Oltre cento fotografie e un’installazione video raccontano il crollo del 14 agosto 2018, ma soprattutto restituiscono identità, affetti e speranze alle vittime
Un progetto costruito dai giornalisti insieme ai familiari affinché memoria, verità e giustizia restino responsabilità condivise
Alle 11.36 del 14 agosto 2018 Genova fu attraversata da una frattura che non riguardò soltanto il viadotto Polcevera. Il crollo del Ponte Morandi spezzò 43 vite, distrusse famiglie, separò quartieri e lasciò una ferita profonda nella coscienza dell’intero Paese. A otto anni dalla tragedia, Palazzo Tursi ospita la mostra “Ponte Morandi 11.36, il crollo: 43 vite e una città spezzate”, accompagnata da un’installazione video dedicata alle persone che persero la vita.
L’iniziativa è stata inaugurata il 13 agosto 2026, alla vigilia dell’ottavo anniversario del crollo, nella sede del Comune di Genova. Il progetto è stato realizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Liguria, in collaborazione con l’Associazione Ligure Giornalisti, con il patrocinio del Comune e in stretta sinergia con il Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi.
Non si tratta soltanto di una ricostruzione fotografica di quanto accadde. Immagini e testimonianze cercano di restituire alla memoria collettiva soprattutto le persone, evitando che le 43 vittime siano ridotte a un numero, per quanto terribile e simbolicamente potente.
Oltre cento immagini per raccontare la tragedia
La mostra fotografica, coordinata da Andrea Leoni, vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti della Liguria, raccoglie oltre cento immagini realizzate dai fotoreporter genovesi. Il percorso ripercorre gli avvenimenti dal 14 agosto 2018 fino al 16 giugno 2026, attraversando il momento del crollo, le operazioni di soccorso, il dolore delle famiglie, lo sgombero degli edifici sottostanti, le indagini, le commemorazioni e il lungo cammino della città.
Le fotografie possiedono una forza particolare. Possono documentare ciò che è avvenuto, preservare dettagli che il tempo rischia di cancellare e riportare lo sguardo verso avvenimenti che la successione incessante delle notizie tende inevitabilmente ad allontanare.
Ma di fronte a una tragedia il fotogiornalismo assume anche una responsabilità morale. Non deve trasformare il dolore in spettacolo, né le persone in semplici soggetti di una cronaca drammatica. Deve raccontare con rispetto, offrire strumenti di comprensione e custodire la dignità delle vittime e dei loro familiari.
La mostra di Palazzo Tursi può essere letta proprio in questa prospettiva: non come una semplice esposizione di immagini impressionanti, ma come un archivio civile attraverso il quale una comunità continua a interrogare il proprio passato.
Le storie dietro i nomi delle vittime
Accanto alla sezione fotografica è stata presentata un’installazione video realizzata con il contributo di circa trenta cronisti e curata dai giornalisti Pierpatrizia Lava e Lorenzo Battilana. Il lavoro racconta le speranze, gli affetti, le passioni e i frammenti di quotidianità delle vittime, anche attraverso testimonianze inedite raccolte in collaborazione con i familiari.
È forse questo l’aspetto più significativo dell’intero progetto. Quando avviene una tragedia collettiva, il linguaggio dell’informazione ricorre necessariamente ai numeri: 43 vittime, decine di veicoli coinvolti, centinaia di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. I numeri aiutano a comprendere le dimensioni di un evento, ma possono anche creare una distanza.
Dietro ciascuna delle 43 vittime esisteva invece una storia irripetibile: famiglie, amicizie, progetti, lavoro, desideri, gesti ordinari e programmi per il futuro. Ricordare queste esistenze significa sottrarle all’anonimato della statistica e riconoscere che ogni perdita ha prodotto un vuoto unico, che nessuna ricostruzione materiale potrà colmare.
Il titolo della mostra parla infatti di “43 vite” prima ancora che di una città spezzata. È una scelta che riporta al centro la persona e impedisce che il ricordo si concentri esclusivamente sull’infrastruttura crollata o sulla trasformazione urbanistica successiva.
Memoria, verità e giustizia
L’ottavo anniversario è arrivato poche settimane dopo la sentenza di primo grado relativa al cedimento del viadotto Polcevera. Come ricordato dall’Ordine dei Giornalisti della Liguria, il Tribunale di Genova ha condannato 32 imputati a pene complessivamente superiori a 177 anni di reclusione.
La vicenda giudiziaria proseguirà secondo le garanzie e i diversi gradi previsti dall’ordinamento. Per i familiari e per l’intera comunità, tuttavia, la ricerca della verità sulle responsabilità del crollo rimane inseparabile dalla memoria delle vittime.
Ricordare non significa restare prigionieri del passato. Significa trasformare ciò che è accaduto in un’assunzione di responsabilità per il presente e per il futuro. Una tragedia legata a un’infrastruttura essenziale interroga la qualità dei controlli, della manutenzione, delle decisioni pubbliche e private e delle priorità economiche. Interroga il rapporto tra profitto, sicurezza e tutela della vita umana.
La memoria diventa quindi anche prevenzione. Conservare le immagini e le testimonianze serve a impedire che il trascorrere degli anni renda astratte le conseguenze dell’incuria, delle omissioni o delle responsabilità che saranno definitivamente accertate. Le opere non sono soltanto strutture di cemento e acciaio: sono luoghi attraversati ogni giorno da persone che affidano la propria sicurezza alla competenza e alla coscienza di chi le progetta, le gestisce, le controlla e le mantiene.
Il giornalismo come custode della memoria
La partecipazione di decine di giornalisti al progetto attribuisce all’iniziativa anche un valore professionale. Nelle ore e nei giorni successivi al crollo, cronisti, fotografi e operatori raccontarono una città sconvolta, il lavoro dei soccorritori e il dolore dei familiari. A distanza di otto anni, quel materiale non appartiene soltanto agli archivi delle redazioni: è diventato una parte della memoria storica del Paese.
Il giornalismo non esaurisce il proprio compito nel riportare rapidamente un fatto. Deve seguirne le conseguenze, verificare le responsabilità, mantenere viva l’attenzione quando l’emergenza scompare dalle prime pagine e contrastare il rischio che il tempo produca indifferenza.
Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, la sindaca di Genova Silvia Salis, l’arcivescovo Marco Tasca, il procuratore generale Nicola Piacente, la portavoce del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi Egle Possetti, il presidente dell’Ordine ligure Tommaso Fregatti e la segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana Alessandra Costante. La presenza delle istituzioni, dei rappresentanti del giornalismo e dei familiari ha sottolineato il carattere collettivo dell’iniziativa.
La mostra fotografica resterà per un mese e mezzo nel loggiato di Palazzo Tursi. Da ottobre, sia le fotografie sia l’installazione video entreranno nelle sale del Memoriale del Ponte Morandi, diventando parte permanente del percorso dedicato alla tragedia.
La ricostruzione di un ponte può ricucire strade, quartieri e collegamenti. La ferita umana, invece, non può essere cancellata. Può soltanto essere riconosciuta, condivisa e custodita. La mostra di Genova ricorda che dietro ogni immagine ci sono persone e che dietro ogni nome esiste una vita che meritava di continuare. Conservare questa consapevolezza è un dovere verso le 43 vittime, verso le loro famiglie e verso una città che non vuole dimenticare.
Fonte e immagine CNOG, Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti : Genova, Palazzo Tursi. Inaugurata la mostra “Ponte Morandi 11.36 il crollo: 43 vite e una città spezzate”.