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Lo Hobbit : la forza che non ha bisogno di dominare

Lo Hobbit Tolkien

Pubblicato il 21 settembre 1937, il romanzo di Tolkien Lo Hobbit affida il destino della storia a Bilbo Baggins : un protagonista vulnerabile che vince attraverso libertà, misericordia e capacità di rinunciare al possesso

Quando Lo Hobbit venne pubblicato il 21 settembre 1937, Bilbo Baggins apparve ai lettori come un protagonista molto diverso dagli eroi tradizionali. Non era un guerriero, non possedeva una forza eccezionale e non aveva ricevuto un’educazione destinata al comando. Viveva comodamente nella propria casa, amava la tranquillità, i pasti regolari e un’esistenza protetta dalle sorprese.

Ottantanove anni dopo, proprio questa distanza dal modello dell’eroe invincibile continua a rendere Bilbo una figura attuale. Tolkien non affida la possibilità di cambiare la storia al personaggio più potente, ma a quello apparentemente meno adatto all’impresa. La piccolezza dello hobbit non è soltanto fisica: indica la sua marginalità rispetto alle grandi forze che si contendono ricchezze, territori e prestigio.

Bilbo parte perché viene chiamato a uscire da ciò che conosce. Non smette immediatamente di avere paura e non si trasforma improvvisamente in un combattente. Il suo coraggio cresce mentre cammina, sbaglia, osserva e impara a decidere. L’avventura non cancella la sua fragilità, ma gli permette di scoprire che essere vulnerabili non significa essere irrilevanti.

Un eroe che non desidera diventarlo

All’inizio del romanzo, Bilbo non possiede alcuna delle caratteristiche che sembrerebbero necessarie per accompagnare Gandalf e i tredici nani verso la Montagna Solitaria. La missione consiste nel recuperare il regno e il tesoro sottratti dal drago Smaug: un’impresa segnata dal pericolo, dalla memoria di un’ingiustizia e dal desiderio di restaurare ciò che è stato perduto.

Bilbo viene coinvolto quasi contro le proprie abitudini. Il suo viaggio comincia con una frattura nella normalità domestica. Deve lasciare la sicurezza della casa e affrontare una realtà nella quale le sue certezze non bastano più.

Tolkien costruisce così una concezione del coraggio lontana dall’assenza di paura. Bilbo ha paura molte volte, desidera tornare indietro e non nasconde la propria inadeguatezza. Eppure continua. Il coraggio non consiste nel sentirsi sempre forti, ma nel riconoscere un bene possibile e compiere il passo necessario anche quando non si dispone di tutte le garanzie.

Questa trasformazione non conduce Bilbo al culto della propria grandezza. Egli acquisisce capacità, autonomia e autorevolezza, ma conserva una qualità decisiva: non identifica il proprio valore con la forza che può esercitare sugli altri.

La misericordia davanti a Gollum

Uno dei momenti più significativi del viaggio avviene nell’incontro con Gollum. Bilbo si trova nelle profondità delle montagne, solo e minacciato. Grazie all’anello potrebbe colpire la creatura senza essere visto e liberarsi definitivamente del pericolo. Decide invece di risparmiarla.

La misericordia, in quella situazione, non è passività. Bilbo comprende la miseria di Gollum, la sua solitudine e la degradazione prodotta dal possesso dell’anello. Non nega il pericolo che rappresenta, ma rifiuta di ucciderlo quando avrebbe la possibilità di fuggire.

Questa scelta acquisterà un significato ancora maggiore nella successiva costruzione narrativa della Terra di Mezzo. Una decisione compiuta nell’oscurità, lontano dagli eserciti e dagli sguardi, produrrà conseguenze che Bilbo non può prevedere. Il gesto apparentemente più piccolo si inserisce in una storia molto più vasta.

Tolkien suggerisce così che la misericordia non è estranea all’efficacia storica. Non è soltanto un sentimento privato né una rinuncia ad agire. Può interrompere una logica nella quale il male viene affrontato adottandone gli stessi mezzi. Bilbo salva Gollum, ma in quel momento preserva inconsapevolmente anche una possibilità per il futuro.

Il tesoro che comincia a possedere chi lo possiede

La Montagna Solitaria custodisce immense ricchezze, ma il tesoro non rappresenta semplicemente il premio finale dell’avventura. Intorno all’oro di Smaug emergono desiderio, memoria, rivendicazione e avidità. Ciò che dovrebbe restituire libertà rischia di creare una nuova prigionia.

Thorin Scudodiquercia ha motivi comprensibili per reclamare il regno dei propri padri. Tuttavia, avvicinandosi al tesoro, la sua giusta aspirazione viene progressivamente deformata dalla volontà di possederlo interamente. Il potere dell’oro non agisce soltanto su chi lo ha rubato: può corrompere anche chi ritiene di averne pieno diritto.

Bilbo comprende che il conflitto sta conducendo nani, uomini ed elfi verso una guerra. Di fronte all’ostinazione di Thorin, prende una decisione rischiosa: consegna l’Arkengemma a Bard e al Re degli Elfi affinché possa essere usata nella trattativa.

Il gesto può apparire come un tradimento. In realtà Bilbo accetta di perdere la fiducia dei compagni pur di tentare di impedire una catastrofe. Non rivendica per sé il tesoro più prezioso e non usa ciò che ha scoperto per accrescere il proprio potere. Rinuncia al vantaggio personale e si assume la responsabilità della scelta.

La libertà di Bilbo si manifesta proprio nella capacità di non lasciarsi definire dal possesso. Egli attraversa il regno dell’oro senza diventare servo dell’oro.

La piccolezza come libertà

Bilbo non cambia la storia perché possieda un potere nascosto superiore a quello degli altri. La sua forza nasce anche dal fatto che non desidera dominare. Può vedere ciò che sfugge ai personaggi concentrati sulla vittoria, sull’onore e sulla ricchezza perché il suo sguardo rimane legato alle realtà semplici: la casa, l’amicizia, il cibo condiviso e la possibilità di tornare alla vita ordinaria.

La sua piccolezza diventa una forma di libertà interiore. Chi non ha bisogno di dimostrare continuamente la propria grandezza può riconoscere il valore degli altri. Chi non considera il possesso come fondamento della propria identità può rinunciare a qualcosa per salvare una relazione o impedire una violenza.

Il romanzo non idealizza però la debolezza in quanto tale. Bilbo deve imparare, assumersi rischi e sviluppare capacità concrete. La bontà priva di coraggio non sarebbe sufficiente. Ma anche il coraggio, separato dalla misericordia e dal discernimento, potrebbe trasformarsi in una nuova forma di dominio.

Una visione attraversata dalla fede

Tolkien non concepiva le proprie storie come allegorie nelle quali ogni personaggio dovesse corrispondere direttamente a un’idea religiosa. La sua immaginazione era tuttavia profondamente attraversata dalla fede cattolica e da una visione del mondo nella quale umiltà, libertà, provvidenza e misericordia possiedono un valore reale.

In Lo Hobbit non viene formulata una dottrina esplicita. Eppure la storia mostra che il bene può agire attraverso persone delle quali i potenti non si accorgono. Le decisioni moralmente decisive non coincidono sempre con le grandi battaglie: possono avvenire in una caverna, davanti a una creatura indifesa, oppure nel gesto con cui qualcuno rinuncia a trattenere ciò che potrebbe possedere.

Questa prospettiva avvicina la narrazione di Tolkien a un’intuizione centrale della tradizione cristiana: la grandezza umana non dipende dal dominio esercitato, ma dalla libertà con cui si sceglie il bene. Il piccolo non prevale perché diventa identico al potente. Incide sulla storia proprio perché conserva una logica differente.

Tornare a casa senza tornare indietro

Alla fine dell’avventura, Bilbo ritorna nella Contea. Ritrova la propria casa, ma non è più la stessa persona che l’aveva lasciata. Ha conosciuto la paura, l’amicizia, la perdita e la tentazione del potere. Ha scoperto di poter essere coraggioso senza smettere di amare la pace.

Il viaggio non gli insegna a disprezzare la vita quotidiana. Gli permette di comprenderne più profondamente il valore. Tornare a casa non significa cancellare ciò che è accaduto, ma custodire la trasformazione prodotta dall’incontro con il mondo.

A ottantanove anni dalla pubblicazione, Lo Hobbit continua così a parlare a una società affascinata dalla visibilità, dalla competizione e dalla forza. Bilbo ricorda che una persona apparentemente marginale può cambiare il corso degli eventi quando conserva la libertà di scegliere, la misericordia davanti al nemico e il coraggio di rinunciare al potere.

La storia non appartiene soltanto ai grandi, ai vincitori o a coloro che occupano il centro della scena. Talvolta la sua direzione dipende da chi è abbastanza piccolo da attraversare inosservato il territorio del potere, senza permettere al potere di impadronirsi del proprio cuore.

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