I quattro Paesi europei condannano l’avanzamento del progetto di insediamento e chiedono al governo israeliano di ritirarlo
Al centro della dichiarazione la difesa della soluzione dei due Stati, del diritto internazionale e della possibilità di una pace duratura tra israeliani e palestinesi
Italia, Francia, Germania e Regno Unito tornano a prendere una posizione comune sulla situazione in Cisgiordania e chiedono a Israele di fermare l’espansione degli insediamenti e, in particolare, il progetto E1. In una dichiarazione congiunta diffusa il 20 agosto, i leader dei quattro Paesi hanno definito «inaccettabile» la decisione del governo israeliano di pubblicare bandi di gara relativi alla costruzione nell’ambito del progetto E1, chiedendone il ritiro.
La questione va ben oltre la costruzione di nuove abitazioni. L’area interessata si trova infatti in una posizione geograficamente e politicamente strategica, tra Gerusalemme Est e l’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim. La realizzazione del progetto, secondo i governi europei, rischierebbe di compromettere ulteriormente la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e quindi la possibilità concreta di arrivare alla soluzione dei due Stati.
Un ostacolo alla soluzione dei due Stati
È questo il punto centrale della dichiarazione. Francia, Germania, Italia e Regno Unito ribadiscono che l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è contraria al diritto internazionale e avvertono che il progetto E1 comprometterebbe ulteriormente la prospettiva di una soluzione negoziata del conflitto.
Il problema della continuità territoriale è essenziale. L’area E1 si trova infatti a est di Gerusalemme, in prossimità di Ma’ale Adumim. Una significativa espansione degli insediamenti in questa zona potrebbe rendere ancora più difficile la creazione di un territorio palestinese territorialmente continuo tra le aree settentrionali e meridionali della Cisgiordania.
Non si tratta quindi semplicemente di una controversia urbanistica. È una questione direttamente collegata alla configurazione territoriale di un eventuale futuro Stato palestinese. Ed è per questa ragione che il progetto E1 suscita da anni fortissime preoccupazioni internazionali.
Il richiamo al diritto internazionale
La dichiarazione europea insiste anche sul piano giuridico. I quattro governi ricordano la loro posizione secondo cui gli insediamenti israeliani nei territori occupati costituiscono una violazione del diritto internazionale e sottolineano che la loro espansione rischia di alimentare ulteriormente l’instabilità.
È una posizione che non nasce con la dichiarazione del 20 agosto. Già nei mesi precedenti numerosi governi avevano espresso forte preoccupazione per l’avanzamento del progetto E1. In una precedente dichiarazione internazionale del maggio 2026, alla quale aveva aderito anche l’Italia, veniva sostenuto esplicitamente che lo sviluppo dell’area E1 avrebbe diviso in due la Cisgiordania e costituito una grave violazione del diritto internazionale.
In quella occasione era stato rivolto anche un avvertimento alle imprese, invitate a non partecipare alle gare per la costruzione degli insediamenti e a considerare le possibili conseguenze giuridiche e reputazionali derivanti dal coinvolgimento nei progetti. La nuova dichiarazione conferma quindi una linea diplomatica già chiaramente delineata.
Difendere Israele non significa accettare ogni scelta del suo governo
La posizione assunta dai governi europei consente anche di ribadire una distinzione fondamentale nel dibattito sul conflitto mediorientale. Difendere il diritto di Israele a esistere e a vivere in sicurezza non significa considerare legittima qualsiasi decisione assunta dal suo governo.
Allo stesso modo, sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla costruzione di un proprio Stato non significa giustificare il terrorismo, la violenza contro i civili o negare il diritto degli israeliani alla sicurezza. Confondere questi piani rende praticamente impossibile qualsiasi discussione razionale. Una pace autentica richiede invece il riconoscimento contemporaneo dei diritti e della dignità di entrambi i popoli.
Due popoli, due Stati
La soluzione dei due Stati continua proprio per questo a rappresentare il riferimento indicato da gran parte della comunità internazionale: Israele e Palestina come due Stati capaci di vivere fianco a fianco, entro confini sicuri e riconosciuti.
È una prospettiva che gli eventi degli ultimi anni hanno reso sempre più difficile, ma proprio per questo le decisioni capaci di produrre conseguenze territoriali potenzialmente irreversibili assumono un peso ancora maggiore.
Se sul terreno vengono progressivamente eliminate le condizioni geografiche necessarie alla nascita di uno Stato palestinese realmente vitale, il principio dei due Stati rischia infatti di rimanere soltanto una formula diplomatica. È questa una delle ragioni principali dell’opposizione internazionale al progetto E1.
La responsabilità dell’Europa
La dichiarazione comune assume inoltre un particolare significato perché vede insieme Francia, Germania, Italia e Regno Unito. Paesi con storie, sensibilità e politiche mediorientali non sempre coincidenti convergono sulla necessità di impedire che l’espansione degli insediamenti renda ancora più difficile una futura soluzione politica.
L’Europa può avere un ruolo credibile soltanto mantenendo una posizione fondata su principi coerenti: condanna del terrorismo, tutela della popolazione civile, diritto di Israele alla sicurezza, diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, rispetto del diritto internazionale e rifiuto delle iniziative unilaterali capaci di compromettere una pace futura. La credibilità di questi principi dipende soprattutto dalla capacità di applicarli indipendentemente da chi li viola.
La pace richiede giustizia e condizioni concrete
La questione E1 ricorda infine qualcosa che spesso viene dimenticato quando si parla di pace. La pace non nasce soltanto dalle dichiarazioni diplomatiche. Richiede condizioni politiche, giuridiche, economiche e territoriali che la rendano concretamente possibile.
Se la prospettiva rimane quella dei due Stati, ogni decisione capace di rendere materialmente impossibile uno dei due deve essere valutata non soltanto per le sue conseguenze immediate, ma per ciò che potrebbe significare nel futuro.
Per questo la richiesta avanzata da Italia, Francia, Germania e Regno Unito non riguarda esclusivamente un nuovo progetto edilizio. Riguarda una domanda molto più grande: esistono ancora le condizioni per costruire una pace nella quale israeliani e palestinesi possano vivere entrambi in sicurezza, libertà e dignità ? Difendere quelle condizioni significa evitare che le scelte compiute oggi rendano impossibile la pace di domani.