Nel libro di Saul Justin Newman una critica radicale alla ricerca sull’estrema longevità e all’industria dell’anti-aging
Dietro la promessa di vivere sempre più a lungo emerge una domanda più profonda: stiamo cercando di comprendere l’invecchiamento o di esorcizzare la paura della morte ?
Vivere più a lungo è uno dei desideri più antichi dell’umanità. Vivere per sempre, o almeno rallentare drasticamente l’invecchiamento, è invece diventato negli ultimi anni anche un enorme mercato: integratori, diete, biohacking, test genetici, dispositivi indossabili, terapie sperimentali e programmi personalizzati promettono di avvicinare una vita più lunga e più sana.
Ma quanto sappiamo davvero della longevità umana ? È la domanda provocatoria posta da Saul Justin Newman in Morbid: Debunking Modern Longevity Science, un libro che sottopone a una critica radicale alcune delle convinzioni più diffuse sulla possibilità di raggiungere età eccezionalmente avanzate e, soprattutto, sulla qualità dei dati utilizzati per studiarle.
Newman è un ricercatore interdisciplinare dell’University of Oxford Institute of Population Ageing e dell’University College London Centre for Longitudinal Studies. Nel 2024 ha ricevuto l’Ig Nobel per le sue ricerche sui dati relativi alle persone che avrebbero raggiunto età eccezionalmente elevate.
Il punto di partenza di Morbid è semplice ma potenzialmente dirompente: che cosa accade se alcuni dei dati fondamentali sui quali costruiamo le teorie della longevità non sono affidabili?
Il problema dei supercentenari
Gran parte del fascino della ricerca sulla longevità nasce dai cosiddetti supercentenari, persone che avrebbero superato i 110 anni. Studiarne il patrimonio genetico, l’alimentazione, lo stile di vita e l’ambiente potrebbe teoricamente consentire di individuare i fattori che favoriscono una vita eccezionalmente lunga.
Ma prima di chiedersi perché una persona abbia vissuto 110 o 115 anni bisognerebbe essere certi che abbia realmente raggiunto quell’età. Ed è proprio qui che Newman individua il problema.
La documentazione relativa alle persone nate più di un secolo fa può essere incompleta, contraddittoria o ricostruita a distanza di molti anni. Registri anagrafici distrutti, errori di trascrizione, omonimie, documenti tardivi e persino frodi previdenziali possono produrre distorsioni statistiche che diventano enormi quando si analizzano fenomeni estremamente rari.
Il problema non è soltanto aneddotico. Una ricerca dello stesso Newman sui record di longevità estrema ha evidenziato associazioni paradossali tra presunta presenza di centenari o supercentenari e condizioni come povertà, minore aspettativa di vita e documentazione anagrafica meno affidabile. In altre parole, almeno in alcuni casi, ciò che appare come un mistero biologico potrebbe essere prima di tutto un problema di qualità dei dati.
Quando un piccolo errore diventa una grande scoperta
La questione è metodologicamente importante. Se una persona di 50 anni viene registrata erroneamente come se ne avesse 60, l’errore può essere statisticamente quasi irrilevante in una popolazione composta da milioni di individui. Quando però si arriva alle età estreme, dove il numero delle persone realmente esistenti diminuisce drasticamente, anche pochissimi errori possono alterare profondamente il campione.
È una lezione che va molto oltre lo studio dell’invecchiamento. Nell’epoca dei big data e dell’intelligenza artificiale siamo abituati ad attribuire grande valore alla quantità dei dati. Morbid ricorda invece un principio elementare della ricerca scientifica: un’enorme quantità di dati non compensa necessariamente dati di cattiva qualità. Un algoritmo sofisticatissimo applicato a informazioni sbagliate può semplicemente produrre errori più sofisticati.
Il mito delle Blue Zones
Uno degli obiettivi più controversi della critica di Newman riguarda le celebri Blue Zones, aree geografiche nelle quali sarebbe presente una concentrazione eccezionale di persone molto longeve. Sardegna, Okinawa e altre località sono diventate negli anni simboli di un modello di vita capace, almeno secondo una narrazione molto popolare, di favorire la longevità attraverso alimentazione, attività fisica, relazioni sociali e abitudini quotidiane.
Newman invita però a distinguere attentamente tra due questioni. Che un’alimentazione equilibrata, il movimento, le relazioni sociali e la riduzione di comportamenti nocivi possano contribuire alla salute è sostenuto da un’enorme quantità di ricerca medica. Ben diverso è sostenere che determinate comunità rappresentino una sorta di laboratorio naturale della longevità estrema e che sia possibile ricavarne una formula trasferibile altrove.
Il caso di Okinawa è particolarmente interessante. Una parte significativa dei registri civili dell’isola fu distrutta durante la Seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita. Newman considera questo elemento fondamentale per valutare l’affidabilità delle statistiche relative alle età più elevate.
La sua critica non dimostra che ogni centenario registrato in queste aree sia inesistente né che ogni ricerca sulle Blue Zones sia priva di valore. Solleva però una questione scientificamente imprescindibile: prima di cercare le cause di un fenomeno bisogna essere certi che il fenomeno sia stato misurato correttamente.
Dalla scienza all’industria della longevità
È qui che il discorso diventa particolarmente interessante anche dal punto di vista culturale ed etico. L’invecchiamento non è più soltanto un tema medico. Intorno alla promessa di rallentarlo si è sviluppato un vasto ecosistema economico nel quale convivono ricerca scientifica seria, medicina preventiva, sperimentazioni legittime, marketing, influencer e promesse molto più difficili da dimostrare.
Il confine può diventare sottile. Una ricerca preliminare condotta su animali può trasformarsi sui social network nella promessa di una futura terapia anti-aging. Una correlazione osservata in un piccolo campione può diventare una regola universale. Un’abitudine riscontrata in una popolazione longeva può trasformarsi in una dieta, un integratore o un prodotto commerciale.
Il metodo scientifico procede invece attraverso dubbi, verifiche, replicazioni e possibilità di confutazione. Proprio ciò che rende affidabile la scienza — la sua prudenza — la rende spesso meno attraente della certezza offerta dal marketing.
La paura della morte come mercato
Dietro tutto questo esiste però una questione ancora più profonda. Perché siamo così affascinati dalla promessa di vivere 100, 120 o magari 150 anni ? La ricerca medica che consente di prevenire malattie, ridurre la sofferenza e aumentare gli anni vissuti in buona salute rappresenta una delle grandi conquiste della civiltà contemporanea. Il problema nasce quando la cura della vita si trasforma nel rifiuto della sua finitezza.
La morte, progressivamente allontanata dagli spazi quotidiani delle società occidentali, ritorna allora sotto un’altra forma: come problema tecnico da risolvere. Se l’invecchiamento diventa semplicemente un difetto biologico, ogni ruga può essere percepita come una sconfitta e ogni anno guadagnato come una vittoria. La vita rischia così di essere misurata esclusivamente attraverso la sua durata. Ma una vita più lunga non coincide necessariamente con una vita migliore.
Non soltanto quanti anni, ma quali anni
La vera sfida della medicina e della società dovrebbe probabilmente essere meno spettacolare: non inseguire semplicemente il record dell’età massima, ma permettere a un numero sempre maggiore di persone di vivere più a lungo in salute, autonomia e dignità.
Ciò riporta il discorso dalle promesse individuali alle responsabilità collettive. Aspettativa di vita e salute dipendono anche dalla qualità dell’assistenza sanitaria, dall’istruzione, dalle condizioni economiche, dall’ambiente, dall’inquinamento, dalla sicurezza, dall’alimentazione disponibile e dalle reti sociali. Concentrarsi esclusivamente sulle strategie individuali di ottimizzazione biologica rischia di far dimenticare questi fattori.
È certamente più suggestivo immaginare una molecola capace di rallentare l’invecchiamento che discutere di prevenzione, povertà, medicina territoriale o qualità dell’ambiente. Ma proprio le soluzioni meno spettacolari possono produrre gli effetti più importanti sulla vita reale delle persone.
Il valore del dubbio
Morbid è quindi interessante non soltanto come libro sull’invecchiamento. È anche un libro sul metodo scientifico e sul valore del dubbio. La scienza non diventa più debole quando mette in discussione i propri risultati. Diventa più forte. Verificare un certificato di nascita può sembrare molto meno affascinante che sequenziare il genoma di un supercentenario. Ma se quel certificato è sbagliato, tutta la sofisticazione tecnologica successiva rischia di poggiare su una premessa falsa.
È una lezione particolarmente attuale in una società nella quale dati, statistiche e algoritmi influenzano sempre più le nostre decisioni. La domanda corretta, davanti a un’affermazione straordinaria, non dovrebbe essere soltanto “quali conclusioni possiamo trarne?”, ma prima ancora: quanto sono affidabili i dati sui quali quella conclusione è costruita?
Accettare il limite non significa rinunciare alla ricerca
Criticare l’ossessione per la longevità non significa auspicare meno ricerca sull’invecchiamento. Al contrario. Comprendere i processi biologici che conducono al declino dell’organismo può permettere di prevenire patologie neurodegenerative, cardiovascolari, oncologiche e metaboliche e di migliorare enormemente la qualità della vita delle persone anziane.
Ma esiste una differenza fondamentale tra curare l’uomo e inseguire il sogno di eliminare ogni limite della condizione umana. Forse il contributo più interessante del libro di Newman sta proprio qui. Dietro la sua critica ironica e talvolta corrosiva alla moderna scienza della longevità emerge una domanda che non appartiene soltanto alla biologia.
Vogliamo vivere più a lungo per avere più tempo da vivere, amare, conoscere e costruire relazioni, oppure stiamo trasformando la durata stessa dell’esistenza in un nuovo parametro di prestazione ? La medicina può e deve continuare ad aggiungere vita agli anni e, quando possibile, anni alla vita. Ma nessuna statistica potrà dirci che cosa renda quegli anni realmente degni di essere vissuti.
Qui troviamo il limite che nessuna tecnologia della longevità potrà superare: la quantità della vita può essere misurata; il suo significato no.
Immagine elaborata con Intelligenza Artificiale.