All’Angelus del 13 settembre il Pontefice ricorda che dono, misericordia e gratuità sono alla base dell’esistenza cristiana
Nel venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre rinnova inoltre la preghiera per le vittime e invita il mondo a scegliere la pace contro l’odio e la violenza
Il perdono non è un gesto accessorio della vita cristiana, né una concessione riservata a circostanze eccezionali. È una condizione necessaria per liberare il cuore, ricostruire i rapporti e rendere possibile la pace. Papa Leone XIV lo ha ricordato durante l’Angelus di domenica 13 settembre 2026, commentando il Vangelo di Matteo nel quale Pietro domanda a Gesù quante volte debba perdonare il fratello che commette una colpa contro di lui.
La domanda dell’apostolo sembra già esprimere una disponibilità molto ampia: «Fino a sette volte?». Nella simbologia biblica, infatti, il numero sette indica pienezza e completezza. Pietro non propone dunque un perdono avaro o occasionale, ma una misericordia generosa. La risposta di Gesù supera tuttavia anche questa misura: non sette volte, ma «settanta volte sette», vale a dire senza porre un limite preventivo alla possibilità della riconciliazione.
Non si tratta di trasformare il perdono in un calcolo numerico. Cristo chiede di abbandonare proprio la logica della contabilità morale, secondo la quale ogni offesa deve essere registrata e prima o poi restituita. La misericordia cristiana interrompe la catena della colpa e della vendetta, impedendo al male ricevuto di diventare nuovo male inflitto agli altri.
La parabola del debito condonato
Per spiegare questa prospettiva, Gesù racconta la parabola del servo che deve al proprio padrone una somma enorme, tanto grande da risultare praticamente impossibile da restituire. Il debitore implora pazienza e riceve qualcosa di ancora più grande di ciò che aveva chiesto: il padrone non si limita ad attendere, ma gli condona interamente il debito.
Quell’uomo, appena liberato da un peso insostenibile, incontra però un compagno che gli deve una somma molto più piccola. Invece di ricordare la misericordia ricevuta, pretende immediatamente il pagamento e fa imprigionare il debitore. La sua colpa non consiste semplicemente nel richiedere ciò che gli spetta, ma nel rifiutarsi di trasformare in misericordia il dono appena ricevuto.
La parabola mette così in luce una contraddizione che attraversa spesso anche l’esistenza quotidiana. L’essere umano desidera comprensione per i propri errori, ma può diventare inflessibile quando a sbagliare sono gli altri. Chiede tempo per sé e pretende risposte immediate dal prossimo; invoca misericordia quando è debole, ma applica una giustizia senza pietà quando si sente forte.
Papa Leone XIV riconduce questo insegnamento al fondamento stesso dell’esistenza: dono e perdono. Nessuno si è dato la vita da solo e nessuno può considerarsi completamente autosufficiente. Ogni persona vive grazie a quanto ha ricevuto: l’esistenza, le relazioni, le opportunità, la cura e la pazienza degli altri. Per il credente, tutto questo trova la sua origine nell’amore gratuito di Dio.
La gratuità come regola della convivenza
Riconoscersi destinatari di un dono cambia anche il modo di guardare il prossimo. Se la vita fosse soltanto il risultato di ciò che ciascuno riesce a conquistare, ogni rapporto potrebbe essere ridotto a scambio, interesse o competizione. La consapevolezza della gratuità, invece, ricorda che non tutto può essere comprato, meritato o restituito secondo un criterio puramente economico.
La famiglia, l’amicizia e la comunità non resistono a lungo quando ogni gesto viene pesato e ogni mancanza conservata come un debito. Hanno bisogno di verità e responsabilità, ma anche di pazienza, disponibilità a ricominciare e capacità di non identificare definitivamente una persona con il suo errore.
Il perdono non significa negare il male, rinunciare alla giustizia o permettere che un abuso continui. Non richiede di cancellare la memoria né di fingere che una ferita non esista. Perdonare significa piuttosto rifiutare che l’offesa ricevuta determini per sempre il futuro, avvelenando il cuore e ogni relazione successiva.
Giustizia e misericordia non devono essere poste l’una contro l’altra. La prima riconosce la responsabilità e tutela chi ha subito il male; la seconda impedisce che la risposta si trasformi in odio, umiliazione o vendetta. La riconciliazione può richiedere tempo e non sempre ricostruisce immediatamente la relazione precedente, ma apre uno spazio nel quale la persona ferita non rimane prigioniera del rancore.
Senza perdono non può esserci pace
Il Pontefice ha indicato con chiarezza le conseguenze dell’assenza di perdono. Quando esso viene meno, nel cuore e tra le persone crescono conflitti, accuse e desideri di vendetta. Le relazioni si spezzano, le famiglie si dividono e la stessa logica può estendersi ai popoli, alimentando ostilità e guerre.
La pace, pertanto, non nasce soltanto dai trattati o dall’equilibrio degli interessi. Ha bisogno di essere costruita prima di tutto nella coscienza delle persone. Un cuore dominato dall’odio può trasformare ogni differenza in una minaccia e ogni torto in una giustificazione per infliggerne un altro. Il perdono spezza questa dinamica perché sottrae al male la capacità di riprodursi.
Leone XIV ha usato l’immagine del vento che disperde le nubi e rende nuovamente visibile il sole. Il perdono non cambia il passato, ma può cambiare il modo in cui il passato continua ad agire nel presente. Dove il rancore rende cupo l’orizzonte, la misericordia restituisce la possibilità di guardare avanti.
L’apostolo Pietro, perdonato e nuovamente chiamato
Il Papa ha richiamato anche l’esperienza personale di Pietro. L’apostolo che domanda quante volte debba perdonare conoscerà in seguito la vergogna del proprio tradimento. Durante la Passione rinnegherà Gesù e lo abbandonerà proprio nel momento della sofferenza.
Dopo la Risurrezione, però, Cristo non lo umilia e non lo inchioda alla sua colpa. Sulla riva del lago gli domanda se lo ama e gli rinnova l’invito a seguirlo. Pietro non viene definito per sempre dalla propria paura: il perdono ricevuto lo guarisce e gli restituisce la sua missione.
Questo episodio mostra che la misericordia non è semplice indulgenza. Gesù non minimizza il tradimento, ma offre a Pietro la possibilità di rispondere nuovamente all’amore. Il perdono diventa così una forza capace di ricostruire la persona e di trasformare una caduta in un nuovo punto di partenza.
La memoria dell’11 settembre e l’impegno per la pace
Dopo la preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha ricordato il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Il Pontefice ha rinnovato la preghiera per quanti persero la vita e per coloro che continuano a portare le ferite di quel giorno.
La memoria di una tragedia non deve alimentare nuovi rancori né essere usata per giustificare altra violenza. Deve diventare responsabilità verso il presente. In un mondo ancora attraversato da guerre, terrorismo e conflitti, il ricordo delle vittime richiama tutti al dovere di impedire che l’odio continui a generare sofferenza.
Il Papa ha quindi invitato a rinnovare l’impegno per la pace, anzitutto attraverso la preghiera. Non si tratta di un rifugio passivo davanti alla storia. Pregare per la pace significa permettere che la coscienza venga trasformata, riconoscere la dignità dell’altro e trovare il coraggio di interrompere le logiche della vendetta.
Fare il primo passo
Leone XIV ha infine affidato alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, la richiesta di essere aiutati a perdonare sempre, soprattutto quando compiere il primo passo appare difficile. È proprio quel primo passo, infatti, a rappresentare spesso l’ostacolo maggiore: ciascuno attende che sia l’altro a riconoscere la colpa, chiedere scusa o mostrare disponibilità.
Il Vangelo invita invece a non subordinare interamente la propria libertà alle decisioni altrui. Perdonare significa anche scegliere quale persona si vuole diventare, evitando che il comportamento di chi ha fatto del male determini il proprio modo di vivere e di guardare il mondo.
La luce dell’amore, ha ricordato il Pontefice, può vincere l’odio e disarmare il rancore. È un cammino esigente, che non elimina automaticamente le ferite e non dispensa dalla giustizia. Ma è anche l’unica strada capace di impedire che il dolore abbia l’ultima parola e di restituire alle persone, alle famiglie e ai popoli la possibilità di ricominciare.
Immagine : elaborazione originale, realizzata con Intelligenza Artificiale.