Il 28 settembre, Giornata internazionale per l’accesso universale alle informazioni, richiama un principio essenziale per la democrazia: ogni persona deve poter cercare e ottenere informazioni
Nell’era degli algoritmi, però, l’accesso da solo non basta. Occorrono strumenti per distinguere i fatti dalle manipolazioni e partecipare consapevolmente alla vita pubblica
Il 28 settembre si celebra la Giornata internazionale per l’accesso universale alle informazioni. La ricorrenza invita a riflettere su una domanda semplice, ma decisiva: una persona può davvero esercitare i propri diritti se non conosce le decisioni che la riguardano, i dati su cui si basano e le possibilità di far sentire la propria voce?
L’accesso alle informazioni è una condizione della libertà. Permette ai cittadini di comprendere l’azione delle istituzioni, ai giornalisti di svolgere il proprio lavoro, ai ricercatori di condividere conoscenze e a ciascuno di prendere decisioni più consapevoli. Riguarda questioni quotidiane come la salute, la scuola e il lavoro, così come le scelte collettive sull’ambiente, sulle risorse pubbliche e sul futuro delle comunità.
Il diritto di sapere rende possibile la partecipazione
Una democrazia non vive soltanto nel momento del voto. Ha bisogno di persone che possano conoscere, discutere e valutare ciò che accade tra un’elezione e l’altra. Se documenti e dati di interesse pubblico restano difficili da trovare o da comprendere, il confronto si impoverisce e cresce la distanza tra cittadini e istituzioni.
Rendere disponibile un’informazione, tuttavia, non significa sempre renderla accessibile. Un documento pubblicato in un linguaggio incomprensibile, un sito impossibile da usare per una persona con disabilità o una procedura digitale che esclude chi non possiede le competenze necessarie possono trasformare un diritto riconosciuto in un’opportunità soltanto teorica. L’accesso universale richiede attenzione anche alla chiarezza, alle lingue, ai formati e alle condizioni concrete delle persone.
È una questione di dignità, prima ancora che di tecnologia. Chi fatica a ottenere informazioni sulla propria salute o su un servizio pubblico non affronta soltanto un ostacolo burocratico: vede ridursi la propria possibilità di scegliere e di agire.
Molte informazioni, poca chiarezza
Internet ha ampliato enormemente la quantità di contenuti disponibili. Oggi una ricerca può restituire in pochi istanti documenti, notizie, immagini e opinioni che un tempo sarebbero stati difficili da raggiungere. Questa abbondanza rappresenta una possibilità straordinaria, ma non garantisce da sola una conoscenza migliore.
Un contenuto può essere facile da trovare e tuttavia essere falso, incompleto o presentato fuori contesto. Una notizia importante può essere sommersa da messaggi più emozionanti. Un dato corretto può diventare fuorviante se non vengono spiegati il periodo a cui si riferisce, il metodo con cui è stato raccolto e i suoi limiti. Per questo il diritto di accedere alle informazioni deve accompagnarsi alla capacità di interpretarle.
In questo spazio il giornalismo ha una responsabilità precisa: verificare, contestualizzare, correggere gli errori e rendere comprensibili fatti complessi senza semplificarli fino a deformarli. Anche la scuola e la formazione permanente hanno un ruolo essenziale. Imparare a porre domande, confrontare documenti e riconoscere ciò che ancora non si sa è parte della cittadinanza.
La nuova sfida dell’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale può aiutare a tradurre testi, riassumere documenti estesi, rendere consultabili archivi e facilitare l’accesso alla conoscenza. Può essere particolarmente utile quando riduce barriere linguistiche o pratiche che, finora, hanno escluso molte persone.
Gli stessi strumenti, però, possono produrre risposte persuasive ma inesatte, attribuire a un documento affermazioni che non contiene o generare immagini e voci difficili da distinguere da quelle autentiche. Inoltre, i sistemi che selezionano e ordinano i contenuti influenzano ciò che vediamo per primo e ciò che rischiamo di non vedere affatto. Diventa quindi ancora più importante poter risalire ai documenti originali e capire su quali elementi si fonda un’affermazione.
La tecnologia può rendere più semplice incontrare un’informazione. Il giudizio umano resta necessario per valutarla, metterla in relazione con altre conoscenze e decidere responsabilmente come usarla.
Fede, ragione e ricerca della verità
Per Fede e Ragione, questa giornata offre anche l’occasione di riflettere sul valore umano della ricerca della verità. La ragione chiede prove, distingue i fatti dalle interpretazioni e riconosce i propri limiti. La fede, quando prende sul serio la dignità della persona, richiama alla responsabilità di non manipolare l’altro e di non sfruttarne la paura o la fragilità.
Nessuna di queste esigenze autorizza a imporre una risposta al posto di una ricerca onesta. Una società aperta ha bisogno di libertà di espressione, di pluralismo e della disponibilità a correggere le proprie convinzioni quando emergono elementi nuovi. Informare bene significa anche ammettere le incertezze, senza trasformarle in un pretesto per rinunciare a comprendere.
La Giornata internazionale per l’accesso universale alle informazioni ricorda dunque un compito che dura tutto l’anno: aprire gli archivi, rendere leggibili le decisioni pubbliche, superare le barriere digitali e difendere un’informazione affidabile. Il diritto di sapere trova pieno significato quando ogni persona può usare ciò che conosce per scegliere con libertà e partecipare alla vita comune.
Pagina UNESCO sulla Giornata internazionale per l’accesso universale alle informazioni
Pagina web delle Nazioni Unite sulla ricorrenza
Immagine originale creata con Intelligenza Artificiale.