Finestre illuminate, bar notturni, stanze d’albergo, persone vicine eppure distanti. La pittura di Edward Hopper continua a parlare al nostro presente e a una società nella quale essere costantemente connessi non significa necessariamente sentirsi meno soli
Una donna siede sul bordo di un letto in una stanza d’albergo. Un’altra guarda fuori dalla finestra. Alcune persone trascorrono la notte in un locale illuminato, circondate dal silenzio della città. Uomini e donne condividono lo stesso spazio, ma sembrano abitare mondi differenti.
Le immagini di Edward Hopper sono entrate nell’immaginario collettivo anche per questa capacità di rappresentare qualcosa che riconosciamo immediatamente: la distanza che può esistere tra le persone persino quando sono fisicamente vicine. A quasi sessant’anni dalla morte del pittore statunitense, avvenuta nel 1967, le sue opere sembrano per certi aspetti ancora più contemporanee. Non perché Hopper avesse previsto smartphone, social network o metropoli permanentemente connesse, naturalmente, ma perché ha saputo rappresentare una dimensione profondamente umana: la possibilità di essere soli in mezzo agli altri. Ed è forse proprio questa la ragione per cui continuiamo a riconoscerci nei suoi dipinti.
Edward Hopper e il silenzio della città
Nato a Nyack, nello Stato di New York, nel 1882, Hopper costruì nel corso della propria carriera un linguaggio pittorico immediatamente riconoscibile. Strade, distributori di benzina, case isolate, uffici, cinema, alberghi, ristoranti, appartamenti: la sua America non è quella monumentale dei grandi eventi storici, ma quella degli spazi quotidiani. Sono luoghi costruiti dall’uomo e destinati agli uomini, che tuttavia appaiono spesso sospesi.
La luce svolge un ruolo fondamentale. Entra attraverso una finestra, attraversa una stanza, illumina una facciata oppure separa violentemente un interno dalla notte che lo circonda. E poi ci sono le persone. Non necessariamente sole, almeno nel senso materiale del termine: talvolta sono presenti più figure nello stesso ambiente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo, un gesto, una conversazione, un contatto capace di trasformare la semplice prossimità in relazione. È proprio in questo spazio invisibile tra un individuo e l’altro che una parte importante dell’universo di Hopper continua a interrogare lo spettatore.
Nighthawks : insieme, ma separati
L’esempio più celebre è probabilmente Nighthawks, dipinto nel 1942 e oggi conservato all’Art Institute of Chicago. Quattro persone occupano un diner illuminato nella notte. Attraverso una grande vetrata possiamo osservarle quasi completamente, mentre la città intorno appare vuota. Sono vicine, eppure la scena comunica una straordinaria sensazione di distanza.
Il locale è pieno di luce, ma non necessariamente di calore umano. La trasparenza della vetrata permette di vedere tutto e contemporaneamente sembra creare una barriera tra chi osserva e chi si trova all’interno. È difficile guardare Nighthawksoggi senza pensare alle nostre città: metropolitane affollate nelle quali decine di persone guardano ciascuna il proprio schermo, bar nei quali si può trascorrere molto tempo senza rivolgere una parola a chi siede al tavolo accanto, condomini nei quali centinaia di persone vivono a pochi metri di distanza senza conoscersi.
Non perché la tecnologia abbia inventato la solitudine. Hopper dipingeva queste scene molto prima dell’avvento di Internet. La questione è più profonda: la vicinanza fisica non è mai stata sufficiente a creare una relazione.
La finestra : guardare il mondo senza entrarvi
Un altro elemento ricorrente nell’opera di Hopper è la finestra. La troviamo, per esempio, in Morning Sun del 1952: una donna seduta sul letto guarda attraverso una grande finestra mentre la luce del mattino entra nella stanza. La finestra mette in comunicazione due mondi, ma nello stesso tempo li separa. Possiamo vedere ciò che accade dall’altra parte senza necessariamente parteciparvi.
È difficile non trovare in questa immagine una suggestiva analogia con la condizione contemporanea. Gli schermi sono diventati, in un certo senso, le nuove finestre delle nostre esistenze. Attraverso uno smartphone possiamo osservare la vita di centinaia o migliaia di persone. Vediamo viaggi, feste, famiglie, successi professionali, momenti privati. Possiamo sapere in pochi minuti che cosa accade dall’altra parte del pianeta. Eppure vedere non significa necessariamente partecipare: possiamo essere informati sulla vita degli altri senza conoscerli veramente e possiamo ricevere continuamente messaggi e notifiche senza avere qualcuno con cui parlare profondamente.
La società più connessa della storia
Qui Hopper incontra indirettamente una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Mai nella storia dell’umanità abbiamo posseduto tanti strumenti per comunicare. Una persona può parlare istantaneamente con familiari e amici a migliaia di chilometri di distanza, partecipare a comunità costruite intorno a interessi comuni, lavorare insieme a persone che vivono in continenti differenti. Sono possibilità straordinarie che sarebbe sbagliato demonizzare.
Ma connessione e relazione non sono sinonimi. Una connessione può essere istantanea, mentre una relazione richiede tempo. Una piattaforma può moltiplicare i contatti, ma non può automaticamente trasformarli in amicizia, fiducia, solidarietà o amore. Il rischio è misurare la qualità delle relazioni con gli stessi parametri quantitativi attraverso i quali misuriamo le reti digitali: numero di follower, visualizzazioni, interazioni, messaggi. Hopper sembra ricordarci, senza aver naturalmente conosciuto nulla di tutto questo, che si può essere circondati da persone e rimanere profondamente soli.
La città progettata per incontrarsi o soltanto per transitare ?
C’è poi un’altra domanda suggerita dai suoi dipinti: che cosa chiediamo alle nostre città? Molti ambienti rappresentati da Hopper sono luoghi di passaggio: alberghi, stazioni, strade, locali, uffici. Spazi nei quali persone sconosciute si incontrano per qualche minuto e poi proseguono verso destinazioni differenti. Anche le città contemporanee rischiano di trasformarsi progressivamente in grandi infrastrutture per il movimento e il consumo.
Si esce da un appartamento, si prende un’automobile o un mezzo pubblico, si raggiunge il luogo di lavoro, si entra in un centro commerciale o in un supermercato, si torna a casa. Ma dove avviene l’incontro? Piazze, parchi, biblioteche, associazioni, luoghi di culto, centri culturali, piccoli esercizi commerciali e spazi pubblici non svolgono soltanto una funzione urbanistica o economica: possono diventare infrastrutture della relazione umana. Quando scompaiono, la città può diventare estremamente efficiente e contemporaneamente molto povera dal punto di vista delle relazioni.
Solitudine ed essere soli non sono la stessa cosa
Occorre però evitare un equivoco. La solitudine non coincide necessariamente con l’essere fisicamente soli. Esiste una solitudine cercata, fertile, indispensabile persino alla costruzione della propria interiorità. Leggere, pregare, pensare, creare, camminare o semplicemente rimanere in silenzio possono richiedere la capacità di sottrarsi temporaneamente al rumore degli altri. In un’epoca dominata dalle notifiche e dalla continua richiesta di attenzione, questa forma di solitudine può rappresentare addirittura una libertà.
Diverso è sentirsi soli senza averlo scelto. È la distanza tra isolamento e interiorità, tra non avere nessuno e scegliere per qualche tempo di stare con se stessi. Anche sotto questo aspetto le figure di Hopper rimangono enigmatiche. Non sappiamo necessariamente se soffrano, non conosciamo i loro pensieri: possiamo soltanto osservarle. Ed è precisamente questa ambiguità a rendere le opere così potenti.
La domanda che Hopper lascia al nostro tempo
Hopper non offre soluzioni alla solitudine contemporanea. Sarebbe anacronistico attribuirgli un’analisi della società digitale. Ma le sue immagini possono aiutarci a formulare meglio una domanda: che cosa rende una città veramente umana?
Non soltanto i suoi edifici, i trasporti, la tecnologia o l’efficienza dei servizi. Una città diventa umana quando permette alle persone non soltanto di vivere una accanto all’altra, ma di incontrarsi. La stessa domanda riguarda Internet. Una rete può avvicinare persone lontanissime, costruire comunità, diffondere conoscenza e permettere relazioni che altrimenti non sarebbero mai nate. Ma può anche moltiplicare le finestre attraverso le quali osserviamo gli altri senza riuscire realmente a raggiungerli.
Ottant’anni dopo Nighthawks, continuiamo a guardare quel locale illuminato nella notte e a riconoscervi qualcosa di noi. Sono cambiate le città, sono cambiati i mezzi di comunicazione, sono cambiati gli schermi attraverso i quali osserviamo il mondo. Ma rimane intatta una delle esigenze fondamentali dell’essere umano: non semplicemente essere connesso, ma sentirsi visto, ascoltato, riconosciuto e parte della vita degli altri.
Hopper dipingeva il silenzio. Oggi viviamo immersi nel rumore della comunicazione permanente. Eppure la domanda che emerge dalle sue finestre illuminate sembra essere ancora la stessa: in mezzo a tutte queste persone, siamo davvero capaci di incontrarci ?
Immagine : Edward Hopper, opera di Harris and Ewing,