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Lavoro

Stress sul lavoro, Cassazione : risarcimento anche senza mobbing intenzionale

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Mobbing e straining : con la Sentenza 31367/2025 la Corte di Cassazione chiarisce la responsabilità datoriale nei casi di clima lavorativo mortificante

La sentenza n. 31367/2025 della Corte di Cassazione introduce un principio fondamentale per la tutela dei lavoratori: il risarcimento per stress lavorativo può essere riconosciuto anche quando non c’è un intento persecutorio, e quindi anche in assenza di mobbing in senso tecnico.
Secondo i giudici, ciò che rileva non è la volontà del datore di lavoro o dei superiori, ma le condizioni oggettive dell’ambiente lavorativo e i loro effetti sulla salute psicofisica del dipendente.

Stress lavorativo e mobbing : la differenza che cambia poco sul piano del risarcimento

La Cassazione ribadisce che il mobbing richiede una pluralità di atti ostili, sistematici e intenzionali. Tuttavia, la tutela del lavoratore non si esaurisce in questa definizione.
Quando il contesto aziendale diventa:

  • umiliante,

  • emarginante,

  • sproporzionato rispetto ai doveri lavorativi,

  • non conforme agli standard di sicurezza psicologica,

il danno da stress può essere riconosciuto indipendentemente dal dolo datoriale.

La Corte sottolinea che il datore di lavoro è tenuto, secondo l’art. 2087 del Codice Civile, a garantire condizioni di lavoro sicure e rispettose della dignità. La mancanza di tutela – anche non intenzionale – può quindi generare responsabilità.

La questione è il clima aziendale, non le intenzioni del datore di lavoro

Nella sentenza 31367/2025, la Cassazione stabilisce che il giudice deve valutare il clima complessivo in cui il lavoratore opera.
Se l’ambiente è diventato “mortificante o comunque non ideale”, al punto da provocare:

  • ansia,

  • stress cronico,

  • disturbi psicosomatici,

  • riduzione della capacità lavorativa,

l’azienda può essere condannata al risarcimento. Il datore risponde quindi per omissione, perché non ha adottato misure organizzative idonee a prevenire il disagio.

Questa impostazione amplia la tutela del lavoratore e limita possibili difese basate sull’assenza di intenti persecutori.

Cosa deve dimostrare il lavoratore per ottenere il risarcimento

Secondo la Cassazione, non occorre provare una strategia persecutoria, ma tre elementi precisi:

1. L’esistenza di un ambiente lavorativo dannoso

Devono emergere disfunzioni organizzative, comportamenti scorretti, pressioni indebite, isolamento o svalutazione professionale.

2. Il nesso causale

Il lavoratore deve dimostrare che lo stress o il danno alla salute deriva da quel contesto.

3. Il danno effettivo

Documentato con certificazioni mediche, testimonianze, relazioni specialistiche o episodi oggettivi. In questa prospettiva, il giudice non valuta più solo l’intenzionalità dell’azienda, ma la sua capacità di prevenire o correggere la situazione nociva.

Obblighi dell’azienda : prevenzione, vigilanza e gestione del personale

La sentenza richiama l’obbligo datoriale di:

  • monitorare il benessere organizzativo,

  • intervenire su conflitti interni,

  • evitare sovraccarichi di lavoro ingiustificati,

  • formare i responsabili sulle corrette relazioni professionali,

  • proteggere la dignità del dipendente.

La mancata attivazione di questi strumenti, anche se non intenzionale, è sufficiente per configurare responsabilità civile.

Implicazioni per lavoratori e aziende : cosa cambia dopo la 31367/2025

Per i lavoratori, il principio stabilito dalla Cassazione rappresenta una tutela più ampia:
non è necessario dimostrare un complotto o un mobbing strutturato; basta provare che l’ambiente ha provocato stress dannoso.

Per le aziende, invece, questa sentenza impone un rafforzamento delle politiche interne di benessere e prevenzione.
Ignorare segnali di disagio o tensione interna può avere conseguenze legali significative, anche senza volontà persecutoria.

Una Sentenza che amplia la tutela della salute psicologica

Con la sentenza 31367/2025, la Corte di Cassazione ribadisce che la salute psicologica è un diritto fondamentale del lavoratore e che la responsabilità dell’azienda non dipende dalle intenzioni, ma dalla concretezza delle condizioni operative.

L’orientamento è destinato ad avere un impatto forte sulla giurisprudenza futura e sulle politiche HR, perché conferma che il benessere lavorativo non è un optional:
è un obbligo giuridico, oltre che etico.

Vedi pure:

Vi invitiamo a firmare, sulla piattaforma Change.org, la Petizione per una Legge anti mobbing.

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