La mostra del MASI Lugano dedicata a Umberto Boccioni ricostruisce gli anni di dubbi, tentativi e trasformazioni che precedettero l’adesione dell’artista al Futurismo
Quindici opere raccontano il passaggio dalla formazione divisionista alla rappresentazione della modernità
Prima di diventare uno dei fondatori e dei maggiori teorici del Futurismo, Umberto Boccioni attraversò un periodo segnato da tentativi, ripensamenti e profonde inquietudini. La sua adesione al movimento che avrebbe celebrato la velocità, l’energia e il dinamismo della vita moderna non fu un approdo improvviso, ma il risultato di una ricerca lunga e difficile.
La mostra “Umberto Boccioni – verso la liberazione futurista”, allestita dal Museo d’arte della Svizzera italiana nella sede del LAC di Lugano, permette di osservare da vicino proprio questa fase meno conosciuta della sua vicenda artistica. Aperta dal 7 agosto 2026 al 24 gennaio 2027, l’esposizione riunisce quindici lavori realizzati tra le prime prove del 1903-1904, il tormentato triennio 1907-1909 e le soluzioni formali raggiunte nel 1911.
Non viene dunque presentato soltanto il Boccioni ormai identificato con il Futurismo, ma soprattutto l’artista che ancora cerca la propria strada e avverte l’insufficienza dei linguaggi ricevuti dalla tradizione.
«Cerco, cerco, cerco»
«Cerco, cerco, cerco, e non trovo. Troverò?», scriveva Boccioni nel proprio diario nel marzo 1907. La frase, scelta come filo conduttore dell’esposizione, restituisce una dimensione dell’artista spesso oscurata dall’immagine impetuosa e sicura associata alle dichiarazioni futuriste.
Dietro il teorico della velocità e della trasformazione si trova un giovane uomo attraversato dall’incertezza. Boccioni percepisce che il mondo sta cambiando, ma non possiede ancora gli strumenti necessari per rappresentarlo. La città industriale, i nuovi mezzi di trasporto, l’elettricità, il movimento delle folle e l’accelerazione della vita quotidiana sembrano chiedere all’arte una forma diversa.
Il problema non consiste semplicemente nella scelta di nuovi soggetti. Dipingere una fabbrica o una strada urbana con gli strumenti convenzionali non è sufficiente a esprimere l’esperienza della modernità. Occorre trasformare il linguaggio stesso della pittura, rendendolo capace di comunicare simultaneità, energia e movimento.
Quella domanda annotata nel diario non esprime quindi una debolezza marginale, ma il centro stesso della creazione artistica. Ogni autentica innovazione nasce anche dalla consapevolezza che le forme disponibili non riescono più a dare voce alla realtà che si vuole comprendere.
Dal Divisionismo alla modernità
Decisivo nella formazione di Boccioni fu l’incontro, avvenuto nel 1903, con Giacomo Balla. Attraverso il suo insegnamento l’artista si avvicinò al Divisionismo, tecnica fondata sulla separazione dei colori in singole pennellate, affinché fosse la percezione visiva dell’osservatore a ricomporli.
Il Divisionismo offriva nuove possibilità per rappresentare la luce e l’atmosfera, ma per Boccioni non poteva costituire un punto di arrivo. Nei dipinti degli anni successivi, il paesaggio, le periferie urbane e gli ambienti rurali diventano il terreno sul quale sperimentare una progressiva liberazione dai modelli precedenti.
La sua ambizione, dichiarata già nel 1907, era quella di dipingere il nuovo e ciò che nasceva dalla civiltà industriale. Il passaggio al Futurismo, avvenuto nel 1910, avrebbe finalmente fornito una cornice teorica e collettiva a questa esigenza.
La mostra di Lugano consente però di evitare una lettura troppo lineare. L’evoluzione artistica non procede attraverso una successione automatica di stili, come se ogni opera costituisse semplicemente la preparazione inevitabile di quella seguente. Nel percorso di Boccioni convivono esitazioni, contraddizioni e soluzioni temporanee. Il nuovo emerge lentamente, attraverso il confronto con ciò che l’artista deve prima comprendere e poi superare.
Quindici opere per raccontare una trasformazione
Il nucleo centrale dell’esposizione è costituito dai dipinti prefuturisti donati alla Città di Lugano dagli eredi di Gabriele Chiattone, sostenitore e committente di Boccioni durante gli anni milanesi. A questi lavori è affiancata una selezione di opere significative dei primi anni futuristi, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.
L’accostamento permette di riconoscere sia gli elementi di continuità sia le trasformazioni. Le ricerche sulla luce e sul colore non vengono semplicemente abbandonate con l’adesione al Futurismo, ma rielaborate all’interno di una nuova concezione dello spazio e del movimento.
Il percorso conduce fino alle soluzioni del 1911, quando Boccioni sviluppa una pittura nella quale figure, oggetti e ambiente non appaiono più come realtà nettamente separate. Tutto sembra partecipare a un medesimo flusso dinamico. La città non è soltanto uno scenario: attraversa i corpi e modifica la percezione. Il movimento non viene rappresentato come una sequenza di posizioni, ma come una forza capace di trasformare la materia.
A partire dal 1912, questa ricerca si sarebbe estesa anche alla scultura. Boccioni avrebbe applicato in modo pionieristico le teorie della simultaneità e della compenetrazione, cercando di superare la concezione dell’oggetto isolato nello spazio.
Il significato della “liberazione”
La liberazione evocata dal titolo della mostra può essere interpretata in diversi modi. È anzitutto la liberazione dai modelli artistici che Boccioni percepiva come inadeguati. Ma è anche il tentativo di liberare la rappresentazione dalla staticità e dalla separazione rigida tra i corpi e l’ambiente.
Non è però una liberazione priva di conflitti. Abbandonare un linguaggio conosciuto significa entrare in una zona di incertezza, nella quale il risultato non è garantito. La vicenda di Boccioni mostra che l’innovazione non nasce soltanto dall’entusiasmo verso il futuro, ma anche dall’insoddisfazione, dal dubbio e dalla capacità di riconoscere i limiti delle proprie soluzioni.
Questa dimensione rende il percorso dell’artista ancora attuale. Anche la nostra epoca vive una trasformazione tecnologica che modifica la percezione dello spazio, del tempo e delle relazioni. Come all’inizio del Novecento, i linguaggi esistenti non sempre sembrano sufficienti per interpretare ciò che sta accadendo.
L’arte può allora diventare uno spazio nel quale la società non si limita a celebrare il cambiamento, ma cerca di comprenderlo. La modernità di Boccioni non consiste soltanto nell’esaltazione delle macchine: risiede soprattutto nella consapevolezza che un mondo nuovo richiede nuove forme di pensiero e di rappresentazione.
Un’esistenza breve, una ricerca decisiva
La vita di Umberto Boccioni fu tragicamente breve. Nato a Reggio Calabria nel 1882, morì il 16 agosto 1916, a soli 33 anni, in seguito alle ferite riportate in una caduta accidentale da cavallo. Nel luglio del 1915 si era arruolato nel Battaglione lombardo volontari ciclisti, insieme ad altri esponenti del Futurismo.
In pochi anni riuscì tuttavia a lasciare un’impronta decisiva nella storia dell’arte europea. La mostra del MASI, curata da Cristina Sonderegger, permette di comprenderne meglio il percorso proprio perché non parte dal mito ormai compiuto, ma dall’incertezza che lo precedette.
Il Boccioni che cerca, dubita e non sa ancora se troverà la propria strada appare forse più vicino all’esperienza di ogni essere umano. La sua liberazione futurista ricorda che la creazione non nasce da una sicurezza assoluta, ma dalla tensione tra ciò che siamo, le forme che abbiamo ricevuto e una realtà nuova che ancora non sappiamo pienamente esprimere.
La mostra “Umberto Boccioni – verso la liberazione futurista” è visitabile presso il MASI Lugano, sede LAC, fino al 24 gennaio 2027.
Immagine: cortesia Paolo Centofanti, direttore Fede e Ragione.