Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Medicina e Salute

18 marzo, memoria delle vittime del coronavirus : un dovere civile che parla ancora al presente

Covid-19 Coronavirus SARS-CoV-2

A due giorni dalla Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime dell’epidemia da coronavirus, una riflessione sul significato civile, umano e istituzionale di una ricorrenza che continua a parlare al presente

Il 18 marzo non è una semplice data del calendario civile italiano. È il giorno in cui il Paese è chiamato a fermarsi, ricordare, riflettere. La Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime dell’epidemia di coronavirus, istituita ufficialmente nel 2021, custodisce una ferita ancora viva nella coscienza collettiva dell’Italia: quella delle migliaia di persone morte durante la pandemia, spesso nella solitudine, nel dolore, nell’impossibilità di un ultimo saluto da parte dei propri cari.

Pubblicare oggi, 20 marzo 2026, un articolo su questa ricorrenza non significa arrivare tardi. Al contrario, può voler dire andare oltre la cerimonia e l’emozione immediata, per provare a capire che cosa resti davvero, nel presente, di quella tragedia che ha segnato famiglie, istituzioni, medici, infermieri, lavoratori, anziani, giovani e intere comunità. Il 18 marzo, infatti, non appartiene solo al passato: continua a interrogare il nostro modo di vivere, di curare, di amministrare, di comunicare e perfino di ricordare.

La scelta del 18 marzo non è casuale. In Italia quella data è diventata simbolica perché richiama uno dei momenti più drammatici della prima fase della pandemia, quando il Paese e il mondo furono colpiti dalle immagini provenienti soprattutto da Bergamo, divenute emblema del dolore nazionale. La successiva istituzione legislativa della Giornata ha voluto dare una forma stabile e pubblica a quel ricordo, trasformandolo in memoria condivisa e in responsabilità civile.

Ricordare le vittime del coronavirus significa anzitutto restituire volto e dignità a persone che, in molti casi, sono state ridotte a numeri dentro bollettini quotidiani. Durante i mesi più duri dell’emergenza, l’opinione pubblica si è trovata immersa in curve epidemiologiche, statistiche, tassi di positività, ricoveri, decessi. Tutto questo era necessario per comprendere la portata del fenomeno, ma col tempo è emerso anche un rischio: quello di lasciare che la dimensione quantitativa soffocasse quella umana. La memoria serve anche a questo: a impedire che la contabilità del dolore cancelli la singolarità delle vite perdute.

C’è poi un secondo livello, più profondo, che questa giornata porta con sé. Il coronavirus non ha colpito solo i corpi, ma anche i legami. Ha imposto distanze, interrotto abitudini, modificato riti sociali, religiosi e familiari. Ha cambiato il modo di stare insieme e persino di accompagnare la morte. In molti casi non è stato possibile assistere i propri parenti negli ultimi momenti, celebrare funerali in forma piena, elaborare il lutto in maniera condivisa. Per questo la memoria pubblica delle vittime non è un gesto formale: è anche una risposta, almeno simbolica, a una frattura relazionale che molte persone non hanno mai davvero superato.

La Giornata nazionale del 18 marzo chiede però anche un esercizio di verità. Fare memoria non significa costruire una narrazione comoda o retorica, ma riconoscere quanto il Paese abbia sofferto, quanto abbia retto grazie al sacrificio di tanti, e quanto resti ancora da comprendere sul piano sanitario, sociale, economico e culturale. Gli operatori sanitari, le famiglie, il mondo della scuola, il volontariato, le istituzioni locali e nazionali hanno attraversato anni difficilissimi. La pandemia ha mostrato sia straordinarie risorse di solidarietà sia fragilità profonde nei sistemi di prevenzione, cura, assistenza e comunicazione.

Anche per questo il 18 marzo conserva un valore educativo. La memoria delle vittime del coronavirus non dovrebbe ridursi a una celebrazione annuale, ma diventare criterio per orientare il futuro. Significa investire nella sanità, nella ricerca, nella medicina territoriale, nella preparazione alle emergenze, ma anche nella qualità della comunicazione pubblica. In quegli anni si è visto quanto le parole possano aiutare o ferire, chiarire o confondere, unire o dividere. In tempi di crisi, l’informazione non è mai un elemento secondario: concorre a formare comportamenti, fiducia, percezioni sociali e capacità di coesione.

Esiste inoltre una dimensione morale che questa ricorrenza rende particolarmente evidente. Una società si misura non soltanto nella capacità di produrre ricchezza o innovazione, ma nel modo in cui custodisce i più fragili e nel modo in cui ricorda chi non c’è più. Il 18 marzo parla di anziani morti nelle RSA, di persone vulnerabili, di famiglie spezzate, di medici e infermieri messi sotto pressione estrema, di cittadini che hanno vissuto paura, isolamento e incertezza. Per questo la memoria delle vittime dell’epidemia da coronavirus resta anche una domanda di umanizzazione della vita pubblica.

Nel 2026, a distanza di anni dall’inizio della pandemia, il rischio più insidioso forse non è soltanto l’oblio, ma la banalizzazione. Col passare del tempo, ogni trauma collettivo tende a essere assorbito dalla normalità. Si torna a correre, a produrre, a discutere d’altro. È naturale. Ma proprio per questo servono giornate come quella del 18 marzo: non per riaprire ferite in modo sterile, bensì per evitare che il benessere riconquistato cancelli il senso di ciò che è accaduto. Una memoria autentica non blocca il futuro: lo rende più consapevole.

Ricordare tutte le vittime dell’epidemia significa, infine, riaffermare un principio essenziale: nessuna vita perduta può essere considerata marginale. In una stagione storica segnata da polarizzazioni, conflitti narrativi e memorie selettive, la Giornata nazionale del 18 marzo invita a una memoria inclusiva, non divisiva. Una memoria che non appartiene a una parte, ma all’intero Paese. Una memoria civile, umana, istituzionale.

Per questo il 20 marzo può essere ancora il momento giusto per tornare su questa ricorrenza. Non più soltanto per commemorare, ma per capire che cosa abbiamo imparato davvero. La pandemia da coronavirus ha lasciato un’eredità di dolore, ma anche una consegna morale: non dimenticare le vittime, non sprecare la lezione della fragilità, non separare mai il progresso dalla responsabilità. Il 18 marzo resta lì, ogni anno, a ricordarci che la memoria non è un esercizio sul passato, ma una scelta sul tipo di società che vogliamo essere.

Comments

comments