Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ribadisce che la tutela della salute del lavoratore non può tradursi automaticamente in una dequalificazione professionale
Il datore di lavoro deve dimostrare di non poter assegnare mansioni equivalenti compatibili con le limitazioni accertate
La tutela della salute del lavoratore e la salvaguardia della sua professionalità devono procedere insieme. È questo il principio riaffermato dalla Corte di Cassazione con una recente ordinanza che affronta il delicato tema dell’inidoneità sopravvenuta alle mansioni e dei limiti entro i quali il datore di lavoro può ricorrere al demansionamento.
La decisione richiama l’articolo 42 del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, secondo cui il lavoratore dichiarato non più idoneo alle mansioni originarie deve essere assegnato, ove possibile, ad altre attività compatibili con il suo stato di salute, mantenendo lo stesso livello di inquadramento. Solo quando ciò risulti concretamente impossibile è consentito il ricorso a mansioni inferiori.
L’onere della prova spetta al datore di lavoro
Il punto centrale della pronuncia riguarda proprio l’onere della prova. Non è sufficiente che l’azienda richiami genericamente esigenze organizzative o le limitazioni fisiche del dipendente. Spetta infatti al datore di lavoro dimostrare, in modo concreto e documentato, che non esistono mansioni equivalenti compatibili con le condizioni di salute del lavoratore.
Nel caso esaminato dalla Cassazione, tale dimostrazione non è stata fornita. Di conseguenza, il demansionamento è stato ritenuto illegittimo, confermando quanto già stabilito nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha inoltre ribadito che la tutela della salute non può diventare il pretesto per comprimere il diritto alla professionalità e alla dignità del lavoratore.
Salute e dignità sono diritti complementari
La sentenza richiama un principio di particolare rilievo: proteggere la salute del lavoratore significa anche evitare che la persona subisca una mortificazione professionale non necessaria.
La professionalità rappresenta infatti un patrimonio costruito attraverso anni di esperienza, formazione e responsabilità. Una sua ingiustificata compressione può incidere non soltanto sulla carriera, ma anche sull’equilibrio psicologico, sull’autostima e sulla qualità della vita lavorativa. Per questa ragione la normativa italiana impone al datore di lavoro un’attenta ricerca di possibili ricollocazioni compatibili, prima di ricorrere a mansioni inferiori.
Quando il demansionamento può diventare fonte di responsabilità
La Cassazione osserva che, in assenza della prova dell’impossibilità organizzativa, il demansionamento costituisce una violazione degli obblighi previsti dalla legge.
Nei casi più gravi, soprattutto se accompagnato da ulteriori comportamenti vessatori, tale condotta può integrare anche una situazione di mobbing o comunque determinare un danno risarcibile derivante dalla lesione della professionalità e della dignità personale del dipendente.
La giurisprudenza degli ultimi anni mostra una crescente attenzione verso questi profili, riaffermando che il rapporto di lavoro deve fondarsi sul rispetto reciproco e sulla tutela della persona, oltre che sull’organizzazione produttiva.
Il valore costituzionale della persona nel lavoro
La pronuncia si inserisce in un orientamento consolidato che valorizza i principi contenuti nella Costituzione italiana. Il lavoro non rappresenta soltanto uno strumento di sostentamento economico, ma anche un’espressione della personalità e della dignità dell’individuo.
Per questo il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto alla valorizzazione della professionalità devono essere considerati aspetti tra loro complementari e non alternativi.
L’organizzazione aziendale conserva naturalmente un ruolo fondamentale, ma le sue esigenze devono essere contemperate con la tutela dei diritti fondamentali della persona, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede che regolano il rapporto di lavoro.
Una decisione che rafforza la tutela dei lavoratori
La decisione della Corte di Cassazione costituisce un importante richiamo per tutte le realtà produttive. In presenza di una sopravvenuta inidoneità fisica, il datore di lavoro è chiamato a verificare concretamente ogni possibile soluzione organizzativa che consenta al dipendente di continuare a svolgere mansioni compatibili con il proprio stato di salute senza subire una dequalificazione professionale.
Solo quando tale possibilità sia realmente inesistente e adeguatamente dimostrata sarà possibile ricorrere all’assegnazione di mansioni inferiori. Si tratta di un principio che rafforza la tutela della persona nel mondo del lavoro e ricorda come la salute, la dignità e la professionalità costituiscano valori essenziali di un ordinamento che pone la persona al centro delle relazioni lavorative.
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Immagine : cortesia Paolo Centofanti, direttore Fede e Ragione.