ed esercitato.
La questione emerge dall’ordinanza della Corte di Cassazione n. 24668, depositata il 17 agosto 2026, relativa a un professionista formalmente incaricato come consulente, ma stabilmente impegnato nella direzione di un settore aziendale. Il principio applicato invita a confrontare la qualificazione contrattuale con le responsabilità e le condizioni effettive della prestazione.
È anche un’occasione per riflettere sulla precarietà: quella che nasce quando una persona contribuisce nel tempo alla vita di un’organizzazione senza poter contare su un riconoscimento altrettanto chiaro del proprio ruolo e delle proprie prospettive.
Una consulenza durata oltre nove anni
La controversia riguardava un commercialista che aveva collaborato con una società dal gennaio 2004 al maggio 2013. Pur in presenza di un contratto di consulenza, il professionista sosteneva di avere esercitato continuativamente funzioni di direzione amministrativa e finanziaria.
Il Tribunale di Roma aveva riconosciuto un rapporto subordinato di natura dirigenziale, attribuendo il trattamento di fine rapporto e l’indennità sostitutiva del preavviso, ma respingendo le altre domande.
La vicenda aveva attraversato più passaggi giudiziari. Dopo un primo intervento della Cassazione, la Corte d’Appello aveva nuovamente esaminato il rapporto, confermandone la natura subordinata. Con l’ordinanza del 2026, la Suprema Corte ha rigettato il nuovo ricorso della società.
Il contratto deve corrispondere al lavoro svolto
La definizione scelta dalle parti deve essere esaminata insieme ai comportamenti tenuti durante il rapporto. Anche un accordo che descrive una prestazione autonoma richiede quindi un confronto con la sua concreta esecuzione.
Nel caso affrontato, il contratto era stato predisposto dallo stesso professionista: una circostanza rilevante, che tuttavia non esauriva l’accertamento. Occorreva verificare se l’autonomia dichiarata avesse trovato riscontro nell’attività quotidiana.
La continuità di una collaborazione non determina, da sola, la subordinazione. Allo stesso modo, una fattura non basta a dimostrare l’autonomia. La valutazione richiede di considerare insieme le caratteristiche del rapporto, evitando conclusioni fondate su un unico elemento.
Le responsabilità effettive oltre la partita IVA
I giudici avevano valorizzato la presenza quotidiana in azienda, l’utilizzo delle strutture societarie, la direzione dell’area amministrativa e finanziaria e il coordinamento del personale.
Il professionista rispondeva direttamente all’amministratore unico, dal quale riceveva indicazioni e al quale riferiva sull’attività svolta. Aveva inoltre deleghe e procure per gestire rapporti bancari e finanziari, con poteri di rappresentanza verso l’esterno.
In questo quadro, la partita IVA, l’iscrizione all’albo, la disponibilità di uno studio e l’entità dei compensi non sono state considerate sufficienti a escludere il rapporto dipendente. Anche l’autonomia decisionale può convivere con la subordinazione
La decisione riguarda un aspetto significativo del lavoro dirigenziale: la possibilità che la subordinazione si manifesti in forma attenuata.
Chi dirige un settore può assumere decisioni, organizzare risorse e svolgere compiti complessi senza ricevere ordini dettagliati in ogni momento. L’ampiezza di questi margini operativi può convivere con l’assoggettamento alle indicazioni generali del vertice.
L’accertamento deve quindi tenere conto della specificità del ruolo. Nel caso esaminato, la direzione di un’area essenziale e i poteri esercitati verso terzi hanno contribuito al riconoscimento della qualifica dirigenziale.
La precarietà può riguardare anche professionisti qualificati
Il tema apre una riflessione sociale che va oltre la qualificazione giuridica del singolo rapporto. La precarietà può interessare anche persone con esperienza, competenze elevate e responsabilità organizzative.
Un collaboratore può essere un riferimento quotidiano per colleghi, clienti e progetti, continuando però a vivere nell’incertezza sulla prosecuzione dell’incarico. Questa distanza tra il contributo richiesto e le prospettive offerte può rendere difficile programmare spese, formazione e scelte familiari.
La fragilità può essere poco visibile proprio quando il ruolo appare prestigioso. Un titolo professionale o una funzione di coordinamento non raccontano necessariamente la stabilità economica e contrattuale di chi li esercita.
Precarietà e subordinazione restano questioni distinte: la prima descrive una condizione di incertezza, mentre la seconda richiede uno specifico accertamento sulle modalità del lavoro. La pronuncia non introduce una conversione generalizzata delle collaborazioni in rapporti dipendenti. Sul piano della responsabilità organizzativa, tuttavia, è legittimo interrogarsi sulla coerenza tra bisogni continuativi, incarichi affidati e condizioni offerte alle persone.
Compensi e diritti alla cessazione del rapporto
La Cassazione ha affrontato anche il tentativo della società di considerare assorbiti il TFR e il preavviso nei compensi professionali già versati. La Corte ha confermato che, nella situazione esaminata, il principio dell’assorbimento non si applica a queste spettanze maturate alla cessazione del rapporto. Un compenso elevato non consente quindi di ritenerle automaticamente soddisfatte.
Riconoscere il lavoro significa assumersene la responsabilità
Una cultura del lavoro rispettosa della persona richiede chiarezza su incarichi, responsabilità e condizioni economiche. Questo vale per il dipendente, per il dirigente e per il professionista che sceglie ed esercita un’attività autonoma.
La flessibilità può rispondere a esigenze reali. Per essere sostenibile, deve accompagnarsi a rapporti trasparenti e a una distribuzione consapevole delle responsabilità. Quando l’incertezza diventa una condizione permanente, il suo costo ricade anche sulla possibilità delle persone di progettare il futuro.
Il riconoscimento del lavoro comincia dalla disponibilità a osservarlo per ciò che è: tempo dedicato, competenze impiegate, decisioni assunte e contributo alla vita comune. Far corrispondere a questo impegno condizioni coerenti significa dare concretezza alla dignità professionale.
Prevenire il mobbing, rendere effettivi i diritti
Riconoscere il lavoro significa anche creare condizioni nelle quali una persona possa chiedere rispetto, compensi adeguati e un corretto inquadramento senza temere isolamento o ritorsioni. La precarietà non coincide con il mobbing, ma l’incertezza sulla continuità dell’incarico può rendere più difficile segnalare comportamenti vessatori e far valere le proprie ragioni.
In questa prospettiva si inserisce la petizione promossa da Fede e Ragione su Change.org per una Legge contro il mobbing, che richiama l’attenzione sulla prevenzione degli abusi e sulla tutela della dignità nei luoghi di lavoro. Un impegno che riguarda anche il clima delle organizzazioni: ascoltare le segnalazioni, contrastare l’emarginazione e sostenere chi denuncia comportamenti lesivi contribuisce a rendere concretamente esercitabili i diritti.
Immagine originale creata con IA, a cura Fede e Ragione.