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Diritti e inclusione

Papa Leone XIV : odio e violenza portano soltanto distruzione e morte

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Durante la Messa per la Madonna del Lago a Castel Gandolfo, il Pontefice ha ricordato che odio e violenza producono soltanto distruzione

Anche davanti alle ferite e alle ingiustizie, il cristiano è chiamato a proteggere la propria umanità attraverso la fede

«Solo la via dell’amore è la via della vita». È il cuore dell’omelia pronunciata da Papa Leone XIV sabato 29 agosto 2026, nella chiesa di Maria Santissima del Lago a Castel Gandolfo, durante la Messa seguita dalla tradizionale processione mariana sul lago.

Il Pontefice ha richiamato l’esempio del profeta Geremia, il significato della croce e la radicalità del Vangelo per indicare una strada capace di interrompere la catena dell’odio. Il cristiano non è chiamato a rispondere al male lasciandosi trasformare dal male, ma a custodire la propria dignità e quella degli altri anche nelle situazioni più difficili.

La celebrazione si è inserita in una tradizione legata anche a San Paolo VI, che sostenne la costruzione della chiesa e la consacrò, e a San Giovanni Paolo II, che vi tornò per rinnovarne il messaggio spirituale.

Geremia e la forza di una parola che non può tacere

Commentando la prima lettura, Leone XIV ha ricordato il profeta Geremia e il suo bisogno irresistibile di corrispondere alla chiamata ricevuta. Il profeta ha conosciuto l’amore di Dio e il suo progetto di salvezza e, proprio per questo, non può rimanere in silenzio.

Annunciare la verità, tuttavia, lo espone all’incomprensione, alla sofferenza e alla derisione. Geremia sa che le sue parole non saranno sempre accolte e che dovrà compiere scelte sgradite a molti. Ciò che lo spinge non è però il desiderio di provocare o condannare, ma l’amore per il proprio popolo.

Il Pontefice ha così delineato una caratteristica essenziale della testimonianza cristiana: parlare e agire per il bene degli altri senza piegare la verità alle convenienze. Non si tratta di cercare il conflitto, ma di non rinunciare alla responsabilità della parola quando sono in gioco la giustizia, la dignità e la salvezza delle persone. La fermezza del profeta non nasce dall’orgoglio personale. È la conseguenza di un amore che non permette di voltarsi dall’altra parte.

La gloria di Cristo nel dono della vita

Nel Vangelo, Gesù annuncia ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere. Dopo la moltiplicazione dei pani e i segni che avevano suscitato entusiasmo tra la folla, Cristo chiarisce il senso autentico della propria missione.

La sua gloria non si manifesterà attraverso il dominio, il successo o la conquista del potere, ma nel dono libero di sé. Il pane distribuito alla folla anticipa il pane spezzato della croce: Gesù salva non imponendosi sugli altri, ma offrendo la propria vita.

La stessa strada viene indicata a chi desidera seguirlo. Prendere la croce non significa ricercare passivamente la sofferenza né rassegnarsi davanti alle ingiustizie. Significa rifiutare una vita costruita soltanto sulla difesa del proprio interesse e accettare la logica del dono, del servizio e della responsabilità.

Nell’omelia pronunciata a Castel Gandolfo, Leone XIV ha ricordato che l’amore salva quando diventa concreto: nella fedeltà della carità quotidiana, nei gesti straordinari di generosità e, in alcuni casi, nella testimonianza portata fino al martirio. Una realtà che, ha osservato il Papa, riguarda ancora oggi molti cristiani nel mondo.

Amare non significa essere deboli

La logica evangelica può apparire ingenua in una società che identifica la forza con la capacità di prevalere. Porgere l’altra guancia viene considerato un comportamento da perdenti; continuare a donare davanti al rifiuto sembra inutile; perdonare ripetutamente può essere giudicato un segno di debolezza.

Anche Pietro, ha ricordato Papa Leone XIV, faticò a comprendere l’annuncio della passione. Si aspettava probabilmente un Messia vittorioso secondo le categorie del potere umano e cercò di distogliere Gesù dalla via della croce.

Cristo non attenua però il proprio messaggio. Il perdono non è resa al male e non comporta la rinuncia alla giustizia. È il rifiuto di consentire all’ingiustizia subita di occupare il cuore della vittima, trasformandola progressivamente a immagine dell’aggressore.

Amare richiede una forza differente da quella esercitata attraverso la violenza. Significa non permettere che la ferita diventi odio, che l’offesa generi vendetta e che la paura produca nuova disumanità.

Odio e violenza generano soltanto morte

Il Papa ha rivolto un richiamo netto tanto alle relazioni personali quanto ai conflitti che attraversano il mondo: l’odio e la violenza non producono nulla di buono, neppure quando vengono giustificati come risposta a un torto subito.

La violenza promette spesso di ristabilire l’equilibrio spezzato dall’ingiustizia, ma finisce per moltiplicare le vittime e alimentare nuove ragioni di vendetta. Ciò accade nelle famiglie, nelle comunità e nelle relazioni tra popoli e nazioni.

La pace non può quindi essere costruita attraverso una semplice superiorità della forza. Richiede giustizia, verità e protezione delle vittime, ma anche la capacità di interrompere la spirale nella quale ogni violenza pretende di legittimarsi attraverso quella precedente.

Leone XIV ha invitato a non consentire al male di sfigurare la nostra umanità. La posta in gioco non riguarda soltanto ciò che facciamo agli altri, ma ciò che diventiamo quando lasciamo che l’odio determini i nostri pensieri e le nostre azioni.

Custodire l’immagine di Dio nell’uomo

Ogni essere umano porta in sé una dignità che il cristianesimo riconduce all’immagine divina. Questa dignità può essere ferita, negata e umiliata, ma non cancellata.

Continuare ad amare, donare e perdonare significa custodire tale immagine in noi stessi e negli altri. Non vuol dire ignorare la responsabilità di chi compie il male, ma impedire che la risposta all’ingiustizia distrugga anche l’umanità di chi l’ha subita.

È una sfida particolarmente importante in un tempo segnato dalla polarizzazione. Nel dibattito pubblico e negli ambienti digitali, l’avversario viene spesso ridotto a una caricatura, privato della propria complessità e trasformato in un nemico da annientare simbolicamente. La disumanizzazione attraverso le parole prepara e normalizza quella praticata attraverso i comportamenti.

Il messaggio del Papa chiede invece di mantenere aperta la possibilità della conversione e della ricostruzione, senza confondere il perdono con l’indifferenza e la riconciliazione con l’impunità.

La processione sul lago e le tempeste dell’uomo

Leone XIV ha infine collegato la processione della Madonna del Lago al racconto evangelico dei discepoli sorpresi dalla tempesta. Impauriti e in balia dei venti contrari, essi vengono raggiunti da Gesù, che li invita ad avere fede e li conduce verso la riva.

Il lago diventa così una immagine della vita umana. Le tempeste personali e collettive possono far perdere l’orientamento e alimentare la convinzione di essere soli. La fede non elimina automaticamente i venti contrari, ma restituisce una direzione e permette di continuare il viaggio.

Durante l’Eucaristia, ha spiegato il Pontefice, i fedeli offrono se stessi insieme al pane e al vino. Il dono viene accolto e trasformato da Dio, per diventare nutrimento condiviso nel cammino. Successivamente, la comunità porta l’immagine di Maria lungo le rive del lago come segno della benedizione ricevuta.

La Vergine Maria rappresenta il modello dell’accoglienza: nella sua vita e nella casa di Nazareth ha fatto spazio al Figlio di Dio, permettendo alla salvezza di raggiungere l’umanità.

Un riflesso di pace nelle notti del mondo

La conclusione dell’omelia del Papa affida ai cristiani una missione che supera i confini della celebrazione. Essere uniti a Gesù e Maria significa diventare, nelle numerose notti del mondo, una presenza capace di rasserenare, sostenere e invitare ad amare.

La fede non può rimanere confinata nel rito. Deve diventare carità quotidiana, attenzione alle ferite, disponibilità al perdono e costruzione concreta della pace. Il messaggio di Papa Leone XIV a Castel Gandolfo non propone una visione ingenua del male. Al contrario, ne riconosce la capacità di ferire e corrompere. Proprio per questo invita a non adottarne i metodi.

Quando l’odio appare inevitabile e la violenza viene presentata come l’unico linguaggio efficace, il Vangelo indica una strada più difficile, ma realmente capace di generare vita. È la via di un amore che non rinuncia alla verità e alla giustizia, ma impedisce al male di avere l’ultima parola.

Immagine originale elaborata con Intelligenza Artificiale.

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