Il 17 settembre 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità celebra la Giornata mondiale della sicurezza del paziente, richiamando l’attenzione sulla sicurezza delle cure per le malattie non trasmissibili
Prevenzione, continuità assistenziale, ascolto e uso responsabile delle tecnologie sono condizioni essenziali per tutelare la dignità della persona
Il 17 settembre si celebra la Giornata mondiale della sicurezza del paziente, istituita nel 2019 dall’Organizzazione mondiale della sanità per promuovere una mobilitazione internazionale contro i danni evitabili provocati durante l’assistenza sanitaria. Il tema scelto per il 2026 è la sicurezza delle cure per le malattie non trasmissibili, accompagnato dallo slogan “Cure sicure per tutta la vita”.
Malattie cardiovascolari, tumori, diabete e patologie respiratorie croniche interessano miliardi di persone e, secondo l’OMS, sono responsabili del 74 per cento dei decessi nel mondo. Si tratta spesso di condizioni che richiedono assistenza continuativa, controlli periodici, terapie farmacologiche complesse e il coinvolgimento di differenti professionisti e strutture sanitarie.
La sicurezza, in questi casi, non riguarda soltanto il momento di un intervento o di un ricovero. Deve accompagnare l’intero percorso della persona: dalla prevenzione alla diagnosi, dalla scelta della terapia alla gestione quotidiana della malattia, fino all’assistenza domiciliare e alla comunicazione tra medico, paziente e familiari.
Curare significa anche non nuocere
Il principio tradizionalmente sintetizzato nell’espressione “anzitutto non nuocere” conserva tutta la propria attualità. Ogni cura comporta inevitabilmente una certa misura di rischio, ma questo non significa che ogni danno debba essere accettato come inevitabile.
L’OMS ricorda che, a livello globale, circa un paziente su dieci subisce un danno durante l’assistenza sanitaria e che quasi la metà di questi episodi potrebbe essere prevenuta. Nel caso di alcune patologie oncologiche, fino a un paziente su tre può sperimentare un evento avverso nel corso delle cure.
Gli errori possono derivare da diagnosi tardive o inesatte, dosaggi sbagliati, interazioni tra farmaci, infezioni, carenze organizzative oppure da informazioni che non vengono trasmesse correttamente nel passaggio da una struttura all’altra. Non sempre dipendono dalla negligenza di una singola persona: frequentemente sono il risultato di sistemi frammentati, personale insufficiente, procedure poco chiare o tecnologie non adeguatamente integrate.
Promuovere la sicurezza non significa, quindi, alimentare una cultura della colpa. Occorre invece imparare dagli errori, consentire agli operatori di segnalare le criticità senza timore e trasformare gli incidenti in occasioni per migliorare procedure e organizzazione.
Le malattie croniche e il rischio della frammentazione
Chi convive con una malattia non trasmissibile entra ripetutamente in contatto con il sistema sanitario. Può assumere diversi medicinali, essere seguito da più specialisti e ricevere assistenza in ospedale, in ambulatorio e a domicilio. Ogni passaggio può generare una discontinuità.
Una prescrizione non aggiornata, un referto non condiviso o un cambiamento terapeutico non comunicato possono produrre conseguenze gravi. Il rischio aumenta per le persone anziane, per chi presenta più patologie contemporaneamente e per quanti vivono in condizioni economiche o sociali svantaggiate.
La sicurezza delle cure richiede perciò sistemi sanitari capaci di integrare competenze e informazioni, sostenere la medicina territoriale e garantire continuità tra ospedale e territorio. La qualità non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle prestazioni effettuate o la velocità con cui vengono erogate. Una cura realmente efficace deve essere appropriata, comprensibile, coordinata e rispettosa della situazione concreta della persona.
Il paziente non è un destinatario passivo
Uno dei messaggi centrali della Giornata del 2026 riguarda il coinvolgimento delle persone che vivono con malattie croniche. Il paziente non dovrebbe essere considerato soltanto il destinatario finale di decisioni assunte da altri, ma un interlocutore e un partner della cura.
Ascoltare la sua esperienza può permettere di individuare effetti indesiderati, difficoltà nell’assunzione dei farmaci, ostacoli economici o problemi organizzativi che altrimenti resterebbero invisibili. Anche i familiari e coloro che prestano assistenza quotidiana possono offrire informazioni decisive.
La partecipazione, tuttavia, non può trasformarsi in un trasferimento di responsabilità. Non è sufficiente consegnare moduli, istruzioni o accessi a piattaforme digitali. Il diritto a essere informati richiede un linguaggio chiaro, tempo per le domande e la possibilità di esprimere dubbi e preferenze. La fiducia nasce da una relazione nella quale la competenza professionale incontra la libertà e la dignità della persona.
Intelligenza artificiale: opportunità e nuovi rischi
L’intelligenza artificiale può contribuire alla sicurezza individuando possibili interazioni farmacologiche, segnalando anomalie nei dati clinici, sostenendo la diagnosi e facilitando il monitoraggio delle patologie croniche. Può inoltre aiutare a riconoscere pazienti particolarmente esposti a complicazioni e ridurre alcuni errori ripetitivi.
Queste possibilità non devono però indurre a identificare automaticamente l’innovazione con il progresso. Un sistema algoritmico può produrre valutazioni errate, ereditare distorsioni dai dati utilizzati per addestrarlo o offrire risultati meno affidabili per determinate categorie di persone. Un allarme eccessivo può sovraccaricare il personale, mentre un’indicazione apparentemente precisa può indurre a ridurre la necessaria vigilanza critica.
La decisione clinica non può quindi essere delegata a una macchina. Occorrono supervisione umana, trasparenza, protezione dei dati personali e una chiara attribuzione delle responsabilità. La tecnologia deve sostenere la relazione di cura, non sostituirla; ampliare le capacità dei professionisti, non indebolirne il giudizio.
Scienza, coscienza e dignità
La sicurezza del paziente mostra come ragione scientifica ed esigenza etica non siano dimensioni separate. La scienza permette di misurare i rischi, confrontare i risultati e correggere pratiche inefficaci. L’etica ricorda perché tali conoscenze debbano essere utilizzate: non per migliorare astrattamente un sistema, ma per proteggere persone concrete, soprattutto quelle più fragili.
Anche la fede, senza sostituirsi alla medicina, può alimentare uno sguardo capace di riconoscere nell’ammalato una persona e non soltanto un caso clinico. La vulnerabilità non riduce il valore di una vita e la dipendenza dagli altri non cancella la dignità. Cura, compassione e competenza non sono alternative: diventano autentiche quando si sostengono reciprocamente.
La Giornata mondiale della sicurezza del paziente invita perciò istituzioni, professionisti, ricercatori, imprese tecnologiche, pazienti e famiglie ad assumere una responsabilità condivisa. Ridurre gli errori evitabili richiede investimenti, formazione e organizzazione, ma anche ascolto, umiltà e disponibilità a imparare.
Una medicina sicura non promette l’eliminazione di ogni rischio. Promette però di non considerare normale ciò che può essere prevenuto e di non sacrificare la persona all’efficienza del sistema. Curare in sicurezza significa accompagnare ogni paziente lungo tutto il percorso della malattia, con scienza e coscienza, competenza e umanità.
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