Virtuoso del clarinetto e protagonista della Swing Era, Benny Goodman portò il jazz alla Carnegie Hall e fece suonare insieme musicisti bianchi e afroamericani quando la segregazione divideva ancora profondamente gli Stati Uniti
A quarant’anni dalla morte, la sua storia racconta anche il potere della musica di superare i confini
Quarant’anni fa, il 13 giugno 1986, moriva a New York Benny Goodman, uno dei musicisti che più profondamente hanno segnato la storia del jazz e della cultura popolare americana del Novecento.
Era nato a Chicago il 30 maggio 1909 e sarebbe diventato universalmente conosciuto come il “King of Swing”, il Re dello Swing. Ma ridurre Goodman al successo musicale significa raccontare soltanto una parte della sua storia.
Virtuoso del clarinetto, direttore d’orchestra e protagonista dell’esplosione dello swing negli anni Trenta, contribuì a portare il jazz verso un pubblico sempre più vasto. Allo stesso tempo, fece qualcosa che nell’America della segregazione aveva anche un significato sociale: mise insieme sullo stesso palco musicisti bianchi e afroamericani, giudicandoli innanzitutto per la loro capacità artistica.
La musica diventava così, concretamente, uno spazio nel quale una barriera imposta dalla società poteva essere attraversata.
Dalla povertà di Chicago al clarinetto
Benjamin David Goodman nacque in una famiglia ebrea di immigrati dell’Europa orientale. Era uno dei dodici figli di David Goodman e Dora Grisinsky. La famiglia viveva in condizioni economiche modeste e proprio la possibilità di ricevere lezioni musicali a basso costo offrì al giovane Benny un’opportunità destinata a cambiare la sua vita.
Cominciò a studiare clarinetto da bambino e mostrò rapidamente un talento straordinario. Suonò nella banda della Hull House di Chicago e, ancora giovanissimo, iniziò a esibirsi professionalmente.
A sedici anni entrò nell’orchestra di Ben Pollack. Nel 1926 realizzò le prime registrazioni e successivamente si trasferì a New York, dove lavorò come musicista per radio, registrazioni e spettacoli di Broadway. La strada verso il successo era iniziata.
La nascita del King of Swing
Nel 1934 Goodman formò la propria orchestra. L’anno seguente arrivò uno dei passaggi decisivi della sua carriera: la partecipazione al programma radiofonico nazionale Let’s Dance. Le trasmissioni permisero alla sua musica di raggiungere un pubblico enorme.
Il 21 agosto 1935, durante una tournée che fino a quel momento non aveva ottenuto i risultati sperati, l’orchestra arrivò al Palomar Ballroom di Los Angeles. Il pubblico reagì con entusiasmo travolgente agli arrangiamenti swing.
Quella serata viene spesso indicata simbolicamente come uno dei momenti che segnarono l’esplosione della Swing Era. Goodman diventò una celebrità nazionale. Nel 1937 Time lo definì King of Swing. Il jazz, nato e sviluppatosi in larga parte all’interno della cultura afroamericana, stava raggiungendo una popolarità senza precedenti. Ed è proprio qui che la storia di Goodman diventa anche una storia sociale.
Bianchi e neri sullo stesso palco
Negli Stati Uniti degli anni Trenta la segregazione razziale non era un concetto astratto. In molte parti del Paese separava concretamente la vita delle persone: scuole, locali, trasporti, servizi e spazi pubblici.
Anche l’industria musicale risentiva profondamente di questa divisione. Goodman compì allora scelte che contribuirono a infrangere alcune di quelle convenzioni. Nel 1935 iniziò a esibirsi con il pianista afroamericano Teddy Wilson all’interno del Benny Goodman Trio, insieme al batterista Gene Krupa. Successivamente si aggiunse il vibrafonista Lionel Hampton, dando vita al quartetto.
Goodman collaborò inoltre con alcuni dei più importanti musicisti e arrangiatori afroamericani dell’epoca, a partire da Fletcher Henderson. Lo Smithsonian ricorda Goodman proprio come uno dei pionieri dell’integrazione tra musicisti bianchi e neri nelle proprie formazioni. Oggi vedere musicisti di origini diverse suonare insieme appare assolutamente normale. Allora non lo era.
“Vendo musica, non pregiudizi”
A Goodman viene associata una frase che sintetizza efficacemente la sua posizione: “I’m selling music, not prejudice”, vendo musica, non pregiudizi. Al di là della formula, ciò che conta sono soprattutto le scelte concrete.
Goodman non risolse naturalmente il problema della segregazione americana attraverso un’orchestra jazz. Sarebbe anacronistico attribuirgli un ruolo che appartiene a una storia politica e sociale enormemente più vasta. Ma contribuì a mostrare qualcosa di semplice e potente.
Quando Teddy Wilson sedeva al pianoforte, quando Lionel Hampton suonava il vibrafono e Goodman rispondeva con il clarinetto, il colore della pelle non determinava il valore della musica. Contava ciò che quelle persone erano capaci di creare insieme. La collaborazione artistica anticipava, almeno sul palco, una normalità che la società faticava ancora a riconoscere.
La notte in cui il jazz entrò alla Carnegie Hall
Un altro momento fondamentale arrivò il 16 gennaio 1938. Benny Goodman e la sua orchestra si esibirono alla Carnegie Hall di New York, uno dei templi della musica americana.
Oggi un concerto jazz alla Carnegie Hall non avrebbe nulla di sorprendente. Nel 1938 la situazione era molto diversa. Il jazz era enormemente popolare, ma continuava a essere considerato da parte dell’establishment culturale come musica da ballo o intrattenimento, non necessariamente come una forma artistica degna degli stessi luoghi riservati alla tradizione concertistica.
Goodman stesso era inizialmente incerto sull’opportunità di affrontare quel pubblico. Il concerto diventò invece storico. Sul palco si incontrarono musicisti provenienti anche dalle orchestre di Duke Ellington e Count Basie, in un programma che attraversava la storia e il presente del jazz.
La serata terminò con una memorabile interpretazione di Sing, Sing, Sing. Quella notte contribuì a modificare la percezione culturale del jazz.La musica nata anche nei club e nelle sale da ballo era entrata in uno dei luoghi simbolicamente più prestigiosi della musica occidentale.
Non soltanto jazz
Definire Goodman semplicemente un musicista jazz sarebbe però ancora riduttivo. Il clarinettista attraversò anche il confine tra musica popolare e musica colta.
Collaborò con importanti compositori e interpreti della musica classica. Béla Bartók compose Contrasts per clarinetto, violino e pianoforte per Goodman e il violinista Joseph Szigeti. Aaron Copland scrisse per lui il celebre Clarinet Concerto.
Goodman interpretò inoltre Mozart e altri autori del repertorio classico. È un aspetto particolarmente interessante della sua personalità artistica. Il musicista che faceva ballare l’America poteva confrontarsi con Bartók, Copland e Mozart senza considerare jazz e musica classica come universi necessariamente incompatibili. Ancora una volta, la sua carriera sembra caratterizzata dall’attraversamento dei confini.
La musica come linguaggio dell’incontro
A quarant’anni dalla morte, è forse proprio questa la dimensione di Benny Goodman che merita di essere ricordata. La musica non elimina automaticamente le divisioni sociali. Non cancella il razzismo, non risolve i conflitti e non sostituisce la politica, il diritto o l’educazione. Può però creare uno spazio nel quale persone che la società considera separate scoprono di poter costruire qualcosa insieme.
Un’orchestra rende questa realtà particolarmente evidente. Ogni musicista conserva il proprio strumento, il proprio timbro e la propria personalità. L’armonia non nasce dall’annullamento delle differenze, ma dalla capacità di farle dialogare.
Nel jazz questo principio diventa ancora più evidente attraverso l’improvvisazione. Il musicista deve ascoltare gli altri. Deve sapere quando intervenire e quando lasciare spazio. Deve proporre qualcosa di nuovo senza perdere il rapporto con ciò che stanno facendo gli altri. La libertà individuale e l’ascolto reciproco non sono opposti. Sono entrambi necessari perché la musica funzioni.
Un’eredità che supera lo swing
La Swing Era sarebbe progressivamente tramontata. Nuovi linguaggi musicali avrebbero trasformato il jazz e la cultura popolare americana. Goodman continuò comunque a suonare, registrare e dirigere per decenni, alternando jazz e repertorio classico. Nel 1962 portò la propria orchestra anche in Unione Sovietica, in piena Guerra fredda.
Morì a New York il 13 giugno 1986, a 77 anni. Quarant’anni dopo, le sue registrazioni appartengono alla storia della musica, ma il significato della sua esperienza non è soltanto musicale. Il figlio di immigrati cresciuto in una famiglia povera di Chicago diventò uno degli artisti più famosi d’America. Il clarinettista jazz entrò alla Carnegie Hall. Il “Re dello Swing” attraversò il confine tra musica popolare e classica.
E mentre una parte della società americana continuava a dividere le persone secondo il colore della pelle, sul suo palco musicisti bianchi e afroamericani suonavano insieme.
Non significa trasformare Benny Goodman in ciò che non fu. Significa riconoscere che anche una scelta artistica può assumere un significato culturale. La musica non aveva abolito le barriere della società americana. Ma per il tempo di un concerto mostrava che quelle barriere non erano necessarie per creare armonia. Questa, oltre allo swing e al suono inconfondibile del suo clarinetto, è una delle eredità più attuali lasciate da Benny Goodman.
Link Benny Goodman Estate – biografia ufficiale
Immagine: Benny Goodman, foto di Jammes J. Kriegsmann, New York.