Il Presidente Giorgia Meloni ha partecipato ad Amatrice alla commemorazione del terremoto del 24 agosto 2016
Dopo ritardi, difficoltà e false partenze, la ricostruzione procede, ma la rinascita non può limitarsi agli edifici: deve restituire vita, lavoro e futuro alle comunità
Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una violenta scossa di terremoto colpì il Centro Italia, devastando Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerosi altri borghi dell’Appennino. Fu l’inizio di una lunga sequenza sismica che per mesi sconvolse un territorio vastissimo, causando complessivamente 299 vittime, migliaia di sfollati e danni incalcolabili al patrimonio abitativo, produttivo, storico e religioso.
Dieci anni dopo, il 24 agosto 2026, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato ad Amatrice alla cerimonia di commemorazione delle vittime. Un momento di raccoglimento che ha riunito le istituzioni, le comunità colpite e i familiari di coloro che persero la vita in una delle più gravi tragedie italiane degli ultimi decenni.
«Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016», ha dichiarato il Presidente, ricordando la prima terribile scossa e rendendo omaggio alle 299 persone morte nel terremoto. Parole che richiamano non soltanto il dovere della memoria, ma anche la responsabilità di accompagnare fino in fondo la rinascita dei territori.
Una ferita che attraversa comunità e generazioni
Il sisma non distrusse soltanto case, chiese, scuole, attività commerciali e infrastrutture. Spezzò legami, costrinse migliaia di persone ad abbandonare i luoghi nei quali erano cresciute e modificò profondamente la vita di intere comunità.
Amatrice pagò il prezzo più alto, con 239 vittime. Ad Arquata del Tronto persero la vita 51 persone e ad Accumoli nove. Dietro ciascun numero vi erano famiglie, progetti, affetti e storie irripetibili. Ricordarle significa impedire che il passare del tempo trasformi una tragedia umana in una semplice data del calendario.
Il terremoto colpì territori già segnati dallo spopolamento, dall’invecchiamento della popolazione e dalla progressiva riduzione dei servizi. In molti borghi la distruzione materiale aggravò fragilità economiche e sociali precedenti, rendendo la ricostruzione ancora più complessa.
Per questo, ricostruire non significa soltanto riparare gli edifici. Una casa può essere restituita, ma se intorno mancano scuole, attività produttive, servizi sanitari, collegamenti e opportunità di lavoro, il rischio è quello di ricostruire paesi fisicamente integri ma privi di una comunità vitale.

Ritardi e false partenze
Nella sua dichiarazione per il decimo anniversario, Meloni ha riconosciuto che il percorso affrontato in questi anni è stato segnato da molte difficoltà. «Troppi rinvii e false partenze», ha affermato il Presidente, hanno impedito alla ricostruzione di procedere con la rapidità necessaria.
La vastità del cosiddetto cratere sismico, distribuito tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, la complessità delle procedure, la sovrapposizione di norme e competenze e la necessità di tutelare un patrimonio storico e artistico di eccezionale valore hanno reso il processo particolarmente difficile. Tuttavia, queste condizioni non possono giustificare attese indefinite per le persone che da dieci anni aspettano di tornare nelle proprie abitazioni o di vedere rinascere il proprio paese.
Il Presidente ha rivendicato il lavoro svolto dal Governo per imprimere un cambio di passo, sottolineando l’aumento dei contributi concessi e liquidati per la ricostruzione privata e la ripresa degli investimenti destinati alle opere pubbliche.
I dati diffusi dalla struttura commissariale indicano un avanzamento dei cantieri, ma mostrano contemporaneamente quanto lavoro rimanga ancora da compiere. Nella sola provincia di Rieti risultano oltre 1,35 miliardi di euro concessi per la ricostruzione privata e più di 736 milioni già liquidati. Sono 927 i cantieri attivi e 1.294 quelli conclusi, mentre per le opere pubbliche risultano programmati interventi superiori a 704 milioni di euro. Numeri rilevanti, che devono però essere tradotti in abitazioni, servizi e spazi pubblici concretamente restituiti ai cittadini.
I simboli che tornano a vivere
Tra i risultati ricordati dal Presidente vi è la rinascita di alcuni luoghi particolarmente significativi per l’identità delle comunità. Uno di questi è la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016.
La ricostruzione di una chiesa, di una piazza o di un edificio storico non riguarda soltanto il recupero architettonico. Questi luoghi custodiscono la memoria collettiva, la fede, le tradizioni e il senso di appartenenza di una popolazione. La loro riapertura permette alle comunità di ritrovare riferimenti che sembravano perduti e di riconoscersi nuovamente nella propria storia.
La tutela del patrimonio religioso e culturale deve procedere insieme alla ricostruzione delle abitazioni e dei servizi essenziali. Non esiste infatti una vera rinascita se si separano le esigenze materiali dalla dimensione umana, spirituale e comunitaria.
Ricostruire anche l’economia e la vita sociale
Meloni ha sottolineato la necessità di sostenere la ripresa economica e sociale, affinché i borghi colpiti possano continuare a essere «vivi e vitali». È questo uno dei passaggi decisivi della sfida che attende l’Appennino centrale.
Riaprire un’attività commerciale, sostenere un’azienda agricola, garantire una scuola, migliorare i collegamenti e creare opportunità per i giovani sono interventi importanti quanto la ricostruzione fisica degli edifici. Senza lavoro e servizi, molte famiglie potrebbero non tornare, anche dopo la conclusione dei cantieri.
Il futuro di questi territori non può dipendere esclusivamente dalla loro capacità di attrarre turismo. I borghi dell’Appennino devono poter essere luoghi nei quali vivere durante tutto l’anno, costruire una famiglia, lavorare e accedere ai diritti fondamentali. La ricostruzione deve quindi diventare parte di una strategia più ampia contro lo spopolamento e l’abbandono delle aree interne.
Memoria e prevenzione
Il decimo anniversario richiama anche il tema della prevenzione. L’Italia è un Paese esposto a un rilevante rischio sismico e possiede un patrimonio edilizio spesso antico e vulnerabile. Non è possibile prevedere con precisione quando avverrà un terremoto, ma è possibile ridurne le conseguenze attraverso la conoscenza del territorio, la manutenzione, l’adeguamento degli edifici e il rispetto rigoroso delle norme.
Ricordare le vittime significa anche trasformare quanto accaduto in una responsabilità verso il futuro. La sicurezza non può essere considerata un costo secondario né può essere rinviata fino alla successiva emergenza. Deve diventare una priorità permanente delle politiche pubbliche, della progettazione e della cultura civile.
«Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare», ha riconosciuto il Presidente nella sua dichiarazione per il decimo anniversario. L’impegno indicato è quello di proseguire il lavoro con la collaborazione delle istituzioni nazionali e locali, delle realtà economiche, sociali e produttive.
La sfida, come ha affermato Meloni, è la rinascita dell’Appennino centrale. Per vincerla non bastano risorse e cantieri: servono continuità, trasparenza, ascolto delle comunità e una visione capace di unire ricostruzione, prevenzione e sviluppo.
A dieci anni da quella notte, il ricordo delle 299 vittime continua a chiedere silenzio e rispetto. Ma chiede anche azione. Ricostruire significa restituire alle persone non soltanto ciò che il terremoto ha distrutto, ma la possibilità di immaginare nuovamente il proprio futuro nei luoghi ai quali appartengono.
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