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Diritti e inclusione

Massimiliano Kolbe : ad Auschwitz la libertà di un uomo fu più forte dell’odio

Massimiliano Kolbe

Il 14 agosto 1941 il francescano Massimiliano Kolbe moriva nel campo di concentramento dopo essersi offerto al posto di un altro prigioniero

Il suo gesto rimane una delle testimonianze più radicali della dignità e della libertà dell’essere umano davanti alla disumanizzazione

Un campo di concentramento è costruito per togliere all’uomo quasi tutto: libertà, identità, dignità, relazioni, speranza. Ad Auschwitz persino il nome veniva sostituito da un numero. Per Massimiliano Maria Kolbe quel numero era 16670. Eppure proprio in uno dei luoghi nei quali il sistema totalitario nazista aveva cercato di ridurre l’essere umano a qualcosa di cui poter disporre, un uomo compì un atto che quel sistema non poteva completamente controllare: scelse liberamente di offrire la propria vita per salvarne un’altra.

La Chiesa celebra il 14 agosto la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe, sacerdote francescano polacco ucciso ad Auschwitz nel 1941. La sua storia è conosciuta soprattutto per l’ultimo gesto della sua vita. Ma comprenderne la portata significa andare oltre la semplice narrazione di un sacrificio eroico. La vicenda di Kolbe pone una domanda che attraversa ancora il nostro tempo: quanto può rimanere libera una persona quando tutto intorno a lei è costruito per privarla della libertà?

Dal convento alla comunicazione di massa

Rajmund Kolbe nacque nel 1894 a Zduńska Wola, nell’attuale Polonia. Entrò giovanissimo nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali assumendo il nome di Massimiliano e studiò anche a Roma, conseguendo titoli in filosofia e teologia. La devozione mariana divenne uno degli elementi centrali della sua spiritualità. Nel 1917 fondò a Roma la Milizia dell’Immacolata, destinata a svilupparsi successivamente in diversi Paesi.

Ma Kolbe comprese anche qualcosa di estremamente moderno: le idee hanno bisogno di strumenti capaci di raggiungere le persone. Utilizzò intensamente la stampa e i mezzi di comunicazione disponibili nella sua epoca. A Niepokalanów, in Polonia, sviluppò un importante centro editoriale e religioso; la sua attività missionaria lo portò anche in Giappone, dove fondò un’altra comunità e proseguì l’apostolato attraverso le pubblicazioni.

Non era quindi un uomo isolato dalla modernità. Al contrario, cercò di utilizzare le possibilità offerte dalla tecnica e dalla comunicazione per diffondere ciò in cui credeva. Poi arrivarono la guerra e l’occupazione nazista della Polonia.

Il prigioniero 16670

Kolbe fu arrestato definitivamente dalla Gestapo nel febbraio 1941 e trasferito prima nella prigione di Pawiak, a Varsavia, e successivamente ad Auschwitz. Il Memoriale e Museo di Auschwitz documenta che arrivò con un trasporto proveniente da Varsavia il 28 maggio 1941 e venne registrato con il numero 16670.

Il campo di concentramento non mirava soltanto a imprigionare le persone. Cercava di spezzarne l’identità e i legami, trasformandole in individui sottoposti completamente alla volontà dei loro carcerieri. Kolbe fu destinato a lavori pesanti e conobbe direttamente violenza, privazioni e umiliazioni. Ma il momento che avrebbe consegnato definitivamente la sua storia alla memoria del Novecento arrivò poche settimane dopo.

«Prendete me al suo posto»

Alla fine del luglio 1941, dopo la fuga di un prigioniero dal Blocco 14, le autorità del campo decisero una rappresaglia. Dieci prigionieri sarebbero stati condannati a morire di fame. Tra gli uomini selezionati c’era Franciszek Gajowniczek, prigioniero numero 5659. Davanti alla prospettiva della morte, l’uomo manifestò la disperazione per la moglie e i figli che avrebbe lasciato.

Accadde allora qualcosa di imprevedibile. Kolbe uscì dalla fila e si offrì volontariamente di prendere il suo posto. La richiesta venne accettata. Giovanni Paolo II, durante l’omelia per la canonizzazione di Kolbe del 10 ottobre 1982, avrebbe individuato proprio in quella scelta il significato fondamentale della sua testimonianza: Massimiliano non aveva semplicemente subito la morte, ma aveva dato la propria vita per un altro essere umano. Gajowniczek venne risparmiato. Sopravvisse ad Auschwitz e alla guerra.

La libertà dentro un sistema costruito per eliminarla

È probabilmente questo l’aspetto della storia di Kolbe che continua a interrogare anche chi osserva la vicenda al di fuori della dimensione strettamente religiosa. I nazisti potevano decidere quasi ogni aspetto dell’esistenza materiale di un prigioniero. Potevano stabilire dove dovesse dormire, quanto dovesse mangiare, quale lavoro dovesse svolgere e persino se dovesse continuare a vivere.

Ma davanti alla decisione di Kolbe emerge un limite. Non potevano obbligarlo a compiere liberamente quel gesto. Il potere che cercava di trasformare gli uomini in oggetti si trovò davanti a una persona che riaffermava la propria soggettività proprio attraverso il dono volontario di sé.

È un paradosso radicale: nel momento in cui apparentemente rinuncia alla propria vita, Kolbe manifesta una libertà che il lager non riesce a cancellare. La sua scelta non rende meno terribile ciò che accadde ad Auschwitz. Al contrario, proprio l’orrore del contesto permette di comprendere la forza di quel gesto.

Nel bunker della fame

Kolbe e gli altri nove prigionieri furono rinchiusi nel bunker della fame del Blocco 11. La documentazione del Memoriale di Auschwitz ricostruisce gli ultimi giorni del francescano. Dopo circa due settimane era ancora vivo. Il 14 agosto 1941, vigilia della solennità dell’Assunzione di Maria, venne infine ucciso con un’iniezione letale di fenolo. Aveva 47 anni.

Per la tradizione cristiana il significato della sua morte non può essere separato dalla fede che aveva orientato l’intera esistenza. Benedetto XVI, ricordando ad Auschwitz sia Edith Stein sia Massimiliano Kolbe, sottolineò come proprio nel loro martirio emergesse la forza dell’amore capace di opporsi alle tenebre dell’odio.

L’amore come risposta alla disumanizzazione

La grandezza della testimonianza di Kolbe non consiste semplicemente nell’avere affrontato coraggiosamente la morte. Molti uomini e donne affrontarono la morte con coraggio nei campi nazisti. La peculiarità della sua scelta consiste nell’avere trasformato una situazione costruita intorno alla logica della sopraffazione in un atto gratuito a favore di un’altra persona.

Il nazismo aveva costruito una gerarchia del valore degli esseri umani. Alcune vite venivano considerate degne, altre inferiori, altre ancora eliminabili. Kolbe rispose con una logica opposta. La vita dell’altro aveva un valore così grande da meritare il dono della propria. Non conosceva intimamente Gajowniczek. Non si sacrificò per un familiare o per qualcuno dal quale avrebbe potuto ricevere qualcosa in cambio. Scelse semplicemente un altro essere umano.

La santità riconosciuta dalla Chiesa

Paolo VI proclamò Massimiliano Kolbe beato il 17 ottobre 1971. Giovanni Paolo II lo canonizzò in Piazza San Pietro il 10 ottobre 1982, proclamandolo santo e martire. Nell’omelia della canonizzazione il Pontefice partì dalle parole del Vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Giovanni Paolo II interpretò la morte di Kolbe come una vittoria sul sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo. È un’espressione che permette di comprendere perché la sua vicenda continui a essere ricordata oltre ottant’anni dopo.

Dal punto di vista materiale, ad Auschwitz Kolbe aveva perso tutto. Dal punto di vista umano e spirituale, invece, il suo ultimo gesto affermava esattamente ciò che il sistema nazista cercava di negare: ogni persona possiede una dignità che nessun potere può legittimamente cancellare.

Che cosa rimane oggi della scelta di Kolbe ?

È facile ammirare un gesto eroico quando appartiene alla storia. Più difficile è chiedersi che cosa esso possa significare nel presente. Le nostre società sono fortunatamente lontane dalla realtà dei campi di concentramento nazisti, ma la domanda sulla dignità della persona rimane aperta ogni volta che un essere umano viene trasformato in numero, categoria, problema, costo o nemico.

La testimonianza di Massimiliano Kolbe ricorda che la dignità umana non dipende dall’utilità di una persona, dalla sua forza, dalla sua origine o dalla posizione che occupa nella società. E suggerisce qualcosa di ancora più radicale: la libertà non coincide soltanto con la possibilità di fare ciò che desideriamo. Nella sua forma più profonda può significare anche essere capaci di scegliere il bene quando le circostanze sembrano rendere quella scelta impossibile.

Nel lager di Auschwitz tutto sembrava dimostrare che la violenza fosse più forte dell’uomo. Il 14 agosto 1941 un prigioniero con il numero 16670 dimostrò, con la propria scelta, che anche nel luogo costruito per annientare la dignità umana era ancora possibile affermare la libertà, la solidarietà e il valore della vita di un altro uomo.

Leggi la sua biografia ufficiale sul sito web del Dicastero delle Cause dei Santi – Massimiliano Maria Kolbe.

Leggi le informazioni del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau – sacrificio e morte di Massimiliano Kolbe.

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