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Diritti e inclusione

Stalking iniziato prima del Codice Rosso, pene più severe se la persecuzione è continuata dopo il 9 agosto 2019

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Una sentenza della Corte di Cassazione chiarisce quando si applicano allo stalking le norme più severe introdotte nel 2019

La data dell’ultimo episodio è decisiva, ma ogni fatto deve essere accertato e inserito nella sequenza persecutoria

Una condotta persecutoria può durare mesi, talvolta anni. Quando in questo periodo cambia la legge, quale disciplina si applica: quella in vigore al primo episodio o quella vigente quando la persecuzione termina? La Corte di cassazione è tornata sulla questione con la sentenza n. 34300 del 2026, depositata il 23 settembre. Il caso riguarda gli atti persecutori iniziati prima del Codice Rosso, entrato in vigore il 9 agosto 2019, e proseguiti dopo quella data.

La risposta richiede di guardare alla natura dello stalking. L’articolo 612-bis del Codice penale punisce condotte reiteratedi minaccia o molestia che provochino, tra le altre conseguenze previste dalla norma, un grave e perdurante stato di ansia o paura, un fondato timore per l’incolumità oppure un’alterazione delle abitudini di vita. Il reato nasce dunque da una sequenza di comportamenti, da valutare nel suo insieme.

Che cosa è accaduto nel caso esaminato

Nel procedimento arrivato davanti alla Cassazione, la difesa contestava l’applicazione delle disposizioni più sfavorevoli introdotte dalla legge n. 69 del 2019. Sosteneva, fra l’altro, che non fosse stata chiarita la collocazione temporale delle condotte rispetto all’entrata in vigore della nuova disciplina.

La Corte ha rilevato che nella contestazione degli atti persecutori erano compresi anche due episodi dell’11 ottobre 2019, quindi successivi al 9 agosto. Quei fatti, accertati dai giudici di merito anche sotto altri profili di reato, contribuivano secondo la Cassazione a integrare la sequenza persecutoria. Per questo la disciplina introdotta dal Codice Rosso poteva essere applicata al reato di stalking considerato nel suo complesso.

Il punto è preciso: non basta individuare un qualunque episodio successivo alla nuova legge. Occorre accertare che quel comportamento appartenga effettivamente alla medesima condotta di atti persecutori.

Perché conta l’ultimo episodio

La legge n. 69 del 2019 ha modificato in senso più severo il trattamento sanzionatorio degli atti persecutori e la disciplina della sospensione condizionale della pena. Si poneva quindi una questione fondamentale per il diritto penale: una norma sfavorevole può incidere su fatti iniziati quando non era ancora in vigore ?

La Cassazione ha richiamato la natura abituale del reato. Se la condotta persecutoria prosegue dopo l’entrata in vigore della nuova legge, la sua consumazione si colloca al momento dell’ultimo atto della sequenza. In questa situazione, applicare la disciplina vigente quando la condotta termina non equivale, secondo la Corte, ad applicare retroattivamente una pena più severa a un reato già concluso. Se invece gli atti persecutori erano cessati prima del 9 agosto 2019, la nuova disciplina sfavorevole non può essere applicata per il solo fatto che il processo si svolga successivamente.

La distinzione tutela due esigenze che devono restare insieme: proteggere le persone dalle persecuzioni che continuano nel tempo e rispettare il principio di legalità, che impedisce di punire retroattivamente secondo una legge più severa.

La cronologia dei fatti è parte della tutela

La sentenza richiama l’attenzione su un aspetto concreto dello stalking: un comportamento isolato può apparire diverso quando viene letto nel contesto di una lunga serie di contatti, intrusioni o molestie. Per ricostruire il reato, però, non sono sufficienti impressioni generiche. Servono l’accertamento degli episodi, delle loro date, del legame tra le condotte e delle conseguenze prodotte sulla persona offesa.

Questa precisione è importante per tutte le parti del processo. Permette alla vittima di vedere esaminata l’intera vicenda, senza perdere di vista le condotte più recenti. Consente allo stesso tempo all’imputato di conoscere quali fatti gli vengono attribuiti e quale legge viene applicata. Nel caso deciso dalla Cassazione, la Corte ha inoltre osservato che la specifica questione sulla successione delle norme era stata sollevata per la prima volta nel ricorso di legittimità, oltre a risultare manifestamente infondata alla luce degli episodi successivi all’entrata in vigore della legge.

Il messaggio della pronuncia va quindi oltre una data sul calendario. Di fronte agli atti persecutori, la giustizia deve ricostruire con rigore quando la condotta è iniziata, come si è sviluppata e quando è cessata. È da questa verifica, e non da una formula automatica, che dipende la corretta applicazione della legge e una tutela credibile della persona.

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Immagine originale creata con Intelligenza Artificiale.

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