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Ambiente

Giornata internazionale dell’orango : proteggere i «custodi della foresta» significa difendere la biodiversità

Giornata internazionale dell'orango

Il 19 agosto richiama l’attenzione sulla sopravvivenza di uno dei grandi primati più vicini all’uomo : l’orango. Deforestazione, perdita degli habitat e commercio illegale continuano a minacciarne il futuro

Salvare gli oranghi significa anche proteggere le foreste tropicali dalle quali dipendono innumerevoli altre specie e comunità umane

Il 19 agosto si celebra la Giornata internazionale dell’orango (International Orangutan Day), un’occasione per richiamare l’attenzione sulla tutela di uno degli animali più affascinanti e, allo stesso tempo, più vulnerabili del pianeta. Gli oranghi vivono allo stato naturale esclusivamente nelle foreste tropicali del Borneo e di Sumatra, nel Sud-est asiatico. La loro stessa esistenza è quindi strettamente legata alla sopravvivenza di ecosistemi sottoposti da decenni a una forte pressione da parte delle attività umane.

Non si tratta soltanto di salvare una specie particolarmente conosciuta e amata. Proteggere l’orango significa difendere un’intera rete di vita, perché questi grandi primati svolgono un ruolo importante nel mantenimento e nella rigenerazione delle foreste.

Tre specie, tutte in pericolo

Oggi vengono riconosciute tre specie: l’orango del Borneo (Pongo pygmaeus), l’orango di Sumatra (Pongo abelii) e l’orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis), identificato come specie distinta soltanto nel 2017. La situazione è particolarmente delicata. Secondo le stime riportate dal WWF, gli oranghi del Borneo sono circa 104.700, quelli di Sumatra circa 13.846, mentre la popolazione dell’orango di Tapanuli conta meno di 800 individui, rendendolo uno dei grandi primati più minacciati del pianeta.

Numeri che acquistano ancora più significato considerando la biologia di questi animali. Gli oranghi hanno infatti ritmi riproduttivi estremamente lenti. I piccoli rimangono con la madre per molti anni, apprendendo progressivamente come muoversi nella foresta, trovare il cibo e sopravvivere autonomamente. Il WWF segnala che i giovani possono restare con la madre fino a otto anni, più a lungo rispetto agli altri grandi primati.

Di conseguenza, la perdita anche di un numero relativamente ridotto di esemplari adulti può avere conseguenze molto pesanti sulla capacità di recupero di una popolazione.

La foresta che scompare

La principale minaccia rimane la perdita e frammentazione dell’habitat. Le foreste del Borneo e di Sumatra sono state trasformate nel corso dei decenni dall’espansione agricola, dalle piantagioni, dallo sfruttamento del legname, dalle attività minerarie e dalla costruzione di infrastrutture.

Particolarmente discusso è il ruolo delle coltivazioni di palma da olio. Il problema, tuttavia, non è semplicemente l’olio di palma in quanto tale, che può essere prodotto anche attraverso pratiche più sostenibili, ma l’espansione agricola non sostenibile che comporta la distruzione o frammentazione delle foreste tropicali.

Quando la foresta viene distrutta o suddivisa in aree sempre più piccole, gli oranghi perdono non soltanto gli alberi sui quali trascorrono gran parte della loro esistenza, ma anche le fonti di alimentazione e i corridoi naturali necessari agli spostamenti.

Aumentano inoltre le possibilità di incontro e conflitto con le comunità umane. Gli animali possono avvicinarsi alle coltivazioni alla ricerca di cibo, essere considerati una minaccia e venire uccisi. A questa pressione si aggiungono la caccia e il commercio illegale di animali selvatici, che colpisce in particolare i piccoli: per catturarli vengono spesso uccise le madri.

I “giardinieri” della foresta

Difendere gli oranghi significa anche difendere le foreste. Questi primati si nutrono infatti di numerosi frutti e contribuiscono alla dispersione dei semi. Il WWF li definisce veri e propri “giardinieri della foresta” proprio per il ruolo che svolgono nella rigenerazione degli ecosistemi tropicali. Per l’orango del Borneo sono state registrate oltre 500 specie vegetali nella dieta.

La loro scomparsa avrebbe quindi effetti che andrebbero molto oltre la perdita di una singola specie. Le foreste del Borneo e di Sumatra rappresentano inoltre alcuni degli ambienti biologicamente più ricchi della Terra. Ospitano migliaia di specie vegetali e animali e costituiscono l’habitat anche di elefanti, rinoceronti e tigri fortemente minacciati. A Sumatra, in particolare, sopravvivono nello stesso territorio tigri, rinoceronti, elefanti e oranghi, una combinazione ormai unica al mondo.

Proteggere gli oranghi significa proteggere anche l’uomo

La Giornata internazionale dell’orango pone quindi una questione che riguarda direttamente anche noi. Quando pensiamo alla tutela della biodiversità, rischiamo talvolta di immaginarla come qualcosa di distante dalla vita quotidiana: animali lontani, foreste dall’altra parte del pianeta, problemi apparentemente estranei alle società europee.

In realtà gli ecosistemi sono profondamente interconnessi. Le foreste tropicali custodiscono biodiversità, immagazzinano carbonio, regolano il ciclo dell’acqua e rappresentano una risorsa essenziale per le popolazioni che vi abitano. La loro distruzione dimostra quanto possa diventare fragile un modello di sviluppo quando considera la natura soltanto come una risorsa da consumare.

La sfida non consiste nel contrapporre semplicemente la protezione degli animali alle necessità economiche delle popolazioni. Al contrario, occorre trovare forme di sviluppo capaci di garantire dignità e opportunità alle comunità locali senza distruggere gli ecosistemi dai quali esse stesse dipendono.

Progetti di conservazione nel Borneo e a Sumatra cercano proprio di integrare protezione delle foreste, contrasto al bracconaggio, riforestazione e attività economiche sostenibili per le comunità locali.

Uno specchio della nostra responsabilità

C’è infine qualcosa di profondamente suggestivo nell’orango. Il suo stesso nome deriva dalle parole malesi orang e hutan, comunemente tradotte come “persona della foresta”. Osservarne i comportamenti, il rapporto prolungato tra madre e figlio, la capacità di apprendere e adattarsi rende ancora più evidente quanto sia riduttivo considerare la natura semplicemente come uno scenario a disposizione dell’uomo.

La Giornata internazionale dell’orango del 19 agosto 2026 può allora diventare qualcosa di più di una ricorrenza dedicata a una specie minacciata. Può ricordarci che la biodiversità non è un patrimonio astratto. È il risultato di milioni di anni di evoluzione e costituisce una rete dalla quale dipende anche la nostra esistenza.

La domanda, quindi, non è soltanto se riusciremo a salvare gli oranghi dall’estinzione. È anche quale rapporto vogliamo costruire con il pianeta e con le altre forme di vita che lo abitano.

Proteggere la “persona della foresta” significa, in fondo, assumersi la responsabilità di lasciare alle generazioni future un mondo nel quale le foreste tropicali e gli animali che le abitano non esistano soltanto nei documentari, negli archivi e nei libri di storia.

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Immagine elaborata con Intelligenza Artficiale.

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