Giornalista, inviata di guerra e scrittrice, Oriana Fallaci morì a Firenze il 15 settembre 2006
A vent’anni dalla scomparsa, il suo percorso continua a interrogare il rapporto tra libertà di parola, ricerca della verità, responsabilità dell’informazione e confronto con il potere
A vent’anni dalla morte, Oriana Fallaci continua a occupare un posto difficilmente classificabile nella storia del giornalismo e della letteratura italiana. Celebrarla senza interrogare le sue contraddizioni significherebbe tradire proprio quella libertà di giudizio che rivendicò per tutta la vita. Ridurla alle polemiche dell’ultima fase, tuttavia, cancellerebbe una carriera attraversata da guerre, rivoluzioni, missioni spaziali, interviste ai protagonisti della politica mondiale e opere tradotte in numerosi Paesi.
Fallaci morì a Firenze il 15 settembre 2006, dopo una lunga malattia. Era nata nella stessa città il 29 giugno 1929 e aveva conosciuto molto presto la violenza della storia. Proveniente da una famiglia antifascista, durante la Seconda guerra mondiale partecipò ancora adolescente alla Resistenza come staffetta. Quell’esperienza contribuì a formare il suo carattere e una concezione della libertà come responsabilità personale, conquista fragile e valore da difendere anche quando ciò comporta solitudine o rischio.
Il suo rapporto con il giornalismo iniziò precocemente. Dopo i primi articoli di cronaca, entrò nella redazione dell’“Europeo” e si confrontò inizialmente con il costume, lo spettacolo e la società. Presto, però, la sua attenzione si spostò verso i grandi eventi internazionali. La giornalista desiderava trovarsi dove la storia stava accadendo, osservandola direttamente e assumendosi il rischio di raccontarla.
L’inviata dentro la guerra
Oriana Fallaci seguì alcuni dei conflitti più drammatici della seconda metà del Novecento, dal Vietnam alle guerre tra India e Pakistan, dal Medio Oriente all’America Latina. Non raccontava il fronte come uno scenario astratto composto da strategie, mappe e comunicati militari. Cercava le persone immerse nella violenza: soldati impauriti, civili, feriti, madri, prigionieri e sopravvissuti.
Il suo giornalismo di guerra era dichiaratamente partecipe. Fallaci non pretendeva di essere un osservatore invisibile e neutrale. Entrava nel racconto con emozioni, giudizi e domande, mostrando che dietro ogni resoconto esiste comunque uno sguardo umano. Questa scelta conferiva forza alla narrazione, ma sollevava anche un problema ancora attuale: fino a che punto il coinvolgimento personale aiuta a comprendere la realtà e quando, invece, rischia di sovrapporsi a essa?
Nel 1968 si trovava a Città del Messico durante la repressione di piazza delle Tre Culture a Tlatelolco. Rimase ferita dai colpi esplosi contro i manifestanti e fu creduta morta. L’esperienza dimostrò concretamente quale prezzo potesse avere la decisione di essere presente sul luogo degli avvenimenti.
Dal Vietnam nacque “Niente e così sia”, un libro nel quale la cronaca del conflitto si unisce alla riflessione sulla morte, sulla paura e sull’assurdità della guerra. Non è soltanto un reportage: è il tentativo di comprendere che cosa accade all’essere umano quando la violenza diventa normalità e il confine tra vittime e carnefici appare sempre più fragile.
L’intervista come confronto con il potere
Fallaci contribuì a trasformare l’intervista politica in un genere dotato di autonoma forza narrativa. Per lei intervistare non significava offrire al personaggio pubblico uno spazio nel quale ripetere dichiarazioni preparate. Era un confronto, talvolta uno scontro, nel quale il giornalista doveva mettere alla prova il linguaggio del potere.
Incontrò capi di Stato, leader politici, rivoluzionari e protagonisti della storia contemporanea: Henry Kissinger, Golda Meir, Yasser Arafat, Indira Gandhi, Willy Brandt, il generale Giap, Deng Xiaoping e l’ayatollah Khomeini, oltre a numerose altre personalità. Non nascondeva il proprio dissenso e cercava di spezzare le formule ufficiali attraverso domande dirette, obiezioni e rilanci.
L’intervista a Khomeini, durante la quale si tolse il chador che le era stato richiesto di indossare, è diventata uno degli episodi più conosciuti della sua carriera. Al di là della teatralità del gesto, quell’incontro riassume la sua idea del mestiere: il giornalista non deve inginocchiarsi davanti al potere né accettarne automaticamente linguaggio, regole e rappresentazione di sé.
Questo metodo poteva produrre rivelazioni straordinarie, ma conteneva anche dei rischi. L’intervistatore poteva diventare protagonista quanto l’intervistato; il confronto poteva prevalere sull’ascolto; il desiderio di smascherare il potere poteva condurre a un giudizio già formato. Proprio questa tensione rende ancora oggi le sue interviste interessanti per chi studia il giornalismo.
La neutralità assoluta è probabilmente impossibile, ma l’onestà intellettuale richiede di distinguere i fatti dalle interpretazioni e le domande dalle sentenze. Fallaci scelse una forma di giornalismo esplicitamente soggettiva, assumendosi tanto la forza quanto i limiti di quella decisione.
Dalla cronaca alla letteratura
La scrittura di Oriana Fallaci attraversò continuamente il confine tra giornalismo e letteratura. Le sue pagine sono riconoscibili per il ritmo, il coinvolgimento emotivo, l’uso della prima persona e la capacità di trasformare eventi pubblici in esperienze esistenziali.
In “Intervista con la storia” raccolse alcuni dei suoi confronti più importanti con i protagonisti della politica mondiale. “Lettera a un bambino mai nato” affrontò maternità, libertà, responsabilità e dolore attraverso un monologo destinato a dividere lettori e interpreti. “Un uomo” raccontò il legame con Alexandros Panagulis, oppositore della dittatura dei colonnelli in Grecia, unendo vicenda personale, denuncia politica e riflessione sulla libertà. “Insciallah”, ambientato durante la guerra civile libanese, rappresentò invece uno dei suoi progetti narrativi più complessi.
Nella sua opera la paura non viene negata. Il coraggio non coincide con l’assenza di timore, ma con la decisione di agire e parlare nonostante il timore. Questa concezione attraversa tanto i reportage dal fronte quanto i libri e le interviste.
Il rischio, presente in una scrittura così fortemente personale, è che la realtà finisca per essere ordinata secondo le categorie emotive dell’autrice. La sua voce, però, possedeva una potenza capace di coinvolgere lettori molto diversi e di avvicinarli a eventi internazionali che avrebbero potuto apparire lontani.
L’11 settembre e la stagione più controversa
Gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono una svolta profonda nella presenza pubblica di Fallaci. Dopo anni di relativo silenzio, tornò a intervenire con “La rabbia e l’orgoglio”, seguito da “La forza della ragione” e da altri scritti dedicati al rapporto tra Occidente, Islam, terrorismo, identità e immigrazione.
Questi testi ottennero un enorme successo editoriale e accesero un conflitto culturale ancora oggi non completamente esaurito. Per molti lettori rappresentarono una denuncia coraggiosa del fondamentalismo islamista, delle minacce alla libertà e delle debolezze dell’Occidente. Per altri contenevano generalizzazioni, sovrapponevano troppo facilmente religione, cultura e terrorismo e utilizzavano un linguaggio capace di alimentare ostilità verso intere comunità.
Un profilo obiettivo non può ignorare né il contesto nel quale quei libri nacquero né le critiche che suscitarono. Il terrorismo jihadista costituiva e costituisce una minaccia reale, che il giornalismo ha il dovere di analizzare senza reticenze. Allo stesso tempo, la denuncia dell’estremismo non deve trasformarsi nell’attribuzione di una responsabilità collettiva a milioni di persone differenti per storia, convinzioni e comportamenti.
La libertà di parola protegge anche le opinioni urticanti, impopolari o radicali. Ma non sottrae chi parla alla critica. Libertà e responsabilità non sono principi avversari: la prima rende possibile il confronto, la seconda impedisce che la parola rinunci alla verifica, alle distinzioni e alla dignità delle persone.
Un’eredità che continua a dividere
Oriana Fallaci non fu una figura conciliante e probabilmente non avrebbe desiderato diventarlo dopo la morte. La sua eredità continua a dividere perché unisce coraggio e durezza, capacità di ascolto e desiderio di contraddire, precisione testimoniale e interpretazione personale, difesa della libertà e affermazioni oggetto di critiche profonde.
È proprio questa complessità a rendere utile ricordarla. Il giornalismo non dovrebbe costruire statue né organizzare processi sommari. Deve conservare la memoria, verificare i fatti e valutare con libertà tanto i meriti quanto gli errori.
Dalla carriera di Fallaci rimane anzitutto una domanda sul rapporto con il potere. Il giornalista deve poter interrogare chi governa senza timore reverenziale, senza trasformarsi in portavoce e senza accettare risposte evasive. Ma deve anche evitare di sostituire alla propaganda del potere la certezza assoluta del proprio punto di vista.
Rimane inoltre la questione della presenza. Fallaci andava nei luoghi della guerra, incontrava direttamente i protagonisti e metteva il proprio corpo davanti alla storia. Nell’era digitale, nella quale dichiarazioni, immagini e commenti circolano a velocità enorme, la sua esperienza ricorda il valore della testimonianza diretta. Essere presenti, tuttavia, non basta: occorre osservare, contestualizzare, verificare e riconoscere ciò che ancora non si conosce.
La parola, la paura e la responsabilità
A vent’anni dalla morte, Oriana Fallaci continua dunque a interrogare il giornalismo. La sua opera mostra la forza di una parola capace di opporsi al conformismo e di porre domande scomode. Mostra però anche quanto sia sottile il confine tra denuncia e generalizzazione, tra passione e pregiudizio, tra libertà espressiva e responsabilità pubblica.
Il giornalismo oggi ha bisogno del coraggio di non tacere davanti al potere, alla guerra, al terrorismo e alle violazioni della dignità umana. Ha bisogno, nello stesso tempo, della ragione che distingue, verifica e impedisce alla paura di diventare una lente attraverso la quale giudicare tutto.
Ricordare Oriana Fallaci significa confrontarsi con entrambe queste esigenze. Non accettare il silenzio imposto dal potere, ma neppure rinunciare alla misura. Non avere paura delle domande difficili, ma restare consapevoli delle conseguenze delle parole. È in questa tensione irrisolta, più che in qualsiasi celebrazione, che rimane viva la sua presenza nella storia del giornalismo italiano.