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Storie di Mobbing, Lavoro

Cassazione : diritti del lavoratore e azioni estorsive dei datori di lavoro

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Il richiamo della Corte di Cassazione sui limiti del potere datoriale, sulle sue condotte estorsive, e sulla libertà e i diritti del lavoratore

La Sentenza n. 37362 del 17 novembre 2025 della Corte di Cassazione rappresenta un intervento giurisprudenziale di grande rilievo, che torna ad approfondire il confine tra diritti del lavoratore, responsabilità datoriale e contorni del mobbing e delle condotte vessatorie nei luoghi di lavoro. In un contesto in cui, nei mesi recenti, si è intensificato il dibattito su tutela, prevenzione e responsabilità, questa pronuncia assume un valore significativo anche per le prospettive normative e sociali sul tema.

Il caso : estorsione e condotta datoriale

Con la sentenza n. 37362/2025, la Suprema Corte ha confermato una pronuncia di merito che ha ritenuto configurabile il reato di estorsione a carico del datore di lavoro nel caso in cui quest’ultimo, approfittando di una posizione dominante nel mercato del lavoro, abbia costretto lavoratori ad accettare condizioni retributive peggiorative rispetto a quanto pattuito o abbia adottato misure ritorsive nei confronti di chi reclamava diritti retributivi.

Questa decisione indica un orientamento giurisprudenziale secondo cui, nei rapporti di lavoro, non possono essere tollerate pressioni o condizioni discriminatorie che finiscano per ridurre la libertà del lavoratore di far valere i propri diritti, sotto pena di profili di natura penale oltreché civile.

Implicazioni sul piano del mobbing e della prevenzione

Pur non trattandosi di una pronuncia direttamente incentrata sul mobbing, la sentenza n. 37362/2025 si inserisce in un quadro giurisprudenziale più ampio in cui la Cassazione sta ridefinendo l’ambito di tutela dei lavoratori anche al di là della definizione tradizionale di mobbing. Recenti decisioni della Suprema Corte hanno infatti chiarito che il datore di lavoro può essere ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 2087 del Codice Civile non solo quando vi sia un piano persecutorio sistematico, ma anche quando sia tollerato un ambiente lavorativo stressogeno o caratterizzato da pressioni indebite e atteggiamenti discriminatori.

In quest’ottica, ciò che conta non è soltanto l’etichetta giuridica di “mobbing”, bensì l’effettivo impatto sulla dignità, sulla salute e sulle condizioni di lavoro del dipendente. Le pronunce più recenti invitano i giudici di merito a valutare l’ambiente complessivo, le relazioni, l’organizzazione e le pressioni interne comprese quelle non necessariamente intenzionali, che possano incidere negativamente sul lavoratore.

Mobbing, diritti e tutela della persona

Nel dibattito culturale e giuridico italiano, il tema del mobbing e delle molestie psicologiche sul lavoro è spesso accompagnato da interpretazioni erronee o semplificate. È fondamentale ricordare che la tutela del lavoratore non può essere messa in discussione impropriamente, né le azioni giudiziarie volte a far valere diritti costituzionalmente garantiti possono essere relegate a mere pretese vessatorie. In questo senso, come già evidenziato da analisi pubblicate su Fede e Ragione, è importante chiarire che i ricorsi legittimi presentati dal lavoratore non costituiscono “ricatti” nei confronti dell’azienda, mentre minacce di provvedimenti disciplinari o di licenziamento finalizzate a intimidire sono invece atti reali di pressione illecita. Vedi sul tema Mobbing: i ricorsi non sono ricatti, lo sono minacce di provvedimenti e licenziamento.

Questa distinzione è cruciale per comprendere la differenza tra esercizio legittimo di diritti e condotte penalmente rilevanti, che possono sfociare non solo in responsabilità civile, ma anche in profili penali come quelli affrontati nella sentenza n. 37362/2025.

La petizione per una legge contro il mobbing

Parallelamente all’evoluzione giurisprudenziale, cresce anche la mobilitazione sociale per un intervento normativo mirato. Su Change.org è attiva una petizione che chiede una legge contro il mobbing e a sostegno delle vittime, con l’obiettivo di colmare il vuoto di disciplina specifica in Italia e rafforzare strumenti di prevenzione, tutela e sanzione per comportamenti illeciti sul lavoro.

La petizione sottolinea l’urgenza di una normativa chiara e organica che vada oltre l’interpretazione giurisprudenziale, integrando principi di tutela del lavoratore, responsabilità datoriale e misure di sostegno per chi subisce vessazioni, discriminazioni o pressioni indebite.

Verso una tutela integrata

La Sentenza n. 37362 del 17 novembre 2025 della Corte di Cassazione non solo conferma l’indirizzo rigoroso nei confronti di comportamenti illeciti da parte dei datori di lavoro, ma si inserisce anche in un contesto giurisprudenziale che riconosce un’ampia tutela della persona nel rapporto di lavoro. Il quadro legislativo italiano, pur non avendo ancora una norma specifica sul mobbing, vede nella giurisprudenza e nella crescente sensibilità sociale strumenti sempre più solidi per proteggere i lavoratori.

Per lavoratori, professionisti ed esperti del diritto del lavoro, queste evoluzioni sottolineano l’importanza di comprendere e difendere i diritti fondamentali in azienda, incentivando al contempo un approccio culturale volto alla prevenzione e alla responsabilità.

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