Nel videomessaggio del 27 ottobre, a quarant’anni dall’incontro voluto da Giovanni Paolo II, Papa Leone XIV richiama le religioni alla responsabilità del dialogo, della preghiera e della riconciliazione tra i popoli
«Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!». È il richiamo centrale del videomessaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, svoltosi ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026. Nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II nel 1986, il Pontefice invita a respingere ogni giustificazione religiosa della guerra.
Leone XIV ringrazia il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per il cammino proseguito negli anni. Denuncia il ritorno della guerra tra gli strumenti della politica internazionale e osserva che la globalizzazione non ha assicurato automaticamente concordia e stabilità. Alla logica della potenza contrappone la mediazione, il negoziato e l’incontro. La preghiera, nel suo messaggio, accompagna questa responsabilità e alimenta la disponibilità al dialogo.
Lo spirito di Assisi come impegno presente
L’anniversario offre un’occasione per interrogare il rapporto tra convinzioni religiose e responsabilità pubblica. La fede entra nella vita delle persone attraverso scelte, parole e relazioni: proprio per questo, il modo in cui viene comunicata può contribuire alla comprensione oppure aggravare le distanze.
Lo spirito di Assisi sollecita una domanda concreta: quale spazio viene riconosciuto all’altro, soprattutto quando appartiene a una tradizione differente o esprime convinzioni lontane dalle proprie?
L’incontro richiede di ascoltare senza ridurre subito l’interlocutore a una categoria. Richiede anche la disponibilità a distinguere una persona dalle azioni di un governo, di un’organizzazione o di un gruppo che pretende di rappresentarla. È un lavoro paziente, particolarmente necessario quando la paura spinge verso giudizi collettivi.
La fede e la responsabilità delle parole
Il rifiuto della guerra in nome di Dio riguarda anche il linguaggio che prepara e accompagna i conflitti. Le parole possono abituare a considerare intere popolazioni come nemiche, rendere accettabile la sofferenza dei civili e cancellare la percezione della loro umanità.
Per chi esercita una responsabilità religiosa, educativa o comunicativa, questo comporta un’attenzione particolare. Un discorso pronunciato davanti a una comunità può incoraggiare rispetto, prudenza e solidarietà. Può aiutare a riconoscere il dolore anche quando si trova oltre un confine politico, culturale o confessionale.
La coerenza della testimonianza passa attraverso questa capacità di custodire la dignità di ogni persona. Le convinzioni più profonde acquistano credibilità quando orientano comportamenti riconoscibili e assumono il peso delle conseguenze delle proprie parole.
Dialogare richiede coraggio e discernimento
Il dialogo incontra difficoltà reali. Esistono ingiustizie da denunciare, responsabilità da accertare e diritti da difendere. La ricerca della pace deve misurarsi con queste condizioni, prestando attenzione alle vittime e alle persone più esposte.
Per questo il confronto richiede discernimento. Ascoltare aiuta a comprendere le ragioni di una tensione; valutare criticamente permette di riconoscere falsificazioni, abusi e tentativi di manipolazione. Entrambe le capacità servono a costruire relazioni nelle quali la fiducia possa crescere.
Anche nella vita quotidiana questa responsabilità assume forme precise: verificare prima di condividere un’accusa, evitare espressioni disumanizzanti, lasciare spazio a una spiegazione e riconoscere quando si è sbagliato. Sono gesti limitati, ma contribuiscono al clima nel quale le persone imparano a convivere.
La preghiera e la disponibilità a cambiare
Nel cammino dei credenti, la preghiera può diventare anche un tempo nel quale esaminare il proprio atteggiamento. Invocare la pace pone una domanda sulla disponibilità personale alla riconciliazione, sul risentimento coltivato e sui pregiudizi che continuano a orientare il giudizio.
Questa dimensione interiore ha conseguenze nelle relazioni. La capacità di fermarsi, ascoltare e correggere una reazione può rendere possibile una conversazione altrimenti destinata a interrompersi.
La pace richiede istituzioni, accordi e decisioni politiche. Ha bisogno anche di persone capaci di sostenerne le condizioni culturali: rispetto, responsabilità, attenzione alla verità e cura per chi subisce la violenza.
Un messaggio di vicinanza durante la convalescenza
Il Papa ha partecipato attraverso il videomessaggio dopo aver rinunciato alla presenza ad Assisi su consiglio dei medici, per favorire la ripresa dall’intervento di chirurgia toracica. La Sala Stampa aveva comunicato la decisione il 23 ottobre, annunciando il suo messaggio ai partecipanti.
Da Assisi arriva così una sollecitazione che riguarda comunità religiose e società civile: rendere il rispetto reciproco una pratica riconoscibile. Ogni luogo nel quale si impara a discutere senza umiliare e a riconoscere il dolore altrui contribuisce a dare consistenza alla ricerca della pace.
Immagine creata con Intelligenza Artificiale, a cura Fede e Ragione.