Il progetto Iride del Censis restituisce la voce a migliaia di studenti italiani
La scuola rimane una comunità fondamentale, ma molti ragazzi chiedono valutazioni più comprensibili, maggiore orientamento, protezione dal bullismo e una presenza educativa più vicina
La scuola osservata dagli adulti è fatta di programmi, riforme, organici, edifici e risultati. La scuola raccontata dagli studenti, invece, è soprattutto un intreccio di relazioni, attese, ansie, amicizie e decisioni sul futuro. Le due prospettive non devono essere contrapposte, ma integrate: nessun sistema educativo può essere valutato senza ascoltare chi lo vive ogni giorno.
È questa la prospettiva del progetto Iride “La scuola vista dai giovani”, promosso nell’ambito dell’Osservatorio nato dalla collaborazione tra Fondazione Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro. La prima annualità ha approfondito tre dimensioni centrali: orientamento scolastico e professionale, valutazione degli apprendimenti e benessere a scuola. Per ciascuna area sono stati ascoltati circa 8.000 studenti degli ultimi tre anni di 61 scuole secondarie di secondo grado, affiancati da un campione di 1.000 diplomati tra i 18 e i 24 anni. Censis
I risultati non descrivono una generazione disinteressata o ostile allo studio. Mostrano piuttosto ragazzi che riconoscono il valore della scuola, ma faticano a comprenderne alcuni meccanismi e a sentirsi realmente accompagnati.
La scuola resta una comunità
Il primo dato significativo riguarda la dimensione sociale. Per il 90,3 per cento degli studenti, la scuola è innanzitutto un luogo nel quale fare nuove conoscenze e stringere amicizie. L’80,4 per cento dichiara di andare d’accordo con i compagni, mentre il 75,1 per cento considera sereno il clima della propria classe.
Quando viene chiesto che cosa li faccia stare meglio a scuola, il 54 per cento indica il rapporto con i compagni. Seguono la ricreazione, le relazioni con gli altri studenti e le ore percepite come più leggere. I buoni voti e l’utilità delle conoscenze apprese ricevono percentuali inferiori.
Non significa che l’apprendimento non interessi. Questi risultati ricordano piuttosto che l’educazione non avviene nel vuoto. Per imparare è necessario sentirsi accolti, riconosciuti e parte di una comunità. La relazione non è un elemento accessorio della didattica, ma una delle condizioni che la rendono possibile.
Anche la tradizione cristiana riconosce che la persona cresce attraverso l’incontro. La conoscenza non è soltanto accumulo di informazioni: è una ricerca che coinvolge libertà, responsabilità e rapporto con gli altri. Una scuola incapace di costruire legami rischia di trasmettere nozioni senza riuscire a formare persone.
Bullismo e discriminazioni : molti ragazzi non si sentono protetti
La socialità scolastica presenta però un volto più problematico. Soltanto il 15,2 per cento degli intervistati si sente pienamente protetto dalla scuola rispetto a bullismo, cyberbullismo e discriminazioni. Il 48,5 per cento si considera protetto solo in parte, mentre il 36,3 per cento non si sente protetto affatto.
Tra gli studenti che hanno subito un abuso, il 34,9 per cento non si confida con nessuno. Il 37 per cento si rivolge alla famiglia, il 27,2 per cento ad amici esterni alla classe e appena il 14,8 per cento agli insegnanti.
È forse uno dei dati più preoccupanti. Molti docenti sono considerati disponibili e affidabili, ma nei momenti più difficili non sempre diventano interlocutori ai quali i ragazzi sentono di potersi rivolgere.
La protezione non può esaurirsi nell’adozione di un regolamento o nell’organizzazione occasionale di una giornata contro il bullismo. Richiede una presenza educativa continuativa, capace di riconoscere i segnali di disagio prima che diventino evidenti. Richiede inoltre adulti credibili, preparati ad ascoltare senza minimizzare e capaci di intervenire senza trasformare la vittima in un problema da gestire.
Il silenzio di chi subisce una violenza non può essere interpretato come assenza di bisogno. Spesso nasce dalla paura di non essere creduti, di peggiorare la situazione o di essere ulteriormente isolati.
Il voto che non spiega
Un’altra criticità riguarda la valutazione. Soltanto il 17,9 per cento degli studenti afferma di comprendere pienamente le ragioni del voto o del giudizio ricevuto. Il 56,2 per cento dichiara di non capire, almeno qualche volta, perché la propria valutazione sia diversa da quella di un compagno, mentre il 25,9 per cento considera incomprensibili alcuni voti troppo bassi.
Il problema, quindi, non è semplicemente l’esistenza del voto. Gli studenti chiedono che la valutazione sia comprensibile, coerente e capace di offrire indicazioni per migliorare.
Solo il 9,3 per cento afferma che tutti gli insegnanti illustrano i criteri utilizzati. Il 74,7 per cento viene spesso a conoscenza del voto attraverso il registro elettronico e il 57,6 per cento affronta prove in classe senza ricevere successivamente un vero riscontro.
Il registro elettronico può rendere più rapide le comunicazioni, ma non può sostituire il dialogo educativo. Un numero comparso sullo schermo informa sul risultato, ma non necessariamente aiuta lo studente a capire l’errore, riconoscere i progressi e individuare un percorso di crescita.
Valutare dovrebbe significare attribuire valore, non soltanto misurare una prestazione. L’autorevolezza dell’insegnante non viene indebolita dalla spiegazione dei criteri. Al contrario, diventa più credibile quando la decisione può essere compresa, anche se non sempre condivisa.
Una scuola che produce ansia
Il 71 per cento degli studenti considera la scuola una fonte continua di ansia e stress. Quando viene chiesto quale stato d’animo prevalga, il 51 per cento indica l’ansia e il 46 per cento la noia. La serenità viene scelta dal 25,8 per cento, la felicità dal 18,7 per cento e l’entusiasmo appena dall’8 per cento.
Il 35,5 per cento dichiara inoltre di avere saltato almeno una volta le lezioni per paura di una prova, pur essendo preparato.
Non ogni forma di tensione è negativa. Studiare richiede impegno, costanza, disciplina e capacità di affrontare anche ciò che appare difficile. Una scuola priva di richieste non aiuterebbe i ragazzi a crescere. Ma quando l’ansia diventa una condizione permanente, può compromettere l’apprendimento e trasformare ogni errore in una minaccia alla propria identità.
Occorre distinguere tra l’esigenza educativa e la pressione disordinata. Il rigore non coincide con l’accumulo delle verifiche, così come l’autorevolezza non deriva dalla paura. Una valutazione esigente può essere anche rispettosa, purché consenta allo studente di comprendere che il giudizio riguarda una prova e non il valore complessivo della persona.
L’incertezza davanti al futuro
Il 43,4 per cento degli studenti ritiene di non possedere informazioni, conoscenze e competenze sufficienti per scegliere consapevolmente il proprio futuro. Il problema rimane evidente anche tra gli iscritti al quinto anno, il 38,9 per cento dei quali dichiara di avere ancora bisogno di sostegno.
Tra coloro che intendono continuare gli studi, soltanto il 25,5 per cento ha già individuato il corso al quale iscriversi. Il 32,3 per cento conosce l’ambito generale di interesse, il 32,2 per cento è indeciso tra più possibilità e il 10 per cento non ha ancora affrontato concretamente la questione.
Anche il passaggio al lavoro mostra lacune operative. Più della metà si sente poco o per nulla capace di individuare le offerte; molti non ritengono di saper scrivere una lettera di presentazione, preparare un curriculum efficace o sostenere un colloquio.
L’orientamento non dovrebbe ridursi a una serie di incontri organizzati poco prima del diploma. Dovrebbe essere un percorso graduale di conoscenza di sé, delle proprie capacità e delle opportunità formative e professionali.
Orientare non significa scegliere al posto dei giovani, ma offrire loro gli strumenti per decidere liberamente. Significa anche evitare che il futuro venga determinato quasi automaticamente dalle condizioni economiche, culturali o sociali della famiglia.
Una scuola più concreta e coinvolgente
Il 45 per cento degli studenti chiede lezioni più interattive e dinamiche. Il 32 per cento vorrebbe programmi più attuali, il 31,9 per cento meno verifiche e il 30,3 per cento una riduzione delle ore di lezione. Il 57,3 per cento ritiene eccessiva la quantità dei compiti, mentre il 52,1 per cento si sente poco o per niente stimolato ad andare a scuola.
Sarebbe semplicistico interpretare queste risposte soltanto come il desiderio di studiare meno. I giovani sembrano chiedere soprattutto di comprendere il senso del lavoro scolastico e il rapporto tra ciò che studiano, la realtà nella quale vivono e il futuro che dovranno costruire.
Una didattica coinvolgente non è necessariamente più facile. Può essere molto esigente, ma rende lo studente parte attiva del processo di conoscenza. Laboratori, discussioni, ricerche, esperienze sul territorio e uso critico delle tecnologie possono affiancare la lezione tradizionale senza sostituire lo studio individuale e la necessaria acquisizione dei contenuti.
Ascoltare non significa rinunciare a educare
Il rapporto presenta anche un apparente paradosso. Dopo il diploma, la scuola viene valutata più positivamente: il 71,2 per cento dei diplomati considera buona o ottima l’esperienza vissuta, contro il 46,2 per cento degli studenti che ancora la frequentano. L’83,9 per cento riconosce l’utilità delle conoscenze acquisite e il 69,7 per cento considera importante per la vita ciò che ha imparato.
La distanza temporale permette probabilmente di riconoscere il valore di esperienze che, mentre vengono vissute, possono apparire faticose o prive di significato. Ma il ricordo positivo non cancella le criticità: rimangono l’ansia, l’insufficiente chiarezza delle valutazioni e la debolezza del dialogo nei momenti difficili.
Ascoltare gli studenti non significa consegnare loro la responsabilità di decidere programmi, criteri e regole. Educare comporta anche indicare limiti, proporre sacrifici e chiedere impegno. L’ascolto serve però a comprendere se quelle richieste siano intelligibili, proporzionate e orientate alla crescita.
La scuola ha bisogno dell’autorevolezza degli adulti, ma un’autorità autenticamente educativa non teme le domande. Sa spiegare, correggere e, quando necessario, mettere in discussione le proprie pratiche.
I dati del progetto Iride mostrano una scuola che conserva un grande valore nella vita dei giovani, ma che deve imparare a trasformare maggiormente la presenza degli adulti in accompagnamento, la valutazione in indicazione per crescere e la comunità scolastica in uno spazio realmente sicuro.
La domanda dei ragazzi non sembra essere quella di una scuola più debole. È la richiesta di una scuola più comprensibile, più giusta e più vicina: capace di preparare al futuro senza dimenticare la persona che sta crescendo nel presente.
Immagine : elaborazione originale realizzata con IA.