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Papa Leone XIV : l’autorità è servizio, il potere senza giustizia diventa abuso

Papa Leone XIV potere servizio

Il Pontefice ricorda che vera rinascita di una comunità non nasce dalla ricchezza o dal dominio, ma dall’onestà, dalla gratuità e dalla ricerca del bene comune.

L’autorità trova la propria legittimità soltanto quando viene esercitata come servizio. Se invece diventa uno strumento di affermazione personale, di arricchimento o di controllo sugli altri, tradisce la missione per la quale è stata affidata. È uno dei messaggi centrali dell’omelia pronunciata da Papa Leone XIV il 22 agosto 2026, durante la Santa Messa celebrata con i fedeli della diocesi di Rimini.

Il Pontefice parte dalla domanda rivolta da Gesù ai discepoli nel Vangelo di Matteo: «Voi, chi dite che io sia?». Pietro risponde riconoscendo in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Una professione di fede che, dopo duemila anni, continua a interpellare ogni credente e non può essere ridotta a una formula astratta.

Credere in Cristo significa infatti riconoscere e seguire la via di un Dio che si mette al servizio dell’uomo, del Maestro che lava i piedi ai discepoli e del Pastore che offre la propria vita per il gregge. La fede cristiana non propone quindi un modello fondato sul dominio, ma una concezione dell’autorità radicalmente diversa da quella spesso affermata nella società: non occupare una posizione per essere serviti, ma ricevere una responsabilità per servire.

Le chiavi affidate a Pietro e il significato dell’autorità

La consegna delle chiavi a Pietro non rappresenta l’attribuzione di un privilegio personale, bensì l’affidamento di una missione. Papa Leone XIV sottolinea che nella Chiesa, a ogni livello, «l’autorità è servizio». Il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi sono chiamati per primi a vivere questa responsabilità, ma lo stesso stile deve coinvolgere l’intero Popolo di Dio.

La missione di “legare” e “sciogliere” riguarda certamente coloro che esercitano l’autorità nel nome del Signore, ma descrive anche il compito di ogni battezzato. Significa abbracciare, riunire e accogliere; liberare e perdonare; aiutare chi è prigioniero del peccato, della sofferenza e delle conseguenze delle proprie fragilità.

La comunità cristiana è così chiamata a diventare uno spazio nel quale le persone non vengono escluse o schiacciate, ma accompagnate verso la libertà. Anche i beni, le capacità e le opportunità ricevute non possono essere considerati un possesso esclusivamente individuale: devono essere amministrati con rettitudine affinché concorrano, nella carità, al bene di tutti.

Quando il potere dimentica il bene comune

Il Pontefice richiama poi la figura biblica di Sebna, il funzionario al quale il re Ezechia aveva affidato un importante progetto di rinnovamento religioso, morale e sociale. Accecato dall’ambizione e dall’avidità, Sebna finì però per abusare del proprio incarico, accumulando ricchezze per sé e per la propria cerchia e imponendo il proprio potere sulle persone.

Aveva dimenticato che i mezzi economici e l’autorità ricevuta non costituivano il vero obiettivo della sua missione. Erano strumenti destinati a promuovere la rinascita dell’intera comunità. Per questo venne sostituito da Eliakim, presentato come un uomo onesto, libero da condizionamenti e saldo nella rettitudine.

Il racconto conserva una straordinaria attualità. Ogni responsabilità pubblica, politica, religiosa, economica o professionale può essere deformata quando chi la esercita confonde il servizio con il possesso. Il potere perde allora la propria finalità originaria e diventa un mezzo per proteggere interessi personali, familiari o di gruppo.

La vera autorità richiede invece onestà, libertà interiore e capacità di orientare risorse e decisioni verso il bene comune. Tutto ciò che siamo e possediamo, ricorda Leone XIV, ci è affidato perché possiamo diventare gli uni per gli altri strumenti di salvezza e di giustizia, iniziando dalle persone e dai luoghi nei quali viviamo e lavoriamo quotidianamente.

Il vero riposo non è evasione

Nell’omelia emerge anche una riflessione sul significato del riposo. La società contemporanea offre innumerevoli forme di svago, ma non tutte aiutano davvero la persona a ritrovare sé stessa. Alcune producono dispersione, alimentano il desiderio di evasione e, terminata l’esperienza, lasciano nel cuore un senso ancora più profondo di vuoto.

Se la vita ordinaria viene percepita soltanto come una prigione dalla quale fuggire, il divertimento rischia di trasformarsi in una sospensione momentanea dei problemi, senza offrire una reale rigenerazione. Il riposo autentico, invece, permette di ricostruire l’unità interiore e di riconciliarsi con la parte più profonda di sé.

Il luogo nel quale incontrare Dio e ritrovare un rapporto vero con gli altri, spiega il Papa, non è il caos esteriore, ma il profondo dell’anima. Il raccoglimento non equivale a chiusura individualistica: diventa la condizione per tornare nella realtà con uno sguardo più libero, consapevole e disponibile all’incontro.

Accogliere chi cerca ristoro e chi chiede aiuto

Da questa visione nasce una precisa responsabilità per le comunità cristiane. Esse sono chiamate a custodire spazi di silenzio e interiorità, ma anche a tradurre la fede in ospitalità, ascolto, assistenza e carità concreta.

L’accoglienza deve rivolgersi tanto a chi cerca un meritato periodo di riposo dopo un anno di lavoro quanto a chi, ferito nel corpo o nello spirito, ha bisogno di rifugio, cibo e sostegno lontano dalla propria terra. La cura dell’interiorità e l’attenzione verso le fragilità sociali non sono due percorsi separati: entrambe derivano dal riconoscimento della dignità della persona.

Onestà, gratuità e benevolenza diventano così i criteri di una fede capace di incidere nella vita quotidiana. L’autorità si realizza nel servizio, il riposo si trasforma in riconciliazione interiore e i beni ricevuti diventano strumenti di condivisione. È in questa conversione dello sguardo che può cominciare una vera rinascita personale e comunitaria.

Immagine elaborata con IA.

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