Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Canale Fede e Ragione

Papa Leone XIV invita a superare invidia e rivalità : la legge dell’amore interrompe quella del calcolo

persona oltre prestazione calcolo dignita Papa Leone XIV

All’Angelus del 20 settembre, il Papa invita a superare la logica del merito inteso come privilegio, dell’invidia e della competizione

La bontà di Dio non sottrae nulla a chi è arrivato per primo, ma restituisce dignità e speranza anche agli ultimi

La giustizia di Dio non si limita a misurare quanto ciascuno abbia prodotto, né distribuisce il suo amore secondo una rigida contabilità dei meriti. È una giustizia più grande, capace di sorprendere l’uomo e di mettere in discussione le gerarchie costruite sull’orgoglio, sulla rivalità e sulla pretesa di essere superiori agli altri.

È questo il cuore della riflessione proposta da Papa Leone XIV durante l’Angelus di domenica 20 settembre 2026 in Piazza San Pietro. Commentando la parabola evangelica degli operai chiamati a lavorare nella vigna in momenti diversi della giornata, il Pontefice ha mostrato come la misericordia divina possa apparire incomprensibile quando viene osservata soltanto attraverso la logica del calcolo.

Alcuni operai lavorano fin dal mattino, altri vengono chiamati più tardi, altri ancora quando la giornata è ormai quasi terminata. Al momento della retribuzione, tuttavia, il padrone della vigna decide di trattare gli ultimi con la stessa generosità riservata ai primi. Non viene meno all’accordo concluso con chi ha lavorato più a lungo, ma offre anche agli altri quanto è necessario per vivere.

La reazione degli operai della prima ora rivela una difficoltà profondamente umana: accettare che il bene ricevuto da un altro non rappresenti una perdita per noi.

Una giustizia più generosa

Leone XIV ha osservato che le parabole di Gesù non descrivono soltanto la novità del Regno di Dio, ma fanno emergere anche la resistenza dell’uomo davanti a una giustizia più generosa e a un amore più grande.

Il padrone avrebbe potuto pagare per primi gli operai che avevano lavorato tutta la giornata, evitando così che assistessero alla ricompensa concessa agli ultimi. Sceglie invece consapevolmente l’ordine opposto: gli ultimi vengono chiamati per primi. La sua bontà deve essere vista, perché non riguarda soltanto chi la riceve direttamente. Diventa una rivelazione destinata a tutti, compresi coloro che si considerano già giusti e ritengono di non avere bisogno di misericordia.

Qui la parabola raggiunge uno dei suoi significati più profondi. Dio non vuole umiliare chi ha lavorato fin dall’inizio, ma liberarlo dalla convinzione che la fedeltà gli conferisca un diritto di superiorità sugli altri. Anche chi si considera “primo” ha bisogno di imparare una misura diversa: quella della gratuità.

Il Vangelo non nega il valore dell’impegno, della responsabilità e della perseveranza. Il padrone mantiene infatti la parola data agli operai della prima ora. Ma insegna che il merito non può trasformarsi in uno strumento per escludere, giudicare o guardare con disprezzo chi è arrivato dopo.

Quando il merito diventa privilegio

La riflessione del Papa tocca una questione che attraversa non soltanto la vita religiosa, ma anche il lavoro, la società e le relazioni quotidiane. Il riconoscimento del merito è necessario quando valorizza l’impegno e la responsabilità. Diventa invece ingiusto quando viene utilizzato per giustificare privilegi permanenti o per negare agli altri la possibilità di ricominciare.

L’uomo tende facilmente a trasformare ciò che ha ricevuto in qualcosa che ritiene di essersi interamente guadagnato. Dimentica le opportunità incontrate, l’aiuto degli altri, i talenti che non si è dato da solo e le circostanze favorevoli che hanno accompagnato il suo cammino.

Da questa dimenticanza nasce spesso l’invidia. Non l’invidia di chi possiede meno verso chi possiede di più, ma quella di chi teme che la dignità riconosciuta agli ultimi possa diminuire la propria. La misericordia viene allora percepita come un’ingiustizia, perché interrompe le gerarchie sulle quali è stata costruita la propria sicurezza.

Leone XIV propone una prospettiva differente: tutti guadagniamo quando l’amore spezza la logica del calcolo, quando la misericordia amplia l’esperienza del merito e quando la pace sospende le rivalità. La bontà destinata agli altri non impoverisce nessuno. Al contrario, rende più umana l’intera comunità.

Fede e ragione davanti alla logica del calcolo

La parabola non invita ad abbandonare la ragione, ma a liberarla da una visione troppo stretta della giustizia. Una razionalità ridotta al solo calcolo può stabilire equivalenze, misurare prestazioni e verificare accordi, ma non riesce da sola a comprendere interamente il valore della persona.

La fede apre la ragione a una domanda più profonda: che cosa accadrebbe a una società nella quale ogni essere umano ricevesse soltanto ciò che riesce a produrre? Quale spazio rimarrebbe per chi è fragile, malato, anziano, disoccupato oppure segnato da errori e fallimenti?

La misericordia non contraddice la giustizia. Le impedisce di diventare disumana. Ricorda che la persona possiede una dignità che precede le sue prestazioni e non scompare quando diminuiscono la produttività, l’efficienza o il riconoscimento sociale.

I disegni di Dio, ha sottolineato il Pontefice richiamando il profeta Isaia, sono più grandi e persino più “umani” di quelli concepiti dagli uomini segnati dal peccato. La fede non chiede quindi di rinunciare alla ragione, ma di riconoscere che anche i nostri criteri apparentemente più rigorosi possono essere limitati dall’egoismo e dalla paura.

Collaboratori di un Regno di giustizia e di pace

Lavorare nella vigna, ha ricordato Leone XIV, è anzitutto una grazia. Il credente non serve Dio per conquistare una posizione dalla quale giudicare gli altri, ma per collaborare alla costruzione di un Regno fondato sulla giustizia e sulla pace.

In questa prospettiva non c’è spazio per l’invidia o per la divisione. Chi ha incontrato prima la fede non è proprietario della vigna, ma un lavoratore chiamato ad accogliere con gioia chi arriva dopo. L’appartenenza alla comunità cristiana non costituisce un privilegio da difendere, ma una responsabilità da vivere nel servizio.

La conversione riguarda perciò anche coloro che si ritengono fedeli da sempre. Non consiste soltanto nell’abbandonare comportamenti apertamente sbagliati, ma anche nel rinunciare ai pensieri che trasformano la fedeltà in superiorità, il merito in pretesa e il servizio in potere.

La Somalia e il dovere di non dimenticare

Dopo la preghiera mariana, Papa Leone XIV ha rivolto l’attenzione alla grave crisi umanitaria che colpisce alcune regioni della Somalia. Violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando condizioni di vita già precarie, con conseguenze particolarmente pesanti per donne e bambini.

Il Pontefice ha sollecitato un coinvolgimento generoso della comunità internazionale, affinché alle popolazioni colpite non venga a mancare l’assistenza necessaria. Anche questo appello traduce concretamente la logica evangelica: gli ultimi non possono essere dimenticati soltanto perché sono lontani o non hanno la forza di far ascoltare la propria voce.

Leone XIV ha inoltre ricordato gli ex internati, i deportati e i prigionieri della Seconda guerra mondiale, sottolineando la necessità di imparare dalla storia per non ripetere gli errori del passato. La memoria non è soltanto custodia di ciò che è accaduto, ma una responsabilità verso il presente e il futuro.

La parabola degli operai della vigna diventa così una domanda rivolta a ogni persona e a ogni società: siamo capaci di rallegrarci quando gli ultimi vengono rialzati oppure consideriamo la loro salvezza una minaccia ai nostri privilegi?

La risposta cristiana nasce dalla consapevolezza che nessuno può vivere senza misericordia. Davanti a Dio non siamo proprietari di diritti acquisiti, ma persone chiamate, in ore diverse, a lavorare nella stessa vigna. La pace comincia quando smettiamo di misurare il bene ricevuto dagli altri come se fosse stato sottratto a noi.

Comments

comments