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Arte e cultura

Tolkien : la speranza, la misericordia e la forza dei piccoli

Tolkien

A cinquantatré anni dalla morte dello scrittore J.R.R. Tolkien, il Signore degli Anelli continua a interrogare il rapporto tra fragilità e coraggio, amicizia e responsabilità

Il male non viene sconfitto soltanto dalla forza, ma anche da gesti di compassione dei quali nessuno può prevedere tutte le conseguenze

Il 2 settembre 1973 moriva J.R.R. Tolkien, scrittore, filologo e autore di uno degli universi narrativi più influenti della letteratura contemporanea. A cinquantatré anni dalla sua scomparsa, tornare al Signore degli Anelli significa ritrovare molto più di un’avventura popolata da creature fantastiche. Significa confrontarsi con una domanda che attraversa la storia umana: quale possibilità rimane al bene quando il male sembra disporre di mezzi incomparabilmente superiori?

La risposta di Tolkien non consiste nella celebrazione di un eroe invulnerabile. Nella Terra di Mezzo esistono guerrieri valorosi, sovrani legittimi e figure dotate di grande sapienza, ma il destino della missione dipende anche da esseri apparentemente marginali. Gli hobbit non possiedono eserciti e non aspirano a governare il mondo. Amano le case, i giardini, il cibo e le consuetudini della Contea. Proprio questa familiarità con una vita ordinaria conferisce alla loro avventura una particolare profondità: difendono un mondo che desiderano abitare, non dominare.

I piccoli non sono irrilevanti

La centralità degli hobbit mette in discussione l’idea secondo cui soltanto chi occupa una posizione di comando possa incidere sulla storia. Frodo, Sam, Merry e Pipino non sono intercambiabili né privi di difetti: ciascuno attraversa paure, errori e trasformazioni. Il loro valore emerge nelle scelte, non in una superiorità proclamata in partenza.

La piccolezza, tuttavia, non è una garanzia automatica di innocenza. Anche gli hobbit possono essere tentati, diventare possessivi o cedere al desiderio di potere. La loro forza non consiste nell’essere estranei al male, ma nella possibilità di opporgli affetti, fedeltà e un senso del limite.

In questa prospettiva, il romanzo suggerisce una lettura esigente della responsabilità personale. Non essere potenti non significa essere inutili. Un gesto compiuto lontano dai luoghi del comando può modificare il corso degli eventi, anche quando chi lo compie non ne conosce la portata.

Tolkien speranza sentiero luce paesaggio Terra di mezzo

Immagine originale elaborata con Intelligenza Artificiale

Frodo e la fragilità dell’eroe

Frodo non percorre la strada verso Mordor accumulando una sicurezza crescente. Al contrario, il peso dell’Anello lo consuma, restringe il suo orizzonte e mette alla prova la sua capacità di scegliere. La missione non rivela un protagonista immune alla corruzione, ma un essere vulnerabile, sottoposto a una pressione sempre più distruttiva.

Il momento decisivo rende impossibile interpretare la storia come una semplice esaltazione della volontà individuale. Giunto alla Voragine del Fato, Frodo non riesce a rinunciare all’Anello e lo rivendica per sé. La sua lunga resistenza non basta a garantirgli il dominio assoluto sull’ultima scelta.

Questo cedimento non cancella il valore del cammino compiuto. Mostra piuttosto quanto sia inadeguato giudicare una persona ignorando il peso che ha sostenuto. Tolkien incrina così il modello dell’eroe autosufficiente: il bene non coincide con una prestazione impeccabile, e la salvezza della missione non può essere attribuita a un solo protagonista.

Sam : l’amicizia che sostiene senza dominare

Accanto a Frodo, Sam rappresenta una forma di coraggio concreta. Si preoccupa del cibo, dell’acqua, del riposo e del prossimo passo. Il suo sguardo rimane legato alle cose che rendono vivibile il mondo, anche quando tutto sembra negarne la possibilità.

L’amicizia non elimina il peso dell’Anello e non rende Sam capace di risolvere ogni difficoltà. Gli permette, però, di non abbandonare Frodo. Quando l’amico non riesce più a procedere, lo porta sulle proprie spalle: un gesto nel quale la cura diventa azione, fatica condivisa e prossimità.

La forza di questa relazione risiede anche nella sua differenza rispetto alla logica del dominio. Sam non accompagna Frodo per impossessarsi della sua missione. Lo aiuta a sostenerla. Il romanzo mostra così una potenza diversa da quella dell’Anello: non il controllo dell’altro, ma la disponibilità a servirne il bene.

La misericordia e il destino di Gollum

Uno dei passaggi più profondi dell’opera riguarda la pietà verso Gollum. Bilbo, prima, e Frodo, poi, rinunciano a ucciderlo quando ne avrebbero la possibilità. Non perché ignorino la sua pericolosità, ma perché riconoscono nella creatura deformata dall’Anello una sofferenza che impedisce di ridurla soltanto a un nemico da eliminare.

Gollum continua a ingannare e tradire. La misericordia non produce una conversione garantita e non viene presentata come una tecnica per ottenere obbedienza o gratitudine. Il suo valore precede il risultato.

Eppure, proprio la sopravvivenza di Gollum rende possibile la distruzione dell’Anello quando Frodo non riesce più a rinunciarvi. Dopo averglielo sottratto, Gollum precipita nel fuoco insieme all’oggetto del suo desiderio. Il compimento della missione passa così attraverso conseguenze che nessuno aveva pianificato.

Non è un invito a considerare buono il tradimento. È il riconoscimento che il futuro non si lascia racchiudere nei nostri calcoli. La compassione mantiene aperta una possibilità che una condanna irrevocabile avrebbe cancellato.

L’Anello e la tentazione di imporre il bene

L’Anello non seduce soltanto chi desidera apertamente il male. Può attrarre anche chi vorrebbe difendere il proprio popolo, ristabilire la giustizia o sconfiggere un tiranno. La vicenda di Boromir rivela quanto facilmente un’intenzione comprensibile possa trasformarsi nella pretesa di utilizzare qualunque mezzo.

Gandalf e Galadriel riconoscono invece il pericolo di impadronirsi di uno strumento di dominio, anche immaginando di impiegarlo per fini giusti. La questione non riguarda soltanto chi esercita il potere, ma quale rapporto quel potere stabilisce con gli altri.

La vittoria, perciò, non consiste nel sostituire Sauron sul suo trono. Richiede di distruggere l’Anello. È una distinzione decisiva: combattere il male non autorizza automaticamente ad assumerne la logica.

Una speranza che non cancella le ferite

La speranza tolkieniana non equivale alla previsione che tutto andrà bene. Nel saggio Sulle fiabe, Tolkien elabora il concetto di eucatastrofe, una svolta inattesa verso la gioia quando la sconfitta sembra ormai definitiva. Non è la negazione della sofferenza, ma l’apertura di un esito che il dolore presente non consentiva di immaginare.

Anche il finale del Signore degli Anelli conserva perdite e ferite. Frodo contribuisce a salvare la Contea, ma non riesce a ritrovare pienamente la pace nella vita alla quale ha permesso di continuare. La vittoria non restituisce automaticamente ciò che è stato consumato.

Questa consapevolezza rende la speranza più profonda di un lieto fine consolatorio. Il bene rimane degno di essere scelto anche quando chi lo compie non potrà goderne interamente i frutti.

Le radici cristiane e la libertà del racconto

La fede cattolica di Tolkien è importante per comprendere la sensibilità morale della sua opera. Misericordia, tentazione, sacrificio e speranza vi trovano una risonanza profonda. Sarebbe però riduttivo trasformare ogni personaggio in un equivalente di una figura religiosa o leggere la trama come un messaggio cifrato da decodificare.

Tolkien rifiutava l’allegoria intesa come una corrispondenza imposta tra racconto e significato. La forza della sua letteratura risiede anche nella libertà lasciata al lettore: credenti e non credenti possono riconoscervi domande autentiche senza dover condividere ogni presupposto dell’autore.

A cinquantatré anni dalla sua morte, resta questa intuizione: la storia non appartiene soltanto a chi dispone della forza maggiore. Appartiene anche a chi accompagna un amico, resiste alla tentazione di dominare e conserva misericordia quando sarebbe più facile pronunciare una condanna definitiva. I piccoli non possono tutto, ma ciò che scelgono di fare conta.

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