Giornale Online Direttore Paolo Centofanti

Arte e cultura

È morta Janie Bradford, la songwriter che contribuì a costruire il mito della Motown

musica chitarra

Dalla reception alla scrittura di “Money (That’s What I Want)”: aveva 87 anni ed era stata una delle protagoniste meno visibili ma fondamentali della nascita della Motown

Berry Gordy la ricorda tra gli “eroi non celebrati” che credettero nel progetto prima che diventasse un fenomeno mondiale

È morta Janie Bradford Hobbs, songwriter, autrice e dirigente editoriale che fin dagli esordi contribuì alla costruzione della Motown e di quel suono destinato a cambiare profondamente la musica popolare del Novecento. Aveva 87 anni.

Bradford è morta venerdì 21 agosto al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles dopo una lunga malattia, secondo quanto comunicato dalla famiglia.

Il suo nome probabilmente non è conosciuto dal grande pubblico quanto quelli di Marvin Gaye, Stevie Wonder, Diana Ross o The Temptations. Eppure Janie Bradford apparteneva a quella generazione di autori, musicisti e collaboratori che costruirono, spesso lontano dai riflettori, una delle esperienze più influenti della storia della musica americana. La sua vicenda racconta anche qualcosa di più: come talento, intuizione e creatività possano emergere nei luoghi più inattesi.

Dalla reception della Motown alla storia della musica

Nata il 2 giugno 1939 a Charleston, nel Missouri, Bradford si trasferì successivamente a Detroit. Attraverso Jackie Wilson entrò in contatto con Berry Gordy, l’uomo che avrebbe fondato la Motown. Quando entrò nella nascente organizzazione di Gordy, il suo primo incarico fu quello di receptionist. Ma in quell’ambiente ancora piccolo e in piena costruzione i ruoli erano molto meno rigidi di quanto sarebbero diventati successivamente.

Negli studi e negli uffici circolavano idee, melodie e parole. E Bradford scriveva. Uno degli episodi destinati a cambiare la sua vita avvenne mentre Gordy stava lavorando a una nuova canzone. Bradford partecipò alla composizione di quello che sarebbe diventato “Money (That’s What I Want)”, inciso da Barrett Strong nel 1959.

Il Motown Museum ricostruisce proprio quella sessione: Gordy e Bradford stavano lavorando al brano quando Strong, presente nello studio, si mise al pianoforte. Da quell’incontro nacque la canzone che sarebbe diventata il primo grande successo della giovane avventura discografica di Gordy.

“Money”, la canzone che attraversò generazioni

“Money (That’s What I Want)” arrivò al numero 2 della classifica R&B statunitense ed entrò nella Top 30 pop. Ma la sua storia era soltanto all’inizio.

Negli anni successivi sarebbe stata reinterpretata da moltissimi artisti. I Beatles la inserirono già nel proprio repertorio dal vivo e nel 1963 la registrarono per With the Beatles. Anche i Rolling Stones ne realizzarono una versione, così come numerosi altri interpreti.

Una canzone nata negli anni pionieristici della Motown diventò così parte di una storia musicale molto più grande, capace di attraversare soul, rhythm and blues e rock.

Ed è significativo che dietro quel primo successo ci fosse anche una giovane donna inizialmente entrata nell’azienda per rispondere al telefono e accogliere le persone.

Non soltanto “Money”

Ridurre Janie Bradford a quella canzone sarebbe però ingiusto. Durante la sua lunga esperienza alla Motown contribuì a un catalogo che coinvolse alcuni dei maggiori protagonisti della musica americana. Tra i suoi lavori più conosciuti figura “Too Busy Thinking About My Baby”, registrata inizialmente dai Temptations e successivamente trasformata da Marvin Gaye in un grande successo: nel 1969 la sua versione raggiunse il quarto posto della Billboard Hot 100.

Bradford firmò o cofirmò inoltre brani destinati a interpreti come Mary Wells, Stevie Wonder, The Supremes e Martha & The Vandellas. Il suo ruolo non rimase confinato alla composizione. Divenne anche responsabile delle relazioni con gli autori per Jobete, la società editoriale musicale della Motown.

Era dunque parte di quella macchina creativa nella quale compositori, produttori, musicisti e interpreti contribuivano collettivamente alla costruzione di un’identità sonora immediatamente riconoscibile.

Gli “eroi non celebrati” della Motown

Particolarmente significativo è il ricordo di Berry Gordy. Il fondatore della Motown ha ricordato Bradford come una persona presente fin dall’inizio, addirittura prima che esistesse la Motown, sottolineando il posto speciale che avrebbe sempre avuto nella sua vita e nella famiglia dell’etichetta.

Gordy l’ha inserita in quel nucleo originario che considera gli “unsung heroes”, gli eroi non celebrati che credettero nel sogno quando nessuno poteva ancora immaginare ciò che la Motown sarebbe diventata.

È forse la definizione che racconta meglio l’importanza di Janie Bradford. La storia della cultura viene infatti spesso ricostruita attraverso i suoi protagonisti più visibili. Ma dietro un cantante, un film, un libro o un disco esiste quasi sempre una rete di persone il cui contributo rimane meno conosciuto.

La Motown non fu soltanto la storia delle star che apparivano sulle copertine dei dischi. Fu anche una straordinaria concentrazione di autori, arrangiatori, produttori, tecnici e musicisti. Bradford apparteneva a quel mondo.

Motown, musica e cambiamento sociale

Il significato della Motown, inoltre, superò ampiamente l’industria discografica. Nata nella Detroit della fine degli anni Cinquanta, riuscì a portare artisti afroamericani a un pubblico sempre più ampio in un’America ancora profondamente segnata dalla segregazione e dalle discriminazioni razziali. Il successo di quella musica contribuì a creare un linguaggio culturale condiviso capace di attraversare confini sociali e razziali.

Le canzoni della Motown non erano necessariamente manifesti politici. Proprio la loro capacità di parlare universalmente di amore, desiderio, dolore, speranza e vita quotidiana contribuì però a rendere familiari a milioni di ascoltatori voci e volti afroamericani in un momento cruciale della storia degli Stati Uniti. In questo senso, anche il lavoro apparentemente meno visibile di una songwriter partecipava a qualcosa di molto più grande di una semplice fabbrica di successi.

L’impegno per le nuove generazioni

Dopo l’esperienza alla Motown, Bradford continuò inoltre a lavorare perché il patrimonio costruito dalla sua generazione potesse aprire opportunità alle successive. Fondò gli Heroes and Legends Awards, un’iniziativa durata circa trent’anni che celebrava protagonisti della musica e raccoglieva risorse per borse di studio destinate ai giovani.

Anche questa parte della sua vita completa il ritratto di una donna che non considerò la musica soltanto come successo personale. Dopo aver partecipato alla nascita di qualcosa di nuovo, cercò di creare possibilità per chi sarebbe arrivato dopo.

Le persone dietro le canzoni

La morte di Janie Bradford offre allora l’occasione per riscoprire non soltanto una songwriter, ma anche il modo in cui nasce la cultura. Ascoltiamo una canzone e ricordiamo soprattutto chi la canta. Vediamo un film e ricordiamo gli attori. Leggiamo un libro e conosciamo il nome sulla copertina.

Ma ogni grande fenomeno culturale è anche il risultato di incontri, collaborazioni e talenti che talvolta rimangono nell’ombra. Janie Bradford era lì quando la Motown era ancora un’idea, prima che diventasse un marchio conosciuto in tutto il mondo.

Entrò come receptionist e contribuì a scrivere una delle canzoni che permisero a quella piccola impresa di Detroit di cominciare il proprio viaggio. Decenni dopo, quelle parole continuano a essere ascoltate.

Comments

comments