A Parigi il Papa richiama educazione, scienza e cultura alla difesa della dignità della persona
L’intelligenza artificiale può mettere in relazione enormi quantità di dati, ma non risponde alle domande sul significato della vita. Il rischio è attribuire sempre più qualità umane alle macchine mentre valutiamo gli esseri umani secondo efficienza e produttività
Che cosa significa essere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? È una delle domande che attraversano il discorso pronunciato da Papa Leone XIV il 25 settembre 2026 nella sede dell’UNESCO a Parigi, durante il viaggio apostolico in Francia.
Davanti all’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata all’educazione, alla scienza e alla cultura, il Pontefice ha proposto una riflessione che parte dalla pace e dalla dignità umana e arriva direttamente alle trasformazioni prodotte dalle nuove tecnologie.
Il problema non è semplicemente stabilire quanto diventeranno potenti le macchine. La questione più profonda riguarda il modo in cui l’essere umano comprenderà se stesso mentre costruisce sistemi capaci di riprodurre una parte crescente delle attività che associavamo all’intelligenza.
Per Leone XIV, non possiamo dare per scontato di sapere che cosa sia la persona o che cosa significhi vivere come esseri umani. È una domanda che attraversa conoscenza, arte, cultura e religione e che l’avanzamento tecnologico rende ancora più urgente.
L’intelligenza artificiale e il significato
Il Papa riconosce implicitamente una capacità fondamentale dei sistemi di intelligenza artificiale: possono mettere in relazione dati e informazioni. Ma individua contemporaneamente un limite.
La correlazione delle informazioni non coincide con la comprensione del significato dell’esistenza umana. Le domande sul senso della vita nascono infatti dall’esperienza vissuta, dalla relazione, dalla vulnerabilità, dalla libertà e dalla condizione concreta della persona. Non sono semplicemente problemi nei quali sia sufficiente aumentare la quantità di dati elaborati.
È una distinzione fondamentale nell’attuale dibattito sull’IA. Un sistema può produrre un testo sulla sofferenza senza soffrire, descrivere l’amore senza amare, elaborare informazioni sulla morte senza possedere l’esperienza della propria mortalità. Può riconoscere strutture linguistiche e concettuali associate a queste esperienze, ma ciò non dimostra che le viva nello stesso senso nel quale le vive una persona.
Il problema non consiste quindi nel negare le straordinarie capacità raggiunte dall’intelligenza artificiale. Consiste nell’evitare che la capacità di simulare linguisticamente una dimensione umana venga automaticamente identificata con l’esperienza di quella dimensione.
Umanizzare le macchine e disumanizzare le persone
È qui che emerge uno dei paradossi più forti indicati da Leone XIV. Mentre attribuiamo sempre più facilmente il termine “intelligenza” ai sistemi informatici, rischiamo contemporaneamente di riconoscere sempre meno la dignità incondizionata degli esseri umani.
Una persona può essere giudicata attraverso la produttività, l’efficienza, l’autonomia o l’utilità sociale. Chi non soddisfa questi criteri rischia di essere percepito come un costo, un problema o un peso.
Il Pontefice richiama in particolare i bambini nel grembo materno e quelli coinvolti nelle guerre, le persone con disabilità fisiche e intellettuali, gli anziani e i migranti. Sono proprio le persone più vulnerabili, afferma, a costituire il banco di prova delle dichiarazioni sul rispetto della dignità umana.
Il contrasto è significativo: umanizziamo progressivamente la macchina mentre rischiamo di misurare l’uomo secondo parametri sempre più simili a quelli utilizzati per valutare una macchina. Prestazioni, velocità, efficienza, capacità produttiva. Ma se la dignità dipendesse dalle prestazioni, non sarebbe più davvero inalienabile.
Quando le parole perdono significato
Leone XIV affronta anche un altro problema profondamente contemporaneo: l’aumento della comunicazione non produce necessariamente un aumento del dialogo.
Viviamo immersi in quantità di informazioni senza precedenti. Ogni giorno miliardi di testi, immagini e video attraversano piattaforme e reti globali. L’intelligenza artificiale generativa aumenta ulteriormente la quantità di contenuti che possono essere prodotti quasi istantaneamente.
Eppure più parole non significano necessariamente maggiore comprensione. Informazioni false, contenuti manipolati e parole progressivamente svuotate del proprio significato possono ostacolare il dialogo invece di favorirlo. L’intelligenza artificiale può amplificare questa dinamica perché rende possibile generare e distribuire contenuti su una scala precedentemente impensabile.
La questione diventa quindi anche epistemologica: come riconoscere ciò che è vero in un ambiente nel quale produrre qualcosa di plausibile diventa sempre più semplice?
Educazione e cultura assumono allora una funzione ancora più importante. Non basta accedere alle informazioni. Occorre imparare a valutarle, contestualizzarle e distinguere conoscenza, opinione, manipolazione ed errore.
Scienza al servizio della persona
Nel discorso all’UNESCO il Papa mette in guardia anche da una concezione della scienza ridotta a tecnica di potere. La conoscenza scientifica permette all’essere umano di intervenire sempre più profondamente sulla natura, sulla materia e sulla vita. Ma proprio l’aumento della capacità tecnica rende necessaria una domanda ulteriore: tutto ciò che possiamo fare deve necessariamente essere fatto?
La scienza può spiegare come ottenere un risultato. Non sempre può stabilire, attraverso il proprio metodo, se quel risultato rappresenti un bene per la persona. È qui che entra la responsabilità.
La ricerca scientifica non viene negata né contrapposta alla fede. Al contrario, proprio il valore della conoscenza richiede che i suoi risultati siano orientati alla crescita della persona e non semplicemente all’espansione del potere tecnico. Una scienza trasformata esclusivamente in strumento di dominio rischierebbe di perdere la propria vocazione al servizio dell’umanità.
Babele nell’era digitale
Nel suo intervento Leone XIV utilizza anche una delle immagini più potenti della tradizione biblica : Babele. La Torre di Babele rappresenta un’umanità che possiede capacità tecniche e un linguaggio comune, ma utilizza quella potenza per costruire qualcosa che diventa espressione di orgoglio e dominio. Il risultato non è una maggiore unità, ma la frammentazione.
L’immagine assume una sorprendente attualità nell’era digitale. Mai nella storia gli esseri umani hanno posseduto strumenti così potenti per comunicare oltre le distanze geografiche, linguistiche e culturali. Traduzione automatica, social network e intelligenza artificiale possono mettere istantaneamente in relazione persone che vivono in continenti differenti.
Eppure la possibilità tecnica della comunicazione non garantisce automaticamente la comprensione. Possiamo essere permanentemente connessi e contemporaneamente incapaci di ascoltarci. Alla Babele della confusione Leone XIV contrappone la Pentecoste, dove la diversità delle lingue non viene cancellata ma diventa compatibile con la comprensione reciproca. Non uniformità, quindi, ma unità nella differenza.
Educare significa formare persone
È significativo che questa riflessione venga proposta proprio all’UNESCO. Se l’intelligenza artificiale può fornire informazioni, riassumere testi, tradurre lingue, risolvere problemi e produrre contenuti, quale rimane il compito dell’educazione?
La risposta non può essere semplicemente trasferire più nozioni. L’educazione deve aiutare la persona a sviluppare capacità critica, responsabilità, libertà e discernimento. Deve insegnare non soltanto a utilizzare gli strumenti, ma anche a comprendere quando utilizzarli, con quali limiti e per quali scopi.
In questo senso l’IA non rende meno importante l’educazione. Potrebbe renderla ancora più necessaria. Quanto più diventa semplice ottenere una risposta, tanto più diventa importante imparare a formulare una domanda.
Quanto più diventa facile produrre un contenuto, tanto più occorre saperne valutare attendibilità e significato. E quanto più una macchina può imitare alcune espressioni dell’intelligenza umana, tanto più diventa necessario comprendere ciò che rende la persona qualcosa di diverso dalla somma delle proprie prestazioni cognitive.
La vita non è una merce
La riflessione sulla dignità conduce Leone XIV anche alla difesa della vita umana e alla critica di quelle situazioni nelle quali la persona viene trattata secondo logiche economiche o utilitaristiche. Il Pontefice insiste sul fatto che la vita è un dono e non una merce. È un principio che estende dalla tutela dei più fragili fino alla condanna della guerra. Il filo conduttore rimane lo stesso: l’essere umano non può essere ridotto a oggetto disponibile, prodotto, risorsa o variabile di un sistema.
La dignità precede l’utilità. È precisamente questa affermazione che acquista un significato particolare nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Se una macchina diventasse più efficiente di una persona in un numero crescente di compiti, il valore della persona diminuirebbe?
La risposta dipende dall’idea di essere umano dalla quale partiamo. Se il valore coincide con la prestazione, l’automazione può trasformarsi in una competizione tra uomo e macchina. Se invece la dignità appartiene alla persona in quanto tale, nessun aumento delle capacità della macchina può diminuirla.
Cultura, pace e responsabilità
Il discorso dell’UNESCO non riguarda però soltanto la tecnologia. Leone XIV si presenta come testimone di pace e richiama il ruolo dell’educazione, della scienza e della cultura nella costruzione di relazioni tra popoli differenti. In un mondo attraversato da guerre, disuguaglianze e nuove forme di dominio, la cultura dovrebbe aiutare a riconoscere nell’altro una persona e non un nemico.
La guerra rappresenta, in questa prospettiva, il fallimento più radicale della capacità umana di costruire attraverso ragione e dialogo. La stessa intelligenza che permette di creare opere d’arte, sviluppare medicine, esplorare l’universo e costruire sistemi di IA può essere utilizzata per progettare strumenti di distruzione sempre più sofisticati. Quindi la capacità tecnica non determina il valore morale dello scopo.
La domanda che nessuna macchina può eliminare
Il discorso di Leone XIV all’UNESCO riporta così il dibattito sull’intelligenza artificiale a una domanda precedente alla tecnologia: chi è l’essere umano? Possiamo costruire macchine sempre più capaci di utilizzare il linguaggio, riconoscere immagini, produrre ragionamenti e collaborare con noi. Possiamo affidare loro una parte crescente delle nostre attività cognitive.
Ma proprio questa evoluzione rende più urgente comprendere che cosa intendiamo quando parliamo di intelligenza, esperienza, libertà, coscienza e dignità. La sfida non consiste nel difendere l’essere umano svalutando la tecnologia. Consiste nel costruire una tecnologia che rimanga al servizio della persona.
Perché una società può diventare tecnologicamente più intelligente e contemporaneamente meno umana. Questo è il paradosso più importante indicato da Leone XIV a Parigi: mentre insegniamo alle macchine a utilizzare sempre meglio il linguaggio degli esseri umani, dobbiamo evitare di dimenticare noi stessi che cosa significhi essere umani.
Immagine : elaborazione originale realizzata con IA.