Il 22 settembre 1796 Napoleone assistette a Milano a una rappresentazione della tragedia Virginia, di Vittorio Alfieri
L’opera celebrava la resistenza al potere arbitrario, ma il suo autore avrebbe rifiutato anche la nuova oppressione sorta dagli ideali rivoluzionari
Il 22 settembre 1796, al Teatro della Canobbiana di Milano, venne rappresentata la Virginia di Vittorio Alfieri alla presenza di Napoleone Bonaparte. La tragedia, ispirata alla storia romana narrata da Tito Livio, era particolarmente adatta al clima politico del momento: raccontava la violenza del potere arbitrario e il sacrificio estremo compiuto per sottrarre una persona innocente alla volontà del tiranno.
L’episodio offre un punto di partenza significativo per rileggere uno dei temi centrali dell’opera alfieriana: la libertà come opposizione radicale a ogni forma di dominio. La coincidenza contiene anche un paradosso storico. Le tragedie di Alfieri furono accolte con entusiasmo negli ambienti rivoluzionari e repubblicani, ma lo scrittore non si lasciò trasformare nell’autore ufficiale di una nuova ideologia. Aveva avversato l’assolutismo delle monarchie e inizialmente guardato con speranza alla Rivoluzione francese; respinse poi la violenza rivoluzionaria e la dominazione esercitata dalla Francia sull’Italia.
La sua libertà non coincideva con l’adesione a un partito o con la sostituzione di un potere con un altro. Era anzitutto una disposizione morale: la volontà di non sottomettere la propria coscienza, la propria parola e la propria dignità a chi pretendeva obbedienza senza limiti.
La tirannide come potere senza responsabilità
Nato ad Asti nel 1749 e morto a Firenze l’8 ottobre 1803, Alfieri visse in un’Europa dominata dalle monarchie assolute. Proveniva da una famiglia aristocratica e avrebbe potuto condurre un’esistenza protetta dai privilegi del proprio ceto. Scelse invece di rendersi economicamente e politicamente indipendente dalla monarchia sabauda, rinunciando a una parte dei propri beni e all’appartenenza che lo legava al Regno di Sardegna.
La lotta contro la tirannide attraversa le sue tragedie, le poesie e le opere politiche. Nel trattato Della tirannide, composto nel 1777, Alfieri non identifica il tiranno soltanto con un sovrano particolarmente crudele. Tirannico è ogni governo nel quale chi esercita il potere può fare, modificare, sospendere o aggirare le leggi senza essere chiamato a risponderne.
Questa definizione conserva una sorprendente attualità. La tirannide non dipende soltanto dalla forma ufficiale dello Stato, ma dall’assenza di limiti effettivi al potere. Può manifestarsi quando la legge diventa uno strumento nelle mani di chi governa, quando le istituzioni non riescono più a controllarsi reciprocamente o quando il dissenso viene considerato una minaccia da eliminare.
La libertà, di conseguenza, non consiste semplicemente nel vivere senza regole. Richiede che nessuno possa collocarsi stabilmente al di sopra di esse. Senza responsabilità, trasparenza e limiti, anche un potere nato con intenzioni dichiaratamente giuste può degenerare.
La libertà come disciplina interiore
Alfieri non propone una visione comoda della libertà. Essere liberi, nella sua prospettiva, significa innanzitutto dominare la paura, l’interesse personale e la tentazione di adattarsi. Il potere tirannico non si conserva soltanto attraverso la forza: ha bisogno di complicità, silenzi, favori e abitudini all’obbedienza.
Per questo la sua denuncia riguarda anche i sudditi. L’oppressione si consolida quando le persone rinunciano alla responsabilità delle proprie scelte in cambio di sicurezza, protezione o vantaggi. Il tiranno e il servo diventano così le due figure complementari di una stessa degradazione morale.
È una concezione severa, talvolta estrema e aristocratica. Alfieri affida spesso la libertà a personalità eccezionali, capaci di opporsi da sole al potere. Nei suoi personaggi domina una volontà assoluta, pronta anche al sacrificio. Manca frequentemente lo spazio per la mediazione, per la gradualità delle riforme e per la costruzione paziente delle istituzioni democratiche.
Proprio questi limiti aiutano però a comprendere la forza della sua domanda: quanto è disposto a perdere un individuo pur di non consegnare la propria coscienza? La libertà non è soltanto un diritto da ricevere, ma una responsabilità da esercitare. Senza formazione morale, capacità critica e coraggio personale, anche le garanzie politiche possono diventare fragili.
Lo scrittore davanti al principe
Nel trattato Del principe e delle lettere, Alfieri affronta il rapporto tra cultura e potere. Lo scrittore autentico deve conservare la propria autonomia e non diventare il celebratore di chi governa. Se dipende economicamente e socialmente dal principe, rischia di trasformare la letteratura in adulazione e la ricerca della verità in propaganda.
Per Alfieri l’intellettuale non dovrebbe limitarsi a scegliere un padrone migliore. Dovrebbe sottrarsi alla dipendenza che gli impedisce di parlare liberamente. La sua parola ha valore proprio perché non viene concessa dal potere e non attende da esso una ricompensa.
Il problema è ancora riconoscibile nell’era dei media e delle piattaforme digitali. Il “principe” non è necessariamente una singola persona: può assumere la forma di un partito, di un gruppo economico, di un pubblico che premia soltanto ciò che conferma le proprie convinzioni o di un sistema algoritmico che decide quali parole rendere visibili.
L’autonomia dell’intellettuale non significa neutralità assoluta né assenza di valori. Significa rendere esplicite le proprie posizioni senza rinunciare alla verifica dei fatti e alla possibilità di criticare anche il campo al quale ci si sente più vicini. La fedeltà principale dovrebbe restare rivolta alla verità e alla dignità della persona.
Dalla rivoluzione alla nuova oppressione
Il rapporto di Alfieri con la Rivoluzione francese mostra la coerenza e, insieme, le tensioni del suo pensiero. Salutò inizialmente la caduta dell’assolutismo come una possibile affermazione della libertà. L’esperienza diretta degli eventi francesi, la violenza del Terrore e l’espansionismo militare lo condussero però a un giudizio sempre più duro.
Non poteva accettare che la libertà fosse invocata per giustificare un nuovo dominio. Se il potere rivoluzionario riproduce l’arbitrio che aveva promesso di abbattere, cambia il nome del governante ma non la condizione dei governati.
La rappresentazione della Virginia alla presenza di Napoleone assume quindi, osservata retrospettivamente, un significato quasi simbolico. Un’opera contro la tirannide veniva celebrata davanti all’uomo che avrebbe presto concentrato nelle proprie mani un potere immenso. Alfieri non poteva essere facilmente arruolato: il suo criterio non era l’appartenenza politica del sovrano, ma la libertà concreta dell’individuo davanti al potere.
Una lezione per il presente
Il pensiero alfieriano non può essere trasferito senza mediazioni nel nostro tempo. La democrazia contemporanea richiede istituzioni, partecipazione, pluralismo e compromessi che la sua visione titanica tendeva a lasciare sullo sfondo. La libertà non può dipendere soltanto dall’eroismo di pochi individui eccezionali.
Resta però essenziale la sua diffidenza verso ogni potere che pretenda di non avere limiti. Alfieri ricorda che una causa dichiarata giusta non rende automaticamente giusti tutti i mezzi impiegati per affermarla. Anche chi sostiene di agire in nome del popolo, della sicurezza o del progresso deve accettare controlli, critiche e responsabilità.
Nel rapporto tra fede e ragione, la sua opera permette inoltre di riconoscere un terreno morale condiviso: la persona non può essere ridotta a strumento del potere. La coscienza conserva una dignità che precede l’obbedienza politica e impedisce di considerare lecito tutto ciò che l’autorità comanda.
Vittorio Alfieri continua così a interrogarci non perché abbia consegnato una teoria completa della democrazia, ma perché ha posto con radicalità una domanda che ogni società deve affrontare: quanto spazio siamo disposti a cedere al potere prima di accorgerci che la libertà è stata svuotata? La sua risposta fu esigente: la libertà sopravvive soltanto quando qualcuno conserva il coraggio di pensare, parlare e assumersi la responsabilità di non obbedire all’ingiustizia.
Immagiine : Ritratto di Vittorio Alfieri, opera di François Xavier Fabre.