Nell’intenzione di preghiera per settembre 2026, il Pontefice richiama il diritto all’acqua e invita a contrastare sprechi e inquinamento.
Fede, giustizia e attenzione ai più fragili
L’acqua sostiene la vita, ma la possibilità di disporne in condizioni di sicurezza rimane profondamente diseguale. A questa realtà Papa Leone XIV dedica l’intenzione di preghiera per settembre 2026, pubblicata sul sito della Santa Sede nell’ambito dell’iniziativa Prega con il Papa. Il tema scelto, la cura dell’acqua, porta al centro della riflessione cristiana una necessità quotidiana che coinvolge la salute, la dignità e il futuro delle comunità.
Nella preghiera, il Pontefice presenta l’acqua come dono di Dio e richiama il suo significato nel Battesimo. La gratitudine diventa però anche esame di coscienza: Leone XIV chiede perdono per averla ridotta a merce, dimenticandone la destinazione universale. La domanda rivolta a Dio è imparare a custodirla «con gratitudine, giustizia e responsabilità». Lo sguardo si rivolge quindi a chi deve affrontare lunghi spostamenti per procurarsela e a quanti subiscono le conseguenze della sua mancanza. Santa Sede, preghiera per settembre 2026.
Un diritto che deve diventare accessibile
Il richiamo spirituale incontra un principio riconosciuto anche sul piano internazionale. Come ricorda UN-Water, il diritto umano all’acqua riguarda la disponibilità di una quantità sufficiente per gli usi personali e domestici, insieme alla sicurezza, all’accettabilità, all’accessibilità fisica e alla sostenibilità economica del servizio. Non basta, dunque, che una risorsa esista in un territorio: occorre che le persone possano effettivamente utilizzarla.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani sottolinea inoltre che nessuno dovrebbe essere escluso dall’accesso all’acqua potabile perché non può permettersela. Questa prospettiva invita a valutare i servizi non soltanto attraverso la loro estensione, ma anche considerando gli ostacoli che incontrano le persone più vulnerabili.
La questione non si esaurisce perciò nell’alternativa tra disponibilità e scarsità. Riguarda anche il modo in cui vengono definite le priorità, distribuite le risorse e ascoltati i bisogni. Un servizio può essere formalmente presente senza rappresentare una possibilità concreta per tutti: è in questa distanza tra riconoscimento del diritto e vita quotidiana che si misura la responsabilità delle istituzioni.
Oltre due miliardi di persone senza servizi gestiti in sicurezza
La dimensione del problema emerge dai dati del programma congiunto di monitoraggio di Organizzazione mondiale della sanità e UNICEF. Il rapporto pubblicato nel 2025, riferito al periodo fino al 2024, indica che circa 2,1 miliardi di personenon disponevano di servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza. Tra queste, 106 milioni utilizzavano direttamente acque superficiali non trattate. Le disuguaglianze restavano particolarmente marcate nei Paesi meno sviluppati e nei contesti fragili.
È importante comprendere correttamente queste cifre. Non significano che tutte le persone comprese nei 2,1 miliardi siano completamente prive di acqua. Per essere classificato come gestito in sicurezza, un servizio deve utilizzare una fonte migliorata, accessibile presso l’abitazione, disponibile quando necessario e priva di contaminazioni. La mancanza di una di queste condizioni può compromettere la sicurezza dell’approvvigionamento anche dove un accesso di base esiste.
Dalla sobrietà personale alla responsabilità collettiva
Nella parte conclusiva della preghiera, Leone XIV invoca uno stile di vita sobrio, la denuncia degli sprechi e dell’inquinamento e l’educazione delle nuove generazioni alla protezione delle risorse. La cura dell’acqua viene così collegata all’amore per il Creatore e alla vicinanza ai poveri, perché ciascuno possa «bere senza paura, senza disuguaglianze».
Sul piano della responsabilità civile, questo orientamento suggerisce di tenere insieme comportamenti personali e scelte collettive. Evitare un consumo inutile è un gesto significativo, ma non può sostituire la manutenzione delle reti, il controllo della qualità e una gestione capace di guardare oltre l’emergenza. Allo stesso modo, chiedere interventi pubblici non rende irrilevanti le abitudini individuali: i due livelli devono sostenersi, senza diventare un pretesto per attribuire sempre ad altri il compito di agire.
Educare a riconoscere il valore dell’essenziale
Per chi vede scorrere l’acqua ogni giorno dal rubinetto, la sua disponibilità può sembrare un fatto scontato. Un’educazione attenta dovrebbe invece aiutare a comprendere il lavoro, le infrastrutture e le decisioni che rendono possibile quel gesto. Conoscere il percorso dell’acqua significa anche imparare a porre domande sulla sua provenienza, sulla sua qualità e sulle condizioni della sua distribuzione.
La riflessione proposta per settembre offre così un’occasione per collegare l’interiorità alla cittadinanza. La preghiera non fornisce un progetto tecnico di gestione idrica, ma invita a interrogare le priorità con cui si affronta il problema. Il punto decisivo è riconoscere che una necessità essenziale non può diventare un criterio di esclusione: una comunità giusta si costruisce anche rendendo possibile, per tutti, un gesto semplice come bere.