Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Intelligenza artificiale

Pensare con l’IA senza smettere di pensare : che cosa accade alla nostra mente ?

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L’intelligenza artificiale può diventare memoria esterna, assistente e partner cognitivo. Ma se deleghiamo alle macchine proprio lo sforzo attraverso il quale impariamo a ragionare, rischiamo di utilizzare strumenti sempre più intelligenti esercitando sempre meno la nostra intelligenza

La sfida non è rinunciare all’IA, ma imparare a usarla senza rinunciare al pensiero
L’intelligenza artificiale può riassumere un libro, cercare informazioni, confrontare documenti, tradurre una lingua, risolvere un problema, scrivere codice, proporre un’argomentazione e ricordare al nostro posto una quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe conservare nella propria memoria. È difficile immaginare di rinunciare a possibilità di questo genere. Ma proprio la loro utilità apre una domanda meno immediata: che cosa accade alle nostre capacità cognitive quando una parte crescente del lavoro mentale può essere delegata a una macchina?

Un approfondimento pubblicato da Nature il 23 settembre 2026 affronta il problema partendo dalle ricerche disponibili su memoria, ragionamento, apprendimento e pensiero critico. Non emerge una semplice conclusione secondo la quale «l’IA ci rende stupidi». La situazione è molto più interessante e complessa: gli strumenti possono facilitare l’apprendimento oppure ridurre lo sforzo cognitivo necessario a produrlo, a seconda di come vengono utilizzati.

È una distinzione fondamentale. La questione non è stabilire se dobbiamo utilizzare l’intelligenza artificiale, ma che cosa possiamo delegarle senza perdere la capacità di fare autonomamente ciò che deleghiamo.

Il paradosso dello strumento intelligente

Ogni tecnologia modifica alcune capacità umane. La scrittura ha permesso di trasferire una parte della memoria fuori dalla mente. I libri hanno moltiplicato la quantità di conoscenza accessibile. Le calcolatrici ci hanno liberato da numerose operazioni aritmetiche. I motori di ricerca hanno trasformato il rapporto con l’informazione.

L’intelligenza artificiale introduce però qualcosa di diverso per ampiezza e profondità. Non esternalizziamo più soltanto informazioni o calcoli: possiamo delegare parti del processo attraverso il quale elaboriamo quelle informazioni. Possiamo chiedere a una macchina non soltanto quando sia avvenuto un evento storico, ma di spiegarcene le cause; non soltanto di trovare un documento, ma di confrontarlo con altri; non soltanto di correggere una frase, ma di costruire un’intera argomentazione.

Lo strumento entra così nel territorio del ragionamento ed emerge un paradosso: quanto più lo strumento diventa intelligente, tanto meno lavoro cognitivo potrebbe essere richiesto all’utilizzatore.

Lo sforzo non è sempre uno spreco

Nella cultura dell’efficienza siamo abituati a considerare positivamente qualsiasi tecnologia che consenta di ottenere lo stesso risultato con meno fatica. Se una macchina compie in trenta secondi un lavoro che richiedeva tre ore, sembra irrazionale scegliere deliberatamente la strada più lenta. Ma nell’apprendimento lo sforzo non rappresenta necessariamente un’inefficienza da eliminare.

Provare a ricordare, commettere un errore, cercare una soluzione, confrontare ipotesi differenti, costruire un’argomentazione e accorgersi che non funziona sono attività che contribuiscono alla formazione delle capacità cognitive. Come osservano gli studiosi interpellati da Nature, l’apprendimento deriva dal processamento cognitivo e questo processo richiede spesso fatica. Se l’IA elimina proprio quel passaggio, possiamo ottenere il risultato senza aver sviluppato completamente la capacità necessaria a produrlo autonomamente. È la differenza tra ricevere una risposta e imparare a costruirla.

Senza Intelligenza Artificiale peggiorano le performance

Un risultato citato da Nature rende particolarmente evidente il problema. In uno studio sugli studenti delle scuole secondarie, l’accesso a un sistema generativo simile a ChatGPT migliorava la capacità di risolvere problemi matematici mentre lo strumento era disponibile. Ma, una volta eliminato l’accesso all’IA, alcuni studenti ottenevano risultati peggiori rispetto a quelli che non l’avevano utilizzata.

Non significa che ogni utilizzo dell’IA produca questo effetto. La stessa letteratura scientifica è ancora troppo recente per consentire conclusioni definitive e gli studi disponibili producono risultati differenti. Ma l’esempio suggerisce una distinzione importante: una tecnologia può migliorare la nostra prestazione senza necessariamente migliorare la nostra capacità.

Se utilizziamo una bicicletta, percorriamo una distanza più velocemente che a piedi, ma non per questo diventiamo corridori migliori. Analogamente, ottenere una risposta migliore grazie all’IA non significa necessariamente aver migliorato il nostro ragionamento. Prestazione aumentata e competenza personale non sono la stessa cosa.

La memoria fuori di noi

Il problema riguarda anche la memoria. Gli esseri umani hanno sempre utilizzato strumenti esterni per ricordare: tavolette, manoscritti, libri, archivi, fotografie, agende e computer. Internet ha trasformato ulteriormente questa dinamica: spesso non ricordiamo un’informazione, ma ricordiamo dove possiamo trovarla.

L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un nuovo passaggio. Non è soltanto un archivio nel quale recuperiamo qualcosa. Può organizzare l’informazione per noi, sintetizzarla, collegarla ad altre informazioni e riproporcela nel contesto appropriato. Diventa una sorta di memoria esterna dinamica.

Questo può ampliare enormemente le nostre capacità. Un ricercatore può interrogare migliaia di documenti, un giornalista confrontare rapidamente fonti differenti, un medico accedere a quantità di letteratura impossibili da memorizzare integralmente. Ma proprio perché possiamo ricordare meno direttamente, diventa importante capire quali conoscenze debbano continuare a essere interiorizzate, perché senza una base di conoscenza personale diventa anche più difficile valutare ciò che la macchina ci restituisce.

Per verificare l’IA dobbiamo sapere qualcosa

Qui emerge un secondo paradosso. Una delle risposte più comuni ai problemi dell’intelligenza artificiale è: «Bisogna verificare quello che dice». È corretto. Ma per verificare bisogna possedere conoscenze e capacità di giudizio indipendenti dallo strumento che stiamo verificando.

Se deleghiamo progressivamente all’IA l’acquisizione delle conoscenze, l’analisi e la costruzione dell’argomentazione, rischiamo di indebolire proprio gli strumenti cognitivi necessari per accorgerci quando l’IA sbaglia.

La competenza umana diventa quindi più importante, non meno. Quanto più potente diventa l’assistente, tanto maggiore deve essere la capacità dell’utilizzatore di comprenderne risultati, limiti ed errori.

Il pensiero critico non esiste nel vuoto

L’approfondimento di Nature mette in evidenza anche un’altra questione spesso trascurata: il pensiero critico non è semplicemente una capacità generale che possiamo applicare nello stesso modo a qualsiasi argomento. Per ragionare criticamente occorre anche conoscere la materia sulla quale stiamo ragionando.

Un medico esperto in neurologia non possiede automaticamente la stessa capacità diagnostica in cardiologia. Uno storico valuta una fonte attraverso conoscenze e metodologie differenti da quelle utilizzate da un fisico per interpretare un esperimento.

Questo significa che non possiamo sostituire l’acquisizione delle conoscenze con un generico «imparare a ragionare». Per pensare criticamente servono entrambe le cose: conoscenze e capacità di utilizzarle. Ed è precisamente qui che l’IA può rappresentare sia un’opportunità sia un rischio.

Non chiedere soltanto risposte

La differenza potrebbe dipendere soprattutto dal modo in cui interagiamo con questi sistemi. Se chiediamo continuamente all’IA di fornirci il prodotto finito — risposta, riassunto, soluzione, interpretazione — riduciamo il nostro coinvolgimento cognitivo.

Possiamo però utilizzarla in maniera differente: chiederle di mettere alla prova un ragionamento, proporre obiezioni, mostrarci spiegazioni alternative, formulare domande, individuare punti deboli, confrontare fonti o costringerci a difendere una posizione.

In questo secondo scenario l’IA non sostituisce necessariamente il pensiero: può diventare uno strumento attraverso il quale esercitarlo. Anche alcune ricerche esaminate da Nature indicano che gli strumenti di IA possono favorire l’apprendimento quando non forniscono semplicemente risposte già pronte, ma stimolano gli studenti a ragionare e risolvere problemi. La differenza non è quindi soltanto nella tecnologia: è nella relazione che costruiamo con essa.

Dall’assistente al partner cognitivo

Potremmo allora immaginare l’intelligenza artificiale non come un sostituto della mente, ma come un partner cognitivo. Un partner non dovrebbe pensare al nostro posto: dovrebbe permetterci di pensare meglio.

L’IA può ampliare la quantità di informazioni che possiamo considerare contemporaneamente, aiutarci a esplorare ipotesi, individuare relazioni che non avevamo notato e sottoporre le nostre idee a un confronto continuo.

In questa prospettiva l’obiettivo non è preservare artificialmente un mondo precedente all’intelligenza artificiale. Sarebbe probabilmente impossibile e forse neppure auspicabile. La questione è progettare un rapporto nel quale l’aumento delle capacità della macchina produca anche un aumento delle possibilità della persona: non una delega progressiva della mente, ma un’estensione controllata delle sue possibilità.

Educare nell’epoca dell’IA

È soprattutto nella scuola e nell’università che questa distinzione diventerà decisiva. Se un sistema può scrivere un saggio, risolvere un problema o preparare una presentazione, assegnare semplicemente quel prodotto come prova dell’apprendimento potrebbe perdere progressivamente significato.

Nature racconta il caso di un docente che si è reso conto che un agente IA poteva completare praticamente tutte le attività previste dal suo corso senza che lo studente fosse realmente coinvolto dal punto di vista intellettuale.

La risposta non può essere soltanto vietare l’intelligenza artificiale. Potrebbe essere necessario ripensare ciò che valutiamo: non soltanto il prodotto finale, ma il processo attraverso il quale una persona costruisce un’idea, affronta un problema, modifica un’ipotesi e giustifica una conclusione.

Anche un editoriale di Nature pubblicato nello stesso giorno sottolinea che, proprio nell’epoca dell’IA, il ruolo degli insegnanti nel trasmettere il valore e persino il piacere del pensare e dell’imparare rimane essenziale.

Magnifica Humanitas e la centralità della persona

Il problema incontra direttamente la riflessione proposta da Leone XIV nella Magnifica Humanitas: l’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento ordinato alla dignità, alla libertà e allo sviluppo integrale della persona. Applicato alla dimensione cognitiva, questo principio assume un significato molto concreto.

Una tecnologia che ci consente di fare di più non è automaticamente una tecnologia che ci rende più liberi. La libertà richiede anche la capacità di comprendere, valutare e scegliere. Se diventassimo completamente dipendenti da sistemi che producono per noi informazioni, interpretazioni e decisioni, potremmo ottenere un’enorme efficienza rinunciando progressivamente a una parte della nostra autonomia cognitiva.

Il criterio non dovrebbe quindi essere soltanto: quanto lavoro può svolgere l’IA al posto nostro? Dovremmo domandarci anche: quali capacità vogliamo continuare a possedere noi?

Leggi anche gli articoli Fede e Ragione :

Fede e ragione nell’era delle macchine intelligenti

Per Fede e Ragione il problema possiede anche una dimensione antropologica. La ragione non è semplicemente uno strumento per produrre rapidamente risposte corrette. È una dimensione attraverso la quale la persona cerca la verità, interpreta l’esperienza, esercita la libertà e costruisce responsabilmente le proprie decisioni.

La fede stessa, nella tradizione cristiana, non richiede l’abbandono della ragione. Presuppone una persona capace di interrogarsi, discernere, confrontarsi con il dubbio e scegliere liberamente. Una società nella quale le risposte diventano sempre più facili non dovrebbe quindi avere paura delle domande difficili. Al contrario, potrebbe averne ancora più bisogno.

Conservare il diritto alla fatica

Forse uno dei paradossi dell’intelligenza artificiale sarà proprio questo: dovremo imparare a non automatizzare tutto ciò che può essere automatizzato. Non perché la fatica possieda un valore in sé, né perché le tecnologie precedenti fossero necessariamente migliori, ma perché alcune difficoltà fanno parte del processo attraverso il quale costruiamo capacità che desideriamo conservare.

Possiamo utilizzare l’IA per ricordare senza rinunciare alla memoria, per scrivere senza rinunciare alla capacità di esprimerci, per analizzare senza rinunciare al giudizio e per ragionare senza rinunciare al pensiero.

La sfida dell’umanesimo digitale potrebbe essere precisamente questa: costruire macchine capaci di pensare con noi senza trasformarci progressivamente in persone che non hanno più bisogno di pensare.

L’intelligenza artificiale può diventare uno degli strumenti cognitivi più potenti mai costruiti dall’umanità. Proprio per questo la domanda decisiva non riguarda soltanto ciò che riusciremo a farle fare, ma ciò che, anche potendo delegarlo, sceglieremo ancora di imparare a fare noi stessi.

Immagine creata con Intelligenza Artificiale.

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