Cervello : una ricerca pubblicata su Nature mostra come l’attività cerebrale risponda a musica, meditazione e immagini
Uno studio pubblicato su Nature mostra che, durante gli effetti della psilocibina, l’attività cerebrale segue schemi diversi mentre una persona riposa, medita, ascolta musica o guarda un film. La scoperta invita a considerare insieme il cervello, l’esperienza vissuta e l’ambiente
La stessa musica può suscitare emozioni profonde oppure passare quasi inosservata. Dipende dal momento, dall’attenzione, dai ricordi e da ciò che stiamo vivendo. Il rapporto tra cervello e ambiente, però, è difficile da studiare: una misurazione dell’attività cerebrale registra segnali fisici, mentre il significato di un’esperienza appartiene anche al racconto della persona.
Un gruppo di ricercatori ha affrontato questa difficoltà osservando che cosa accade durante gli effetti della psilocibina, una sostanza psichedelica studiata anche per possibili applicazioni nella salute mentale. La ricerca non riguarda il funzionamento ordinario del cervello in qualunque circostanza. Esamina una condizione particolare, nella quale il rapporto tra percezione, attenzione e ambiente può cambiare in modo marcato.
Riposo, meditazione, musica e immagini
Allo studio hanno preso parte 62 adulti senza precedenti esperienze con sostanze psichedeliche. I ricercatori hanno registrato la loro attività cerebrale mediante risonanza magnetica funzionale ed elettroencefalografia, prima e nel giorno della somministrazione di psilocibina. Durante le registrazioni, i partecipanti hanno attraversato quattro situazioni: riposo, meditazione guidata, ascolto di musica e visione di un breve filmato.
La differenza tra queste condizioni è essenziale per capire la ricerca. Il cervello non veniva osservato come se fosse isolato dal mondo, ma mentre la persona prestava attenzione a stimoli o attività differenti. Gli studiosi hanno poi confrontato i segnali registrati con quanto i partecipanti riferivano della propria esperienza.
L’analisi ha individuato, durante gli effetti della sostanza, schemi di attività cerebrale organizzati in rapporto alla situazione vissuta. Secondo gli autori, alcune misure tradizionali, che riassumono l’attività lungo un intervallo di tempo, rischiavano di non cogliere questa organizzazione dinamica. Il risultato non autorizza a dire che una certa musica produca sempre una determinata risposta: mostra che il contesto conta nell’interpretazione di quanto osservato.
Quando cambia il confine tra sé e ambiente
In alcuni partecipanti, gli schemi legati al contesto erano più evidenti quando l’esperienza veniva descritta come una minore separazione dall’ambiente circostante. I ricercatori hanno messo in relazione questi racconti con i dati cerebrali e con cambiamenti di atteggiamento riferiti il giorno successivo.
Si tratta di un punto affascinante, che richiede precisione. Una scansione non permette di leggere direttamente ciò che una persona prova, né può stabilire il significato personale di un’esperienza. I questionari raccolgono un racconto soggettivo; la risonanza e l’elettroencefalografia rilevano aspetti dell’attività cerebrale. La ricerca cerca relazioni tra queste misure, senza renderle equivalenti.
Anche parole come unità o connessione, usate per descrivere alcune esperienze, vanno lette nel loro contesto scientifico. Indicano il modo in cui i partecipanti hanno riferito di sentirsi in quel momento. Non dimostrano da sole una tesi filosofica o spirituale sulla coscienza e sul rapporto fra la persona e il mondo.
Una scoperta che pone domande alla medicina
Lo studio può contribuire alla progettazione delle future ricerche cliniche sugli psichedelici. Se l’esperienza varia anche in relazione alla musica, alle attività e alle condizioni in cui si trova la persona, descrivere con cura l’ambiente sperimentale diventa parte del lavoro scientifico. Lo stesso vale per l’attenzione prestata al sostegno umano durante una situazione potenzialmente intensa.
Occorre tuttavia distinguere questa prospettiva da una conclusione terapeutica. I partecipanti erano adulti sani; lo studio osservava soprattutto gli effetti della psilocibina e non verificava se musica o meditazione curino la depressione. Inoltre, la ricerca era condotta senza che partecipanti e ricercatori ignorassero quale condizione venisse osservata. I risultati richiedono quindi ulteriori verifiche prima di essere trasferiti alla pratica clinica.
La questione più ampia riguarda il modo in cui comprendiamo la mente. Lo studio ricorda che l’attività cerebrale si svolge sempre nella vita di qualcuno: una persona che ascolta, guarda, ricorda, interpreta e attribuisce significato a ciò che accade. Prendere sul serio questa dimensione non riduce il rigore della ricerca. Chiede, al contrario, misure accurate e attenzione per l’esperienza umana che quelle misure cercano di comprendere.
Fonte Nature.
Immagine creata con IA.