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Papa Leone XIV : la fede è fidarsi di Dio anche nelle incertezze

Papa Leone XIV fede fidarsi di Dio nelle incertezze

All’Angelus del 30 agosto, il Pontefice invita i fedeli a parlare con sincerità al Signore anche nei momenti di confusione, senza pretendere di giudicarne l’operato

Dopo la preghiera, gli appelli per Haiti, per le popolazioni colpite dalle alluvioni in Nepal e Tibet, per la pace e per la cura del Creato

Non interrompere mai il dialogo con Dio, neppure quando le sue vie sembrano incomprensibili e lontane dalle nostre attese. È il cuore della riflessione proposta da Papa Leone XIV durante l’Angelus di domenica 30 agosto 2026, recitato in Piazza della Libertà a Castel Gandolfo.

Commentando il brano del Vangelo di Matteo nel quale Gesù annuncia ai discepoli la propria Passione, morte e Risurrezione, il Pontefice si è soffermato sulla reazione di Pietro. L’apostolo, che poco prima aveva riconosciuto in Gesù «il Cristo, il Figlio del Dio vivente», non riesce ad accettare l’immagine di un Messia destinato alla sofferenza e alla Croce. Le sue aspettative erano diverse: attendeva un salvatore potente e trionfante, capace di sconfiggere i nemici e imporsi sulla storia.

Quando Gesù rivela che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere il terzo giorno, Pietro reagisce con decisione: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Dietro quelle parole vi sono affetto e zelo sincero, ma anche la difficoltà di accogliere una salvezza che non coincide con i criteri umani del successo, della forza e della vittoria.

La tentazione di pensare che sia Dio a sbagliare

Secondo Leone XIV, la reazione di Pietro continua a interrogare ogni credente. Anche noi possiamo professare la nostra fede e, nello stesso tempo, opporre resistenza quando la volontà di Dio non corrisponde ai nostri progetti. Crediamo, ma vorremmo stabilire noi come il Signore debba intervenire, quali problemi debba risolvere e in quale modo debba farlo.

Pietro sembra dire a Gesù: «Sì, credo che tu sei il Messia, ma non è così che si salva il mondo». È un atteggiamento che può manifestarsi anche nella vita contemporanea, soprattutto davanti alla sofferenza, a una malattia, a un fallimento, alla perdita di una persona amata o a un’ingiustizia che appare senza risposta. Quando ciò che accade sembra contraddire le nostre speranze, possiamo arrivare a pensare che Dio non ci ascolti, non si interessi di noi o persino che sia Lui a sbagliare.

«Non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre», ha osservato il Papa. La fede, infatti, non elimina automaticamente il dubbio, la paura o la confusione. Non offre una spiegazione immediata per ogni evento, ma invita a rimanere nella relazione con il Signore anche quando non riusciamo ancora a comprenderne l’agire.

Dire a Dio ciò che proviamo davvero

La prima indicazione che Leone XIV ricava dall’esperienza di Pietro è quella di non interrompere il dialogo con Dio. L’apostolo reagisce in maniera impulsiva e arriva persino a rimproverare Gesù, ma non si allontana da Lui. Esprime apertamente ciò che pensa e ciò che prova.

La preghiera cristiana non richiede di nascondere la propria inquietudine dietro parole convenzionali. Può comprendere domande, timori, proteste e persino la confessione della propria incapacità di accettare quanto sta accadendo. Dio non domanda una rappresentazione artificiale della fede, ma la sincerità di un cuore disposto a rimanere davanti a Lui.

Il Pontefice invita quindi i fedeli a manifestare con fiducia al Signore anche le proprie difficoltà nel comprendere ciò che Egli chiede. Il dubbio affidato a Dio può diventare parte di un cammino spirituale; il dubbio trasformato in chiusura rischia invece di interrompere ogni possibilità di ascolto.

La fede di Pietro non è perfetta e lineare. Attraversa entusiasmi, incomprensioni, paure e cadute, ma conserva una relazione personale con Cristo. Proprio questa sincerità gli consente di essere corretto, accompagnato e infine trasformato.

Ascoltare Dio senza pretendere di giudicarlo

La seconda indicazione del Papa completa la prima: parlare con sincerità al Signore non significa ergersi a giudici del suo operato. Dopo aver espresso ciò che sente, il credente è chiamato a mettersi in ascolto con umiltà, lasciando aperta la possibilità che la prospettiva di Dio sia più ampia della propria.

Pietro ama Gesù, ma interpreta la sua missione secondo criteri umani. Vorrebbe proteggerlo dalla sofferenza e, nello stesso tempo, salvaguardare l’immagine di un Messia vincente. Non comprende ancora che la salvezza cristiana non passa attraverso il dominio sugli avversari, ma attraverso il dono di sé, l’amore e la fedeltà portata fino alla Croce.

Per questo Gesù gli rivolge parole molto dure: «Va’ dietro a me, Satana!». Non gli ordina semplicemente di allontanarsi, ma di tornare al posto del discepolo: dietro al Maestro, non davanti a Lui. Pietro deve rinunciare alla pretesa di indicare a Cristo la strada e imparare nuovamente a seguirlo.

È una correzione che riguarda anche la Chiesa e ogni credente. Il rischio di utilizzare Dio per confermare le proprie idee, giustificare le proprie scelte o sostenere le proprie ambizioni è sempre presente. La fede autentica non consiste nel chiedere a Cristo di seguire i nostri progetti, ma nel lasciare che sia la sua Parola a orientarli e, quando necessario, a trasformarli.

Una fede sincera, docile e capace di cambiare

La grandezza di Pietro non consiste nell’assenza di errori, ma nella capacità di ascoltare, lasciarsi correggere e riprendere il cammino. Dopo aver contestato l’annuncio della Passione, accetterà progressivamente la logica del Vangelo e rimarrà fedele a Cristo fino al martirio.

Il suo percorso mostra che la santità non nasce da una perfezione già raggiunta, ma da una relazione nella quale l’uomo permette a Dio di educarne la libertà. Pietro non viene abbandonato a causa della propria impulsività. Gesù lo corregge perché lo ama e perché vede in lui una possibilità più grande di quella che egli stesso riesce ancora a immaginare.

Leone XIV ha invitato pertanto a chiedere al Signore «la stessa sincerità di Pietro», per poter dire umilmente ciò che sentiamo anche quando il cuore è confuso, e insieme «la sua stessa docilità», necessaria per accogliere ciò che Dio domanda oltre le nostre aspettative. Maria, obbediente al disegno divino fino alla Croce di Gesù, rimane il modello di questa fiducia.

L’appello per Haiti e per le popolazioni colpite dalle alluvioni

Dopo la preghiera dell’Angelus, il Papa ha ricordato le drammatiche notizie provenienti da Haiti, dove un grave massacro a Kenscoff ha provocato numerose vittime e il sequestro di altre persone. Leone XIV ha espresso la propria vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, chiedendo che tutti gli ostaggi siano liberati senza indugio.

Il Pontefice ha rivolto un appello ai responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza. Ha poi assicurato la propria preghiera alle persone colpite dalla terribile alluvione verificatasi in Nepal e Tibet, ricordando quanti hanno perso la vita, i feriti, i dispersi, le famiglie e i soccorritori. La solidarietà internazionale, ha sottolineato, deve contribuire ad alleviare le sofferenze e a far giungere gli aiuti necessari alle popolazioni coinvolte.

Spezzare e distribuire il pane della pace

Leone XIV ha quindi rinnovato l’invito a pregare per la pace, richiamando una riflessione di Sant’Agostino, la cui memoria liturgica è stata celebrata il 28 agosto. La pace, ricordava il vescovo di Ippona, è simile al pane del miracolo evangelico, che cresceva nelle mani dei discepoli mentre veniva spezzato e distribuito.

La pace non aumenta quando viene trattenuta, invocata soltanto per sé o ridotta a una dichiarazione astratta. Cresce quando viene condivisa attraverso gesti di giustizia, riconciliazione e perdono. Per questo il Papa ha auspicato che aumentino nel mondo le persone capaci di «spezzare e distribuire il pane della pace», superando le divisioni e lavorando concretamente per il bene di tutti.

È un’immagine che restituisce alla pace la sua dimensione attiva. Non basta desiderarla: occorre costruirla nelle relazioni personali, nella società e tra i popoli. Come il pane, deve arrivare a tutti, senza esclusioni.

La conversione necessaria per custodire il Creato

In vista della Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato del 1º settembre, che apre il Tempo del Creato osservato da cristiani di diverse confessioni, il Papa ha richiamato il tema scelto per il 2026: «Acqua viva».

La cura della casa comune, ha spiegato, richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato utilizzato per produrre distruzione venga orientato alla vita. Leone XIV ha invitato tutti a unire preghiera e azione, diventando «canali di acqua viva della pace di Dio» capaci di portare ristoro a un mondo ferito.

Il messaggio dell’Angelus unisce così la vita interiore e la responsabilità concreta. Accettare le vie di Dio non significa rassegnarsi passivamente alla sofferenza o alle ingiustizie. Significa imparare da Cristo una logica diversa da quella del dominio: ascoltare, servire, custodire, perdonare e costruire la pace.

La fede non promette che ogni evento corrisponderà alle nostre attese. Offre però una relazione che può sostenerci anche quando il cuore è confuso. È allora che l’invito di Leone XIV diventa particolarmente significativo: continuare a parlare con Dio, ascoltarlo con umiltà e permettere alla sua Parola di mostrarci una strada che ancora non riusciamo a vedere.

Immagine originale elaborata con Intelligenza Artificiale.

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