Il 79° Locarno Film Festival dedica la grande retrospettiva Red and Black a una delle pagine più controverse della storia del cinema americano: gli anni della Hollywood Blacklist, la lista nera, delle pressioni politiche e delle carriere spezzate
Un viaggio nella memoria che riporta al centro una domanda ancora attuale: quanto può essere libera l’arte quando il potere pretende di controllare idee e coscienze ?
Il cinema può essere intrattenimento, arte, racconto della società. Ma può diventare anche terreno di scontro quando la libertà creativa incontra la paura, l’ideologia e il potere politico.
È una delle riflessioni che attraversano il 79° Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 15 agosto 2026, che quest’anno ha scelto di riportare alla luce una delle pagine più dolorose e controverse della storia culturale americana.
La retrospettiva dell’edizione 2026 porta un titolo eloquente: Red and Black – Hollywood Left and the Blacklist. Curata da Ehsan Khoshbakht e realizzata in collaborazione con la Cinémathèque suisse, con il sostegno dell’UCLA Film and Television Archive, ricostruisce gli anni nei quali registi, sceneggiatori, attori e altri professionisti del cinema furono colpiti dalla cosiddetta Hollywood Blacklist. Non si tratta soltanto di ricordare un capitolo della Guerra fredda. Locarno utilizza il cinema per interrogare il presente attraverso il passato.
Quando le idee potevano costare una carriera
Alla fine degli anni Quaranta gli Stati Uniti entrarono nella stagione della cosiddetta “paura rossa”. Il timore dell’infiltrazione comunista investì numerosi settori della società americana e Hollywood divenne uno dei luoghi simbolici dello scontro.
Le indagini della House Un-American Activities Committee, la HUAC, coinvolsero uomini e donne dell’industria cinematografica chiamati a rispondere delle proprie convinzioni e delle proprie frequentazioni politiche.
Nel 1947 dieci professionisti del cinema, passati alla storia come Hollywood Ten, rifiutarono di collaborare con la commissione secondo le modalità richieste, invocando i propri diritti costituzionali. Furono condannati per oltraggio al Congresso e divennero il simbolo di una stagione destinata a coinvolgere molte altre persone.
Gli studios americani iniziarono a escludere dalle produzioni individui considerati politicamente compromessi o sospetti. Per alcuni significò la fine della carriera; altri continuarono a lavorare utilizzando pseudonimi o prestanome; altri ancora lasciarono gli Stati Uniti. Il cinema continuò a esistere, ma dietro lo schermo si consumavano drammi professionali e personali.
Dalton Trumbo e i nomi cancellati
Tra le figure più conosciute associate alla lista nera vi fu lo sceneggiatore Dalton Trumbo, uno degli Hollywood Ten.
Dopo essere stato escluso ufficialmente dall’industria, continuò a scrivere utilizzando nomi diversi dal proprio. Il paradosso raggiunse livelli emblematici quando lavori ai quali aveva contribuito ottennero importanti riconoscimenti mentre il suo vero nome non poteva comparire normalmente nei titoli.
La situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta. Il riconoscimento pubblico del lavoro di Trumbo per film come Spartacus contribuì simbolicamente a incrinare il sistema della blacklist.
Ma non tutte le storie ebbero un simile epilogo. Registi come Joseph Losey trovarono nell’Europa una possibilità per continuare a lavorare. Charlie Chaplin, pur non essendo stato uno degli Hollywood Ten, fu investito dal clima politico dell’epoca e nel 1952, mentre si trovava fuori dagli Stati Uniti, vide revocato il proprio permesso di rientro nel Paese. Si stabilì quindi in Svizzera. La retrospettiva di Locarno ricostruisce anche queste traiettorie di esilio, adattamento e resistenza artistica.
Il cinema come testimonianza
Red and Black non propone soltanto film celebri. Il progetto recupera opere rare, materiali d’archivio, cinegiornali e documentari, ricostruendo il clima culturale nel quale nacquero. Il programma comprende circa cinquanta titoli e presenta anche copie in 35mm e restauri. Tra le opere richiamate dal progetto figurano film legati direttamente o indirettamente alle vicende degli artisti colpiti dalla lista nera.
Uno degli aspetti più interessanti è proprio la possibilità di osservare come la pressione politica sia entrata nel linguaggio cinematografico. Paura, sospetto, isolamento, identità nascoste, persecuzione e impossibilità di fidarsi degli altri diventano temi che attraversano diverse opere di quel periodo. Il contesto storico finisce così per lasciare tracce anche nella forma artistica.
Il cinema diventa documento non soltanto quando racconta esplicitamente la politica, ma anche quando assorbe le inquietudini della società nella quale viene realizzato.
La libertà dell’artista
La vicenda della Hollywood Blacklist pone una questione che supera il contesto americano degli anni Cinquanta. Può un artista essere giudicato professionalmente per le proprie idee?
Naturalmente la libertà di espressione non significa che ogni opera debba essere sottratta alla critica. Un film può essere contestato; un autore può essere contraddetto; idee politiche, culturali o religiose possono essere discusse anche duramente. Ma esiste una differenza fondamentale tra criticare un’idea e impedire a una persona di lavorare perché possiede, o è sospettata di possedere, determinate convinzioni.
È proprio questa distinzione a rendere ancora attuale la memoria della blacklist. Una società autenticamente pluralista non dovrebbe temere il confronto delle idee. La risposta a un’opinione discutibile dovrebbe essere innanzitutto un’altra opinione, sostenuta attraverso argomenti e fatti, non la cancellazione dell’interlocutore.
Il pericolo del conformismo
La storia della blacklist mostra inoltre che la limitazione della libertà non passa necessariamente soltanto attraverso una legge che proibisce esplicitamente di parlare. Può svilupparsi attraverso un clima culturale.
Il timore di essere associati a una persona, di perdere opportunità professionali, di essere pubblicamente indicati come sospetti può generare autocensura. Le persone iniziano a evitare determinate opinioni non perché abbiano cambiato idea, ma perché temono le conseguenze dell’esprimerle. È un meccanismo che rende la vicenda di Hollywood interessante anche al di fuori della sua precisa collocazione storica.
Le tecnologie sono cambiate. I mezzi di comunicazione sono cambiati. Il dibattito pubblico oggi si svolge anche attraverso social network e piattaforme digitali capaci di trasformare in poche ore una controversia in un fenomeno globale. Ma la tentazione di dividere il mondo culturale tra persone ammesse e persone da escludere può assumere forme nuove.
Libertà significa anche responsabilità
Difendere la libertà artistica non significa tuttavia sostenere che ogni parola sia moralmente equivalente a un’altra. La libertà porta con sé responsabilità. Un artista, un giornalista, uno scrittore o un intellettuale rispondono pubblicamente delle idee che esprimono. Possono essere criticati e devono accettare il confronto.
Proprio per questo, però, è importante distinguere il confronto dalla persecuzione e la critica dalla volontà di eliminare l’altro dallo spazio pubblico. La libertà autentica non consiste nell’assenza di giudizio. Consiste nella possibilità di cercare, affermare e discutere ciò che si ritiene vero senza che il dissenso venga automaticamente trasformato in una colpa.
Da una prospettiva attenta al rapporto tra fede e ragione, la libertà di coscienza assume un valore ancora più profondo. La persona non può essere ridotta alle proprie appartenenze, né la sua dignità può dipendere dalla conformità all’ideologia dominante del momento.
Una memoria che parla al presente
La scelta del Locarno Film Festival non appare quindi soltanto cinefila. Rivedere oggi i film nati nell’ombra della Hollywood Blacklist significa interrogarsi sul rapporto tra arte, coscienza, libertà e potere. Significa anche ricordare quanto rapidamente una società possa convincersi che limitare alcune libertà sia necessario per difendere se stessa.
La storia insegna però che le restrizioni introdotte nei momenti di paura possono produrre conseguenze destinate a durare molto più a lungo dell’emergenza che le aveva generate. Molti degli artisti colpiti dalla blacklist pagarono un prezzo enorme. Alcuni continuarono a creare sotto falso nome. Altri emigrarono. Altri videro interrompersi percorsi professionali costruiti durante una vita intera. Ma le loro opere sono rimaste.
Quando il cinema difende la libertà
C’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che sia proprio un festival cinematografico a riportare quelle storie davanti al pubblico. Le liste nere appartenevano a un sistema che cercava di rendere invisibili alcune persone. Una retrospettiva compie il movimento opposto: restituisce nomi, opere e storie alla memoria collettiva.
Non significa necessariamente condividere tutte le idee politiche degli artisti coinvolti. Ed è proprio questo il punto. La libertà non si misura sulla capacità di difendere chi pensa come noi. Diventa realmente significativa quando riconosciamo diritti e dignità anche a chi possiede convinzioni differenti dalle nostre.
Red and Black ricorda così che la storia del cinema non è fatta soltanto di capolavori, divi e grandi registi. È fatta anche di persone che hanno dovuto scegliere tra conformarsi, tacere, partire o continuare a creare nonostante l’esclusione.
A quasi ottant’anni dall’inizio della stagione della Hollywood Blacklist, Locarno riapre quelle pagine e ci consegna una domanda che non appartiene soltanto al passato: quanto siamo disposti a difendere la libertà di espressione quando a parlare è qualcuno con cui non siamo d’accordo? È probabilmente proprio lì che comincia la prova più difficile di una cultura autenticamente libera.
Immagine cortesia Paolo Centofanti, direttore Fede e Ragione.