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Giornalismo

Equo compenso per i giornalisti : senza dignità del lavoro si indebolisce la libertà d’informazione

Carlo Bartoli CNOG OdG

Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli chiede al Governo una decisione sulla tutela dei collaboratori e dei lavoratori autonomi

Retribuzioni adeguate, qualità delle notizie e indipendenza professionale sono aspetti dello stesso problema democratico

L’equo compenso dei giornalisti non riguarda soltanto il reddito di una categoria professionale. Investe direttamente la qualità dell’informazione, l’autonomia di chi la produce e, in ultima analisi, il diritto dei cittadini a ricevere notizie verificate, complete e indipendenti.

A richiamare l’attenzione sul tema è stato il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, intervenuto il 10 settembre all’assemblea dell’Associazione Stampa Toscana, a Firenze. Secondo Bartoli, i giornalisti sarebbero l’unica categoria professionale per la quale non risulta possibile applicare concretamente l’equo compenso ai collaboratori e ai lavoratori autonomi, a causa della forte opposizione degli editori.

Il presidente dell’Ordine ha quindi rivolto al Governo un invito molto netto: chiarire da quale parte intenda stare. Per rendere più immediato il concetto, ha utilizzato la metafora dello sceriffo di Nottingham e di Robin Hood, sostenendo che l’assenza di un intervento finirebbe per favorire la parte economicamente più forte.

Al di là della formula polemica, la questione sollevata è reale: può esistere un’informazione libera quando chi la produce viene pagato pochi euro per un articolo, un servizio o un’inchiesta che possono richiedere ore di lavoro, verifiche, spostamenti e assunzione di responsabilità?

Il prezzo di una notizia non coincide con il valore del giornalismo

Nel mercato dell’informazione digitale si è progressivamente diffusa l’idea che i contenuti debbano essere veloci, abbondanti e poco costosi. Il valore del lavoro giornalistico viene talvolta calcolato in base alla lunghezza del testo, al numero di visualizzazioni ottenute o alla rapidità della consegna, trascurando tutto ciò che precede la pubblicazione.

Dietro un articolo possono esserci la ricerca delle fonti, il controllo dei documenti, il confronto tra versioni differenti, la valutazione dell’interesse pubblico, la tutela delle persone coinvolte e la responsabilità giuridica e deontologica di ciò che viene scritto.

Una notizia non è una merce qualsiasi. Può influenzare la reputazione di una persona, orientare il dibattito pubblico, incidere su decisioni politiche ed economiche e contribuire alla formazione delle opinioni. Ridurre il compenso del giornalista fino a renderlo simbolico significa ignorare il valore e il peso sociale del suo lavoro.

L’equo compenso non costituisce quindi un privilegio corporativo. È il riconoscimento del principio secondo cui una prestazione professionale deve essere remunerata in modo proporzionato alla sua quantità, alla sua qualità e alla responsabilità che comporta.

Collaboratori e autonomi, l’anello più fragile

Il problema riguarda soprattutto i collaboratori esterni, i freelance e i lavoratori autonomi, spesso indispensabili per seguire territori, settori specialistici e avvenimenti che le redazioni, ridotte negli organici, non riescono più a coprire direttamente.

Questi professionisti sostengono personalmente i costi degli strumenti, della connessione, degli spostamenti, della formazione, della previdenza e, in molti casi, dell’assistenza legale. Nonostante ciò, possono trovarsi nella condizione di dover accettare compensi molto bassi, pagamenti ritardati o collaborazioni prive di continuità.

La libertà contrattuale, quando il rapporto di forza tra le parti è fortemente squilibrato, rischia di restare soltanto formale. Chi dipende da una serie di piccoli incarichi difficilmente può negoziare alla pari con un grande editore o rifiutare condizioni sfavorevoli senza mettere a rischio la propria possibilità di lavorare.

Per questo l’equo compenso serve a fissare una soglia di dignità sotto la quale la concorrenza non dovrebbe scendere. Non impedisce di premiare esperienza, qualità e specializzazione, ma evita che il bisogno di lavorare venga utilizzato per comprimere indefinitamente il valore della prestazione.

Informazione povera e democrazia più fragile

La precarietà economica non produce automaticamente cattivo giornalismo, così come una retribuzione elevata non garantisce da sola qualità e indipendenza. È però ragionevole riconoscere che condizioni di lavoro fragili aumentano i rischi per l’informazione.

Quando il tempo disponibile viene ridotto al minimo, diventa più difficile verificare le fonti, approfondire una vicenda o sottrarsi alla semplice riproduzione di comunicati e contenuti già disponibili in rete. Quando il reddito dipende dalla quantità degli articoli pubblicati o dai clic ottenuti, possono essere incentivati titoli sensazionalistici, semplificazioni eccessive e una produzione continua che lascia poco spazio alla riflessione.

La libertà di stampa non coincide soltanto con l’assenza della censura. Richiede condizioni materiali che permettano al giornalista di esercitare il proprio mestiere senza essere interamente subordinato alle urgenze economiche, agli interessi dei committenti o alla ricerca esasperata dell’attenzione.

Difendere l’equo compenso significa dunque tutelare anche il lettore. Un giornalista costretto a lavorare in condizioni economicamente insostenibili è più esposto alla precarietà, alla pressione e alla sostituibilità. Una comunità che svaluta sistematicamente chi verifica e racconta i fatti rischia di lasciare maggiore spazio alla propaganda, alla disinformazione e alla comunicazione priva di responsabilità.

La riforma della professione

Nel suo intervento Bartoli ha richiamato anche il percorso di riforma dell’ordinamento giornalistico. Il disegno di legge delega è stato approvato dal Senato senza voti contrari e dovrà proseguire il proprio esame alla Camera.

Secondo il presidente dell’Ordine, si apre la possibilità di rivedere, per la prima volta dopo oltre sessant’anni, una disciplina nata in un contesto profondamente diverso da quello attuale. Tra le proposte indicate figurano l’introduzione della laurea come requisito per l’accesso alla professione e almeno di una laurea triennale per i futuri pubblicisti.

Sono ipotesi che meritano un confronto ampio. Una riforma non dovrebbe limitarsi a modificare i requisiti formali di ingresso, ma dovrebbe affrontare anche la formazione continua, il riconoscimento delle nuove competenze digitali, la sostenibilità del lavoro autonomo e la distinzione tra informazione professionale, comunicazione e produzione indistinta di contenuti.

L’intelligenza artificiale rende questo passaggio ancora più urgente. Gli strumenti automatici possono aiutare nella trascrizione, nell’analisi dei documenti, nella traduzione e nell’organizzazione delle informazioni. Non possono però sostituire la responsabilità personale di chi seleziona le fonti, comprende il contesto, verifica i fatti e risponde pubblicamente degli eventuali errori.

Se l’innovazione viene utilizzata soltanto per diminuire i costi e aumentare il numero dei contenuti, senza investire nelle persone, il risultato non sarà necessariamente un’informazione migliore. Potrebbe invece crescere la quantità di testi disponibili mentre diminuiscono l’affidabilità, l’originalità e il controllo umano.

Dignità, ragione e responsabilità

La ragione invita a considerare il giornalismo come un’infrastruttura essenziale della democrazia. La fede richiama il valore del lavoro umano e il dovere di non ridurre la persona a una funzione produttiva. Entrambe conducono alla stessa domanda: quale qualità dell’informazione può essere costruita sulla svalutazione di chi la realizza?

La dignità professionale non dipende soltanto dal compenso, ma senza una retribuzione adeguata rischia di trasformarsi in un principio astratto. Chiedere correttezza, precisione, indipendenza e preparazione a un giornalista significa anche riconoscere economicamente il tempo e le competenze necessari per garantirle.

Il Governo, il Parlamento, gli editori, l’Ordine e le rappresentanze sindacali hanno responsabilità diverse, ma complementari. Il confronto non dovrebbe ridursi alla contrapposizione tra categoria professionale e imprese editoriali. È necessario trovare un equilibrio che permetta agli editori di affrontare la crisi economica del settore senza trasferirne interamente il peso sui collaboratori più deboli.

L’equo compenso non risolverà da solo tutti i problemi del giornalismo italiano. Può però segnare una scelta di principio: riconoscere che l’informazione ha un costo perché richiede lavoro, competenza e responsabilità. Pagare dignitosamente chi racconta la realtà non significa proteggere una corporazione, ma investire nella qualità dello spazio pubblico e nella libertà dei cittadini.

Fonte e immagine : CNOG OdG.

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