Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Religione

Papa Leone XIV alla Chiesa di Roma : Fare meno e meglio, ascoltare prima di rispondere

Papa Leone XIV Chiesa Roma fare meno meglio

All’Assemblea diocesana nella Basilica di San Giovanni in Laterano, il Pontefice invita parrocchie, sacerdoti e comunità a verificare ciò che genera davvero incontro, fede adulta e servizio alla città

Iniziata anche l’indagine diocesana sulla vita e le virtù di don Luigi Di Liegro

Non moltiplicare attività e programmi, ma fermarsi, ascoltare, discernere e comprendere ciò che conduce realmente le persone all’incontro con Cristo. È la direzione indicata da Papa Leone XIV alla Diocesi di Roma, riunita venerdì 18 settembre 2026 nella Basilica di San Giovanni in Laterano per l’apertura del nuovo anno pastorale.

Il Pontefice non ha consegnato un nuovo elenco di iniziative. Ha proposto invece un metodo comune di verifica pastorale, capace di aiutare parrocchie, associazioni e realtà ecclesiali a distinguere ciò che produce frutti da quanto viene portato avanti soltanto per abitudine.

Il messaggio centrale è espresso in una formula semplice e concreta: la verifica pastorale «dà il permesso di fare meno e meglio». Se diventasse un’ulteriore incombenza, ha avvertito Leone XIV, perderebbe completamente il proprio significato.

La Chiesa non deve misurare la propria vitalità attraverso il numero delle attività organizzate, ma interrogarsi sulla loro capacità di generare incontri autentici, comunità accoglienti, responsabilità condivise e servizio alla città.

«Perché piangi? Chi cerchi?»

Il Papa ha aperto il discorso con l’immagine evangelica di Maria Maddalena davanti al sepolcro vuoto. È ancora buio e la donna piange perché ha perduto qualcuno, cerca e non trova. Gesù, inizialmente scambiato per il custode del giardino, le rivolge due domande: «Perché piangi? Chi cerchi?».

Secondo Leone XIV, queste parole devono accompagnare il cammino della Chiesa di Roma ed essere rivolte simbolicamente all’intera città. Nelle parrocchie, negli ambienti di vita e negli incontri quotidiani emerge infatti una ricerca ansiosa di speranza.

Roma possiede una straordinaria ricchezza di comunità, associazioni, movimenti e gruppi impegnati nell’evangelizzazione, nella carità e nella preghiera. Accanto a questa vitalità, tuttavia, esiste anche lo smarrimento di chi non riesce più a comprendere dove e come incontrare il Signore.

La difficoltà può riguardare anche la stessa comunità ecclesiale. Quando si moltiplicano proposte, riunioni e attività, si rischia di perdere il centro e di non riconoscere più il significato evangelico di ciò che viene realizzato.

Nel racconto della Pasqua è una sola parola a trasformare Maria: il suo nome, pronunciato da Gesù. La donna comprende di essere vista e riconosciuta personalmente. Da quell’incontro nasce la corsa verso gli altri discepoli e l’annuncio: «Ho visto il Signore».

Persone chiamate per nome, non presenze anonime

Ogni azione pastorale, ha spiegato Papa Leone XIV, dovrebbe ripartire non tanto dalla domanda su che cosa fare, ma da chi e come incontrare. Anche all’interno delle comunità cristiane una persona può restare anonima, invisibile e incompresa. Può partecipare alle celebrazioni o alle attività senza sentirsi realmente conosciuta. Una Chiesa capace di chiamare per nome, invece, riconosce la storia, le domande e le fragilità di ciascuno.

L’incontro con Cristo non è un ricordo del passato né un’esperienza esclusivamente privata. Genera una gioia che conduce verso gli altri e costruisce comunità. Per questo l’evangelizzazione non può essere ridotta alla corretta organizzazione di eventi o alla conservazione di strutture esistenti.

Una parrocchia potrebbe realizzare iniziative molto partecipate e consolidate da anni, senza riuscire più a collegare il Vangelo alla vita concreta. Il criterio decisivo non è quindi soltanto l’efficienza organizzativa, ma la capacità di favorire un autentico cammino di fede.

La verifica pastorale e il coraggio della verità

Dopo il lavoro sulle “malattie spirituali” e l’esperienza del Cammino sinodale, Leone XIV ha proposto alla Diocesi di sviluppare una terza dimensione: la verifica pastorale. Verificare significa fermarsi e rileggere ciò che è accaduto. Occorre riconoscere quello che ha prodotto frutti, comprendere quanto non ha funzionato e ricercarne insieme le ragioni. In una parola, significa «fare verità».

Il Papa ha chiesto che questo processo coinvolga l’intera comunità e, quando possibile, anche persone che non frequentano abitualmente gli ambienti ecclesiali. Lo sguardo di chi osserva la Chiesa dall’esterno può infatti mostrare aspetti che una comunità, concentrata sulle proprie attività, non riesce più a percepire.

La verifica non deve diventare un giudizio sulle persone o una ricerca dei responsabili degli insuccessi. Dovrebbe invece permettere di comprendere se scelte, linguaggi e strumenti corrispondono ancora alle domande reali della popolazione.

È un esercizio nel quale fede e ragione operano insieme. La fiducia nell’azione dello Spirito Santo non elimina la necessità di analizzare fatti, risultati e trasformazioni sociali. Allo stesso modo, i dati e l’organizzazione non possono sostituire il discernimento sul significato evangelico delle scelte.

Quattro attenzioni per la Chiesa di Roma

Papa Leone XIV ha indicato quattro attenzioni che dovranno orientare la verifica pastorale. La prima consiste nell’incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per se stessa, ma per condurre ogni persona al Signore. Non basta quindi domandarsi se un’attività sia organizzata bene o abbia molti partecipanti: bisogna capire se riesce davvero a far dialogare il Vangelo con la vita.

La seconda attenzione è generare comunità. Le persone devono sentirsi accolte, accompagnate, valorizzate e corresponsabili. Il Pontefice ha rivolto una particolare attenzione ai giovani, ai quali occorre offrire tempo e ascolto anche al di fuori delle iniziative programmate.

La terza indicazione riguarda la capacità di abitare e servire la città. Roma non è uno sfondo indifferente davanti al quale le parrocchie svolgono le proprie attività, ma il luogo concreto della missione. La Chiesa deve condividere attese, fragilità e domande degli abitanti, leggendo ciò che accade nei quartieri e nei diversi ambienti sociali.

La quarta attenzione, presente dentro tutte le altre, è la formazione del Popolo di Dio. Ogni comunità deve chiedersi se le proprie proposte facciano crescere nella fede, formino discepoli missionari e aiutino a maturare responsabilità ecclesiali. L’obiettivo è una fede adulta, capace di tradursi in decisioni concrete e in servizio.

La domanda decisiva: «Perché?»

Il cuore del metodo proposto dal Papa è racchiuso in una domanda apparentemente elementare: «Perché?». Per ogni attività occorre chiedersi perché venga realizzata, quale intenzione evangelica la sostenga, a quale bisogno reale intenda rispondere e in quale modo corrisponda alla missione della Chiesa.

Esiste poi un secondo livello della domanda: perché sono stati ottenuti determinati risultati e non altri? Perché alcune iniziative generano percorsi duraturi, mentre altre rimangono episodi isolati? Perché alcune persone partecipano e altre restano ai margini?

Dal confronto tra le ragioni delle scelte e quelle dei risultati può nascere un discernimento capace di riconoscere ciò che deve essere mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o iniziato.

La verifica richiederà anche il coraggio di lasciare andare esperienze alle quali le comunità sono affezionate. La continuità con il passato non può trasformarsi nell’obbligo di conservare ogni attività indipendentemente dai suoi frutti.

«Non un anno, ma un cammino»

Leone XIV ha precisato che la verifica pastorale non dovrà essere trattata come una nuova iniziativa annuale. Richiederà tempo, pazienza e un autentico cammino condiviso.

Il Vescovo di Roma non chiede alle parrocchie di programmare altre attività, ma di assumere un metodo comune fondato su ascolto, discernimento, verifica e conversione. Ogni comunità manterrà la responsabilità di individuare contenuti e priorità nei cinque grandi ambiti della catechesi e dell’iniziazione cristiana, dei giovani, della famiglia, della carità e delle vocazioni.

Lo scopo non è uniformare tutte le esperienze, ma condividere uno stile pastorale. Le Prefetture dovranno diventare sempre più luoghi di incontro, confronto ed elaborazione comune.

Da questo processo dovrebbe nascere una fase di condivisione delle esperienze rinnovate e successivamente un cammino diocesano capace di preparare la Chiesa di Roma al Giubileo della Redenzione del 2033.

Iniziato il percorso per don Luigi Di Liegro

Nel corso del discorso, Papa Leone XIV ha annunciato di avere approvato la decisione di compiere i passi necessari per avviare l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro.

Il sacerdote, morto il 12 ottobre 1997, è stato una delle figure più significative della carità nella Chiesa di Roma. Il suo insegnamento non è legato soltanto alle opere realizzate, ma al metodo con il quale cercava di comprendere la città prima di intervenire.

Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, convinto che non potesse esistere una vera incarnazione del messaggio cristiano senza ascoltare la realtà. Poche settimane prima di morire sintetizzò il significato del discernimento in una domanda: «Signore, dove sei?».

Il richiamo a don Luigi Di Liegro permette di comprendere concretamente la verifica proposta dal Papa. La carità non nasce da programmi astratti, ma dalla capacità di vedere le persone, riconoscere le ferite sociali e domandarsi quale risposta il Vangelo richieda in quel preciso momento storico.

Il prete ascolti prima di rispondere

Una parte importante del discorso è stata dedicata al ministero dei sacerdoti. Leone XIV ha riconosciuto che il servizio pastorale è oggi più faticoso rispetto al passato e li ha esortati a non affrontare da soli le difficoltà.

Il prete di cui Roma ha bisogno, ha spiegato, è un uomo che ascolta prima di rispondere e discerne prima di decidere. Deve rimanere davanti al Signore, perché nessuno può condurre gli altri verso un incontro che non sta vivendo personalmente.

La domanda sul “perché” riguarda prima di tutto la vocazione: perché sono diventato sacerdote? La vita quotidiana corrisponde ancora al motivo per il quale il Signore mi ha chiamato per nome?

Il sacerdote non deve concentrare ogni responsabilità su di sé. Il suo compito consiste anche nel riconoscere i carismi, formare le coscienze e rendere possibile la corresponsabilità dei laici. Non si tratta di delegare per mancanza di energie, ma di rispettare la natura stessa della Chiesa.

Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è inevitabilmente fragile. Presiedere non significa fare tutto, ma generare comunione, valorizzare le capacità altrui, collegare persone e realtà e custodire l’unità.

Una Chiesa responsabile anche di chi resta fuori

La parrocchia non può ripiegarsi sull’autoconservazione. Deve conoscere il proprio quartiere, condividerne le ferite e le speranze e sentirsi responsabile anche di coloro che non attraversano mai la soglia di una chiesa.

Questa apertura non riguarda soltanto i sacerdoti. Diaconi, religiosi, religiose, catechisti, educatori, operatori della carità e laici sono chiamati a partecipare alla stessa missione.

Il Papa ha ringraziato quanti operano negli ospedali, nelle carceri, nelle scuole, nelle università, nelle case di accoglienza e nelle periferie. Ha ricordato che il bene spesso non fa rumore, ma sostiene silenziosamente la città.

Ai seminaristi ha chiesto di lasciarsi formare non soltanto dai libri, necessari per incontrare buoni maestri, ma anche dai volti dei poveri, dei malati e delle persone presenti nelle comunità. I giovani, ha osservato, non si consegnano semplicemente a un ruolo, ma seguono uomini e donne che appaiono felici di ciò che sono.

Fare meno, ma ritrovare il centro

L’indicazione di Papa Leone XIV non invita alla rinuncia o all’immobilità. “Fare meno e meglio” significa liberare le comunità da un attivismo che può consumare energie senza generare incontri, formazione o servizio.

Una Chiesa impegnata in troppe iniziative rischia di non avere più tempo per ascoltare. Può diventare efficiente nell’organizzazione, ma incapace di riconoscere chi piange, chi cerca e chi rimane invisibile.

La verifica pastorale diventa allora un atto di umiltà e responsabilità. Chiede di misurare non soltanto il lavoro compiuto, ma la sua capacità di trasformare relazioni e vite. Invita a non confondere la tradizione con la ripetizione e l’efficienza con la missione.

Come Maria Maddalena nel mattino di Pasqua, la Chiesa di Roma è chiamata a cercare anche nel buio, a lasciarsi chiamare nuovamente per nome e a rinunciare al desiderio di trattenere ciò che conosce. Solo così potrà correre verso la città e annunciare una speranza capace di raggiungere le sue ferite, le sue attese e le sue trasformazioni.

Immagine : elaborazione originale, realizzata con Intelligenza Artificiale.

Comments

comments