Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Diritti e inclusione

Stalking e cyberstalking : le patologie di chi perseguita e i danni che provoca

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Atti persecutori e stalking non nascono soltanto da relazioni sentimentali concluse o non corrisposte

Possono derivare da vendetta, conflitti professionali, rivalità, invidie, odio ideologico, desiderio patologico di controllo, interessi economici o impulsi predatori. Nel mondo digitale si aggiungono haters, profili falsi, campagne diffamatorie e molestie coordinate

Telefonate insistenti, pedinamenti, appostamenti, minacce, regali non desiderati e tentativi continui di imporre un contatto. Nell’ambiente digitale si aggiungono profili falsi, accessi abusivi agli account, sorveglianza degli spostamenti, pubblicazione di informazioni private, campagne diffamatorie e coinvolgimento di amici, familiari, colleghi o semplici utenti della rete.

Lo stalking non coincide necessariamente con la ricerca di una relazione sentimentale. Può manifestarsi all’interno di rapporti di lavoro, conflitti di vicinato, controversie familiari, rivalità professionali, contrasti economici o campagne ideologiche. Può colpire persone comuni, medici, insegnanti, giornalisti, amministratori, personaggi pubblici, dipendenti, imprenditori e professionisti.

Il fenomeno ha motivazioni molto diverse, ma presenta un elemento ricorrente: la volontà di invadere lo spazio della vittima e di condizionarne progressivamente la libertà. Lo stalker può cercare amore, riconoscimento, vendetta, obbedienza, paura o semplice controllo. La persecuzione diventa uno strumento attraverso il quale l’autore tenta di imporre la propria presenza a qualcuno che non la desidera.

Non esiste un unico profilo psicopatologico

Parlare di profili psicopatologici richiede cautela. Non tutti gli autori di stalking presentano un disturbo mentale e nessuna diagnosi psichiatrica conduce automaticamente a comportamenti persecutori. La maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta e non commette reati.

Una diagnosi può essere formulata soltanto dopo una valutazione clinica individuale. Non può essere dedotta automaticamente da messaggi, litigi, pubblicazioni sui social o racconti indiretti. Le tipologie utilizzate in psicologia forense e criminologia servono a comprendere motivazioni e schemi comportamentali, non a etichettare a distanza una persona.

In alcuni casi possono essere presenti tratti narcisistici, paranoidi, borderline, antisociali o dipendenti. In altri emergono disturbi psicotici, convinzioni deliranti, abuso di sostanze, depressione, difficoltà nel controllo degli impulsi o gravi problemi nella gestione della rabbia. Possono inoltre comparire gelosia patologica, rigidità cognitiva, scarsa empatia e incapacità di riconoscere la prospettiva altrui.

Questi elementi non costituiscono una causa unica dello stalking. Il comportamento persecutorio nasce dall’interazione tra caratteristiche personali, storia relazionale, circostanze, motivazioni, accesso alla vittima e capacità di rispettare i limiti.

Lo stalker che non accetta la fine di una relazione

Una delle situazioni più note riguarda la persona che non accetta la conclusione di un legame sentimentale. Il rifiuto viene vissuto come un’umiliazione, un tradimento o un torto che deve essere riparato. L’autore può alternare richieste di riconciliazione, dichiarazioni affettuose, accuse, ricatti emotivi e minacce.

In questi casi il linguaggio dell’amore può nascondere una volontà di possesso. La frase “voglio soltanto parlare” viene ripetuta anche quando l’altra persona ha chiaramente chiesto di non essere più contattata. Il bisogno di ricevere una risposta diventa più importante della libertà della vittima.

La persecuzione può continuare anche quando lo stalker non desidera realmente ricostruire il rapporto. Il suo obiettivo può essere impedire alla vittima di vivere serenamente, iniziare una nuova relazione o liberarsi definitivamente dal controllo dell’ex partner. Questa è però soltanto una delle possibili origini dello stalking.

Lo stalker rancoroso e vendicativo

Un’altra tipologia è rappresentata dallo stalker rancoroso. L’autore ritiene di avere subito un’ingiustizia e costruisce progressivamente la propria identità intorno alla necessità di ottenere una riparazione. Il torto può essere reale, esagerato oppure interamente immaginato.

La vittima può essere un ex collega, un superiore, un vicino, un familiare, un professionista, un amministratore di condominio, un medico, un avvocato, un giornalista o un funzionario pubblico. L’autore invia reclami ripetitivi, messaggi accusatori, diffide, minacce o comunicazioni a persone estranee alla controversia.

Non si limita più a contestare una decisione, ma cerca di punire chi considera responsabile della propria sofferenza. Ogni risposta viene letta come una provocazione; il silenzio, invece, come la conferma di un complotto o di una volontà persecutoria.

Il risentimento può diventare totalizzante. La persona trascorre molto tempo a raccogliere informazioni, scrivere accuse, controllare la vittima e cercare alleati. La controversia originaria perde progressivamente importanza: al centro rimane il bisogno di danneggiare l’avversario.

Stalking professionale e nei luoghi di lavoro

Gli atti persecutori possono nascere anche in un ambiente professionale, senza alcuna componente sentimentale. Un dipendente può perseguitare un collega, un responsabile o un ex datore di lavoro dopo un licenziamento, un mancato avanzamento, una valutazione negativa o una controversia sindacale.

Anche un cliente, un paziente o un utente può sviluppare un’ostilità ossessiva verso il professionista dal quale ritiene di non avere ricevuto il trattamento desiderato. Medici, psicologi, insegnanti, avvocati, giornalisti e operatori dei servizi pubblici possono diventare il bersaglio di contatti insistenti e campagne denigratorie.

Il persecutore può inviare comunicazioni a superiori, colleghi, clienti e familiari della vittima; pubblicare recensioni false; attribuirle illeciti o comportamenti immorali; controllarne gli orari oppure presentarsi ripetutamente sul luogo di lavoro.

Quando queste condotte avvengono all’interno di un’organizzazione possono sovrapporsi a mobbing, molestie, discriminazioni o ritorsioni. I concetti non sono però equivalenti: lo stalking richiede la reiterazione di condotte persecutorie e la produzione degli eventi previsti dalla legge, mentre il mobbing riguarda una sistematica strategia vessatoria nel contesto lavorativo, da valutare secondo presupposti specifici.

Conflitti familiari, di vicinato ed economici

Lo stalking può svilupparsi all’interno di controversie ereditarie, separazioni familiari, affidamento dei figli, conflitti tra parenti o discussioni condominiali. Un contrasto inizialmente circoscritto può trasformarsi in controllo degli spostamenti, appostamenti, registrazioni, fotografie, minacce e contatti rivolti a persone vicine alla vittima.

Anche debiti, rapporti commerciali e rivalità economiche possono generare condotte persecutorie. In questi casi la molestia può avere una finalità strumentale: costringere qualcuno a pagare, rinunciare a un diritto, lasciare un immobile, ritirare una denuncia o abbandonare un’attività professionale.

La motivazione economica non riduce la gravità degli effetti psicologici. La vittima può sentirsi sorvegliata e minacciata anche quando l’autore dichiara di voler soltanto ottenere denaro o far valere una pretesa.

La fissazione verso personaggi pubblici e professionisti

Personaggi pubblici, giornalisti, artisti, politici, religiosi, medici e docenti possono diventare il centro di una fissazione. L’autore può convincersi di avere con loro un rapporto speciale, non riconosciuto pubblicamente, oppure interpretarli come responsabili di problemi personali o collettivi.

Nel primo caso può emergere la figura del cercatore di intimità, talvolta associata a convinzioni erotomaniche o deliranti. Un gesto pubblico, una frase generica o persino il silenzio vengono letti come messaggi personali. Ogni smentita può essere reinterpretata come necessità di proteggere una relazione segreta.

In altri casi la figura pubblica diventa il simbolo di un sistema odiato. La persecuzione non nasce dal desiderio di una relazione, ma dall’ostilità politica, religiosa, culturale o ideologica. Minacce, insulti e sorveglianza vengono giustificati dall’autore come una forma di lotta o di denuncia.

La notorietà della vittima può facilitare l’accesso a informazioni su eventi, spostamenti e relazioni. La comunicazione pubblica necessaria per svolgere il proprio lavoro può essere trasformata in materiale utile alla persecuzione.

Lo stalker predatorio

Il profilo predatorio è meno frequente ma particolarmente pericoloso. L’autore non cerca una riconciliazione e non rivendica necessariamente un torto. Osserva la vittima, ne studia le abitudini, raccoglie informazioni e prepara un possibile contatto, un’aggressione o una violenza sessuale.

Il controllo può iniziare senza che la vittima si accorga di nulla. Fotografie, geolocalizzazione, orari di lavoro, percorsi abituali e contenuti pubblicati online consentono di ricostruire la sua routine.

In questo profilo possono emergere freddezza, capacità di pianificazione, assenza di empatia e tratti antisociali. L’apparente silenzio non deve essere necessariamente interpretato come assenza di rischio, perché l’autore potrebbe essere impegnato nell’osservazione o nella preparazione.

Haters, aggressività online e cyberstalking

La figura dell’hater non coincide automaticamente con quella dello stalker. Un commento offensivo isolato, per quanto grave o illecito, non integra necessariamente una persecuzione. L’elemento decisivo è la trasformazione dell’ostilità in una condotta reiterata, mirata e capace di invadere la vita della vittima.

Alcuni haters cercano visibilità, approvazione o divertimento attraverso la provocazione. Altri agiscono per ragioni ideologiche, politiche, razziali, religiose, professionali o personali. La distanza offerta dallo schermo riduce la percezione delle conseguenze e favorisce la disinibizione: parole che difficilmente sarebbero pronunciate faccia a faccia vengono pubblicate davanti a un pubblico potenzialmente enorme.

L’hater può concentrarsi progressivamente su una sola persona, controllarne ogni pubblicazione, intervenire in tutte le discussioni, creare account alternativi dopo essere stato bloccato e cercare informazioni sulla sua vita privata. Può contattare amici, clienti o datori di lavoro per danneggiarne la reputazione.

Quando l’aggressione diventa sistematica, l’odio online può trasformarsi in cyberstalking. L’obiettivo non è più esprimere un’opinione, ma inseguire la vittima attraverso piattaforme differenti, impedendole di sottrarsi alla presenza dell’autore.

Le campagne coordinate e l’effetto branco

La persecuzione digitale può essere compiuta anche da più persone. Un utente può pubblicare dati personali della vittima, indicare i suoi profili e invitare implicitamente o esplicitamente altri a colpirla. Si crea così una campagna di molestie nella quale decine o centinaia di soggetti inviano messaggi, minacce e accuse.

Il cosiddetto effetto branco riduce il senso di responsabilità individuale. Ogni partecipante può considerare il proprio messaggio irrilevante, senza comprendere che per la vittima esso fa parte di una pressione cumulativa e continua.

La molestia collettiva può essere alimentata da una notizia falsa, da un contenuto estratto dal contesto o dalla rappresentazione della vittima come nemico morale. Chi partecipa ritiene talvolta di compiere un’azione giusta, punendo pubblicamente una persona considerata colpevole.

Questa forma di disimpegno morale è particolarmente pericolosa. L’aggressore non si percepisce come persecutore, ma come membro di una comunità che difende una causa. La convinzione di agire per un bene superiore può rendere più difficile riconoscere i limiti e interrompere la condotta.

Non ogni critica coordinata costituisce stalking e il dissenso, anche duro, rimane tutelato entro i limiti della legge. La situazione cambia quando si passa dal confronto sulle idee alla sorveglianza della persona, alla diffusione dei suoi dati, alle minacce e alla pressione finalizzata a distruggerne la vita privata o professionale.

Profili falsi, furto di identità e sorveglianza digitale

Il cyberstalker può creare profili falsi per osservare la vittima dopo essere stato bloccato, fingere di essere un’altra persona o pubblicare contenuti a suo nome. Può utilizzare fotografie sottratte, manipolate o generate artificialmente per costruire narrazioni false.

Nei casi più invasivi accede abusivamente alla posta elettronica, ai social network, ai servizi cloud o ai pannelli di gestione di siti e blog. Può leggere conversazioni, sottrarre documenti, cancellare contenuti, modificare password o utilizzare l’account della vittima per comunicare con terzi.

La sorveglianza può avvenire attraverso applicazioni installate sui dispositivi, sistemi di localizzazione, account familiari condivisi, automobili connesse o servizi che registrano la posizione. Anche le pubblicazioni di amici e conoscenti possono rivelare dove si trova una persona.

La tecnologia attribuisce alla persecuzione una dimensione continua. La vittima può essere raggiunta in casa, al lavoro, durante un viaggio e persino mentre dorme. Il telefono, che dovrebbe essere uno strumento di comunicazione e sicurezza, diventa la porta attraverso la quale lo stalker entra ripetutamente nella sua vita.

Le distorsioni cognitive di chi perseguita

Indipendentemente dalla motivazione, diversi stalker condividono modalità distorte di interpretare la realtà. Una delle più comuni è la convinzione di avere diritto a una risposta. Il silenzio della vittima viene considerato offensivo o provocatorio, anziché una scelta da rispettare.

Un’altra distorsione consiste nel trasformare il rifiuto in ambiguità. Lo stalker interpreta blocchi, denunce e richieste di interruzione dei contatti come tentativi di attirare l’attenzione, prove di sentimenti nascosti oppure conseguenze dell’influenza negativa di terze persone.

È frequente anche l’attribuzione esterna della responsabilità. L’autore si considera costretto ad agire dal comportamento della vittima: sostiene che, se questa rispondesse, spiegasse, pagasse, ammettesse una colpa o interrompesse una nuova relazione, la persecuzione finirebbe.

In questo modo lo stalker trasferisce sulla vittima la responsabilità delle proprie scelte. Ma nessuna frustrazione, separazione, controversia professionale o divergenza politica autorizza a controllare e intimidire un’altra persona.

I danni psicologici e la perdita della libertà

Gli effetti dello stalking dipendono dalla durata, dall’intensità, dal rapporto con l’autore e dalla percezione del rischio. La vittima può sviluppare ipervigilanza, insonnia, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, attacchi di panico e sintomi depressivi o traumatici.

Ogni notifica può provocare paura. Un’automobile parcheggiata, un rumore sul pianerottolo o una persona intravista per strada possono essere interpretati come segnali della presenza dell’autore. La vittima non sa quando arriverà il nuovo contatto e vive in una condizione di allerta continua.

Il danno più profondo è spesso la limitazione della libertà. Per evitare il persecutore, la persona cambia percorsi e orari, rinuncia a uscire, limita la propria presenza online, sostituisce il numero telefonico o abbandona luoghi familiari. Nei casi più gravi può cambiare casa, lavoro o città.

Si aggiungono danni economici e professionali: giornate di lavoro perse, spese legali e psicologiche, sostituzione dei dispositivi, installazione di sistemi di sicurezza e perdita di clienti. Recensioni false e campagne diffamatorie possono compromettere una reputazione costruita in molti anni.

Anche familiari, amici e colleghi possono essere coinvolti. Lo stalker li contatta per raccogliere informazioni, diffondere accuse o costringerli a prendere posizione. La vittima rischia così di essere isolata proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di sostegno.

I reati connessi allo stalking e al cyberstalking

L’articolo 612-bis del Codice penale punisce le condotte reiterate di minaccia o molestia quando producono almeno uno degli eventi previsti dalla norma: un perdurante e grave stato di ansia o paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di una persona vicina oppure la necessità di modificare le proprie abitudini di vita.

Non è necessario che si verifichino tutte queste conseguenze. Non è neppure indispensabile una diagnosi di malattia psichiatrica: assume rilievo l’effetto destabilizzante prodotto dall’insieme delle condotte.

L’impiego di strumenti informatici o telematici può assumere valore aggravante. La persecuzione realizzata attraverso social network, messaggi, email e account falsi non è meno concreta di quella fisica.

A seconda dei comportamenti, possono configurarsi anche minacce, molestie, accesso abusivo a sistemi informatici, sostituzione di persona, diffamazione, trattamento illecito di dati, danneggiamento, interferenze illecite nella vita privata, diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite o altri reati. La qualificazione giuridica dipende sempre dalle circostanze del caso concreto.

Il reato di atti persecutori è normalmente procedibile a querela, salvo i casi nei quali la legge prevede la procedibilità d’ufficio. Prima di presentare querela, quando ne ricorrono i presupposti, la vittima può chiedere l’ammonimento del Questore, una misura preventiva finalizzata a interrompere le condotte ed evitare un’escalation.

Conservare le prove senza esporsi a ulteriori rischi

Chi subisce cyberstalking può essere tentato di cancellare immediatamente messaggi e contenuti. È una reazione comprensibile, ma potrebbe eliminare elementi utili per ricostruire la sequenza persecutoria.

È opportuno conservare email, messaggi, registri delle chiamate, indirizzi dei profili, collegamenti, date e orari. Gli screenshot possono essere utili, ma nei casi complessi potrebbe essere necessario acquisire i contenuti con modalità che ne tutelino integrità e provenienza.

Cambiare password, attivare l’autenticazione a più fattori, verificare le sessioni aperte, aggiornare i dispositivi e controllare la condivisione della posizione può ridurre l’accesso dell’autore. Quando il rischio è elevato, queste operazioni dovrebbero essere valutate insieme alle forze dell’ordine o a professionisti competenti, perché la perdita improvvisa del controllo potrebbe provocare una reazione dello stalker.

In presenza di pericolo immediato occorre chiamare il 112. Il 1522, servizio pubblico gratuito attivo ventiquattro ore su ventiquattro, offre ascolto e orientamento alle donne vittime di violenza e stalking.

Comprendere le motivazioni non significa giustificarle

Studiare i profili psicopatologici e le motivazioni degli stalker aiuta a valutare il rischio e a individuare interventi adeguati. Non significa giustificare le condotte né spostare la responsabilità sulla vittima.

Una possibile sofferenza psichica non cancella la gravità degli atti compiuti. Allo stesso tempo, la sola risposta punitiva può non essere sufficiente quando sono presenti disturbi psichiatrici, dipendenze o gravi difficoltà nel controllo degli impulsi. In questi casi possono essere necessari trattamento clinico, vigilanza e programmi specifici rivolti agli autori.

La prevenzione parte dal riconoscimento di un principio essenziale: nessuno ha diritto di imporre la propria presenza a un’altra persona. Questo vale nelle relazioni affettive, nei luoghi di lavoro, nei conflitti familiari, nelle controversie economiche e nel confronto politico.

La libertà di espressione non comprende il diritto di perseguitare, sorvegliare, minacciare o distruggere la reputazione altrui. Nell’era digitale, rispettare la dignità della persona significa anche non trasformare account, dati, fotografie e reti sociali in strumenti di controllo.

Stalking, cyberstalking e campagne degli haters producono danni perché restringono progressivamente lo spazio vitale della vittima. Contrastare questi fenomeni significa restituire alle persone il diritto di comunicare, lavorare, muoversi e vivere senza sentirsi continuamente osservate o minacciate.

Immagine creata con IA.

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