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Arte e cultura

Giornata europea delle lingue : le parole che uniscono popoli, culture e persone

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Il 26 settembre si celebra la Giornata europea delle lingue

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della traduzione automatica, conoscere una lingua rimane qualcosa di più della capacità di convertire parole: significa entrare nella storia, nella cultura e nel modo di pensare dell’altro. Ogni lingua rappresenta un modo di raccontare il mondo. Le parole non servono soltanto a indicare oggetti, trasmettere informazioni o impartire istruzioni: custodiscono esperienze, tradizioni, immagini, concetti e memorie collettive.

Il 26 settembre si celebra la Giornata europea delle lingue, iniziativa nata nel 2001 nell’ambito dell’Anno europeo delle lingue e divenuta successivamente un appuntamento annuale promosso dal Consiglio d’Europa insieme alla Commissione europea. Obiettivo incoraggiare l’apprendimento delle lingue, valorizzare la diversità linguistica e favorire la comprensione interculturale.

Nel 2026 la Giornata raggiunge la sua 26ª edizione e viene celebrata con il motto “Languages unite!”, “Le lingue uniscono!”. Un’espressione semplice che racchiude una questione particolarmente attuale: in società nelle quali persone provenienti da culture differenti vivono, studiano e lavorano insieme, comprendere la lingua dell’altro significa costruire uno dei primi strumenti possibili di relazione.

Un continente fatto di lingue

L’Europa possiede una straordinaria varietà linguistica. Accanto alle grandi lingue nazionali esistono idiomi regionali, minoritari e comunità linguistiche con pochi parlanti, mentre le migrazioni hanno portato nel continente numerose altre lingue provenienti da ogni parte del mondo.

La Giornata europea delle lingue nasce anche per ricordare che questa pluralità non costituisce necessariamente un ostacolo all’unità. Può rappresentare, al contrario, una forma di patrimonio culturale. Il Consiglio d’Europa insiste infatti sul concetto di plurilinguismo: non l’obbligo di padroneggiare perfettamente numerose lingue, ma la possibilità di sviluppare competenze differenti e utilizzarle per comunicare, conoscere altre culture e attraversare confini linguistici.

Imparare una lingua straniera significa così qualcosa di più che acquisire una competenza utile per il lavoro o per viaggiare. Significa scoprire che lo stesso mondo può essere descritto attraverso categorie, sfumature e costruzioni differenti.

La lingua non è solo uno strumento

Possiamo utilizzare una lingua semplicemente per comunicare, ma una lingua è anche un deposito di memoria. Nelle parole rimangono tracce della storia di un popolo, dei suoi incontri con altre culture, delle trasformazioni sociali e persino delle concezioni attraverso le quali generazioni differenti hanno interpretato la realtà.

Per questo la scomparsa di una lingua non coincide soltanto con la perdita di un sistema di comunicazione. Può significare la scomparsa di racconti, tradizioni orali, conoscenze e modi di organizzare l’esperienza.

Difendere la diversità linguistica non significa però trasformare le lingue in realtà immobili. Le lingue vivono proprio perché cambiano: assorbono parole, modificano significati, incontrano altre lingue e vengono trasformate dalle persone che le utilizzano. La loro storia è anche una storia di contaminazioni.

Parlare la stessa lingua non significa necessariamente capirsi

Esiste tuttavia un paradosso: possiamo condividere perfettamente una lingua e continuare a non comprenderci. Il dialogo non dipende soltanto dalla possibilità tecnica di decodificare le parole dell’altro. Richiede ascolto, disponibilità a considerare una prospettiva differente e capacità di attribuire alle parole il significato che possiedono nel contesto in cui vengono pronunciate.

È una distinzione particolarmente importante nell’epoca dei social network. Mai abbiamo avuto tante possibilità di comunicare e mai è stato altrettanto semplice entrare in contatto con persone lontane. Ma l’aumento della comunicazione non produce automaticamente un aumento della comprensione.

Possiamo utilizzare le stesse parole attribuendo loro significati differenti, rispondere prima di avere realmente ascoltato e trasformare il linguaggio, nato per costruire relazioni, in uno strumento di contrapposizione. La capacità di parlare deve quindi essere accompagnata dalla capacità di ascoltare.

L’intelligenza artificiale abbatte la barriera delle lingue

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale rende questa Giornata ancora più interessante. I sistemi contemporanei possono tradurre in pochi secondi testi molto lunghi, interpretare conversazioni, generare sottotitoli e consentire a persone che non conoscono reciprocamente le proprie lingue di comunicare quasi in tempo reale.

È una trasformazione straordinaria. Una barriera che per millenni ha separato gli esseri umani potrebbe diventare progressivamente più permeabile. Possiamo leggere articoli pubblicati dall’altra parte del mondo, conversare con persone delle quali non conosciamo la lingua e accedere a una quantità crescente di conoscenza senza dover aspettare una traduzione professionale. Ma proprio questa possibilità apre una domanda: se una macchina può tradurre per noi qualsiasi lingua, avremo ancora bisogno di impararne altre?

Tradurre non significa necessariamente comprendere

La risposta dipende da ciò che intendiamo per conoscenza di una lingua. Se il problema consiste semplicemente nel sapere che cosa significa una frase, la traduzione automatica potrebbe diventare sufficiente in un numero crescente di situazioni. Ma conoscere una lingua significa anche riconoscere ironia, doppi sensi, riferimenti culturali, registri sociali, emozioni e significati che dipendono dal contesto.

Una traduzione può trasferire correttamente il contenuto di una frase senza restituire completamente il mondo culturale dal quale quella frase proviene. Soprattutto, affidarsi a una traduzione non produce la stessa esperienza dell’incontro con la lingua dell’altro.

Imparare una lingua significa accettare temporaneamente di non possedere le parole. Significa sbagliare, ascoltare, cercare di comprendere e scoprire che concetti apparentemente equivalenti non coincidono sempre perfettamente. È anche un esercizio di umiltà.

IA e lingue minoritarie

L’intelligenza artificiale pone inoltre un’altra questione: quali lingue saranno rappresentate nei sistemi digitali del futuro? I modelli vengono addestrati attraverso enormi quantità di testi e dati. Le lingue maggiormente presenti online dispongono inevitabilmente di una quantità molto superiore di materiale rispetto agli idiomi parlati da comunità più piccole.

Esiste quindi il rischio che la rivoluzione digitale amplifichi alcune disuguaglianze linguistiche. Una lingua molto documentata può essere tradotta, riconosciuta e generata con grande precisione; una lingua scarsamente rappresentata nei dataset potrebbe ricevere prestazioni molto inferiori.

Ma la stessa tecnologia potrebbe offrire strumenti nuovi per la conservazione del patrimonio linguistico: digitalizzazione di testi, trascrizione di testimonianze orali, costruzione di archivi e strumenti educativi destinati a lingue con pochi parlanti. Ancora una volta la tecnologia non determina da sola il risultato: dipende dalle scelte attraverso le quali decidiamo di utilizzarla.

Lingua e identità

La lingua possiede inoltre un rapporto profondo con l’identità personale. La lingua nella quale abbiamo imparato a parlare è spesso quella delle prime relazioni, dei ricordi dell’infanzia, delle emozioni e delle parole attraverso le quali abbiamo iniziato a interpretare il mondo.

Per chi vive lontano dal proprio Paese, continuare a parlare la propria lingua può significare mantenere un legame con la propria storia. Allo stesso tempo, imparare la lingua del Paese nel quale si vive rappresenta uno degli strumenti fondamentali per partecipare alla società, studiare, lavorare e costruire relazioni.

Le due dimensioni non devono necessariamente essere contrapposte: conservare la propria lingua e imparare quella dell’altro possono diventare parti dello stesso processo di integrazione.

Le lingue della fede

Anche la storia delle religioni mostra quanto profondamente lingua e cultura siano intrecciate. I testi biblici attraversano ebraico, aramaico e greco; il cristianesimo si è diffuso incontrando lingue e culture differenti, mentre la traduzione dei testi sacri ha posto per secoli questioni che non riguardavano semplicemente le parole, ma il loro significato.

Tradurre significa infatti interpretare. Una parola può possedere sfumature che nessun equivalente in un’altra lingua riesce a conservare integralmente. Da qui nasce la necessità di confrontare testi, contesti storici e tradizioni interpretative.

Il rapporto tra fede e ragione passa anche attraverso questa attenzione al linguaggio: comprendere che le parole sono necessarie per esprimere il pensiero, ma non sempre riescono a esaurire completamente la realtà che intendono descrivere.

Le parole possono costruire ponti

Il motto scelto per il 2026 — “Le lingue uniscono” — acquista allora un significato che va oltre l’apprendimento scolastico. Una lingua può separare chi la conosce da chi non la conosce, ma imparare anche poche parole dell’altro può trasformare quella frontiera in un punto d’incontro.

Non è necessario cancellare le differenze per dialogare. Al contrario, il vero dialogo esiste proprio perché le persone non sono identiche e hanno qualcosa da raccontarsi.

L’Europa ha costruito una parte importante della propria storia attraverso l’incontro, e spesso lo scontro, tra popoli, culture, religioni e lingue differenti. La sua diversità linguistica conserva le tracce di questa storia. Proteggerla non significa rinunciare a una lingua comune attraverso la quale comprendersi, ma evitare che la necessità di comunicare produca uniformità culturale.

Capire l’altro nell’epoca della traduzione universale

Potremmo avvicinarci a un mondo nel quale la tecnologia consentirà a due persone di parlare lingue completamente differenti e ascoltare quasi istantaneamente la traduzione nella propria. Sarebbe una conquista straordinaria.

Ma anche la migliore traduzione automatica non potrà decidere al nostro posto se desideriamo davvero comprendere la persona che abbiamo davanti. La tecnologia può abbattere la barriera linguistica, ma non può automaticamente eliminare pregiudizio, indifferenza, ostilità o incapacità di ascolto.

Ecco la lezione più attuale della Giornata europea delle lingue : nell’epoca dell’intelligenza artificiale potremmo avere sempre meno difficoltà a comprendere le parole degli altri. La sfida sarà utilizzare questa possibilità per comprendere meglio anche le persone.

Perché conoscere una lingua non significa soltanto imparare a parlare in modo diverso. Significa scoprire che esistono altri modi di raccontare lo stesso mondo e accettare, almeno per un momento, di provare a guardarlo attraverso gli occhi dell’altro.

Immagine originale creata con IA

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