Per tutto agosto il BFI Southbank di Londra dedica una grande retrospettiva a Monica Viti, dai capolavori con Michelangelo Antonioni alle commedie e alla regia
Un omaggio internazionale che riscopre la versatilità e la forza creativa di una delle protagoniste del cinema italiano
Una delle più grandi attrici italiane torna protagonista a Londra. Il British Film Institute dedica l’intero mese di agosto 2026 a Monica Vitti con Monica Vitti: Creative Force, una retrospettiva che vuole andare oltre l’immagine, celeberrima ma parziale, dell’attrice come musa di Michelangelo Antonioni.
La rassegna, in programma dal 1° al 31 agosto al BFI Southbank, è organizzata in collaborazione con Cinecittà e con la Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura italiano e propone anche diversi restauri in 4K realizzati da Cinecittà, CSC – Cineteca Nazionale e Minerva Pictures.
Già il titolo scelto dall’istituzione cinematografica britannica, Creative Force, indica la prospettiva dell’omaggio: Monica Vitti non soltanto come volto indimenticabile di una stagione del cinema europeo, ma come forza creativa, interprete capace di attraversare generi molto diversi, attrice di formazione teatrale, comica, cantante, scrittrice e infine regista.
Una carriera molto più vasta dell’immagine malinconica e misteriosa attraverso la quale una parte del pubblico internazionale continua ancora oggi a ricordarla.
Il volto di un nuovo cinema europeo
All’inizio degli anni Sessanta Monica Vitti divenne uno dei volti più riconoscibili del nuovo cinema italiano ed europeo grazie soprattutto all’incontro artistico con Michelangelo Antonioni.
L’avventura, presentato nel 1960, rappresentò una svolta. Nel film Vitti interpreta Claudia, coinvolta nella misteriosa scomparsa dell’amica Anna e successivamente in una relazione con Sandro, l’uomo che era stato il compagno della donna scomparsa.
Ma il mistero non viene risolto secondo le convenzioni narrative alle quali il pubblico era abituato. Antonioni sposta progressivamente l’attenzione dall’evento alla condizione interiore dei personaggi, alla loro incapacità di comunicare e alla difficoltà di stabilire rapporti autentici. Monica Vitti diventa il volto perfetto di questa inquietudine.
Il BFI ricorda come proprio L’avventura la trasformò nel volto del cinema d’arte degli anni Sessanta: bellissima, inquieta, apparentemente distante e allo stesso tempo capace di esprimere attraverso minime variazioni dello sguardo una complessa dimensione interiore.
Da La notte a L’eclisse
Il rapporto artistico con Antonioni proseguì con alcuni dei film fondamentali del cinema italiano del dopoguerra. In La notte, del 1961, Vitti interpreta Valentina, giovane donna incontrata durante una festa dai protagonisti Giovanni e Lidia, interpretati da Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau.
L’anno successivo arriva L’eclisse, dove Vitti è invece Vittoria, protagonista di una relazione con Piero, interpretato da Alain Delon. Ancora una volta il racconto sentimentale diventa uno strumento per interrogarsi sulla solitudine, sulla comunicazione e sulle trasformazioni della società contemporanea.
Il volto di Vitti sembra incarnare un’intera stagione culturale. Ma proprio il successo internazionale di questi film avrebbe contribuito anche alla costruzione di un’immagine dalla quale l’attrice avrebbe successivamente cercato di liberarsi.
Deserto rosso: il colore diventa stato d’animo
Nel 1964 arriva Il deserto rosso, primo lungometraggio a colori di Antonioni e altra tappa fondamentale della collaborazione con Vitti. L’attrice interpreta Giuliana, una donna che attraversa una profonda crisi emotiva in un paesaggio industriale dominato da fabbriche, fumi, strutture metalliche e colori alterati.
Il BFI considera il film uno dei vertici del cinema europeo del dopoguerra e sottolinea la forza della performance di Vitti. Qui l’ambiente non rappresenta semplicemente lo sfondo della vicenda. Il paesaggio industriale sembra riflettere la condizione interiore della protagonista. Colore, spazio, rumore e silenzio diventano elementi psicologici.
Vitti riesce a rendere visibile un disagio che spesso non può essere espresso attraverso le parole. È probabilmente questa capacità a spiegare perché la sua immagine sia rimasta così profondamente associata al cinema di Antonioni. Ma Monica Vitti era molto altro.
La grande attrice comica che il pubblico internazionale conosce meno
È proprio su questo aspetto che la retrospettiva londinese vuole intervenire. Il pubblico italiano conosce bene la seconda grande dimensione della carriera di Vitti: la commedia.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta l’attrice dimostrò una sorprendente capacità di passare dall’inquietudine esistenziale alla comicità, utilizzando voce, gestualità, tempi comici e persino la propria immagine pubblica in maniera completamente differente.
Per il BFI, Vitti possedeva una naturale capacità comica e riusciva, anche all’interno dello stesso film, a muoversi tra umorismo, malinconia, eccesso e ribellione.
È un aspetto fondamentale per comprendere pienamente la sua grandezza. L’attrice sofisticata e apparentemente irraggiungibile di Antonioni poteva trasformarsi in una figura popolare, ironica, imprevedibile e talvolta volutamente scomposta. Non due Monica Vitti differenti, ma due manifestazioni della stessa capacità interpretativa.
Una donna che non voleva essere soltanto una “musa”
La retrospettiva del BFI insiste significativamente anche su un’altra parola: musa. Vitti è stata definita innumerevoli volte “la musa di Antonioni”. La definizione descrive certamente un sodalizio artistico fondamentale nella storia del cinema, ma rischia di trasformare un’attrice in una presenza passiva all’interno dell’opera di un regista.
Il BFI vuole invece raccontare una donna capace di costruire consapevolmente la propria carriera e la propria identità artistica. Non soltanto il volto scelto da un autore, quindi, ma un’interprete che contribuì attivamente alla nascita di quel linguaggio cinematografico. Il titolo dell’incontro introduttivo organizzato dal BFI il 6 agosto è stato, significativamente, “More than a Muse”, “più di una musa”.
La curatrice Catherine O’Rawe, insieme agli studiosi Lucy Bolton, Stephen Gundle e John David Rhodes, ha ripercorso la carriera di Vitti dalle collaborazioni con Antonioni alle commedie degli anni Settanta, soffermandosi sulla sua posizione nell’industria cinematografica italiana e sulla complessità delle sue interpretazioni.
Dal teatro al cinema
Dietro la naturalezza cinematografica di Monica Vitti c’era inoltre una formazione rigorosa. Nata a Roma il 3 novembre 1931 con il nome di Maria Luisa Ceciarelli, studiò all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e iniziò la propria carriera in teatro.
La voce roca, destinata a diventare uno dei suoi tratti più riconoscibili, sembrava inizialmente quasi incompatibile con i canoni tradizionali della protagonista cinematografica. Diventò invece uno dei suoi segni distintivi.
Anche questo elemento racconta qualcosa della sua carriera: caratteristiche che avrebbero potuto essere considerate imperfezioni vennero trasformate in identità. Vitti non corrispondeva completamente a un modello. Contribuì a crearne uno nuovo.
Una protagonista anche dietro la macchina da presa
La rassegna londinese arriva fino all’ultima fase della carriera e comprende un film particolarmente importante per comprendere il desiderio di autonomia creativa dell’attrice: Scandalo segreto, del 1989. È l’unico lungometraggio che Monica Vitti abbia scritto e diretto, oltre che interpretato.
Il BFI lo presenta come una riflessione sulla performance e sulla femminilità e sottolinea esplicitamente la determinazione dell’attrice ad arrivare alla regia. La presenza del film nella retrospettiva assume quindi un significato particolare.
Il percorso iniziato con l’immagine di Vitti davanti alla macchina da presa di Antonioni termina simbolicamente con Vitti che passa dietro la macchina da presa, assumendo direttamente il controllo della narrazione.
Un’icona italiana riscoperta a Londra
Monica Vitti morì il 2 febbraio 2022, a novant’anni, dopo essersi ritirata da molto tempo dalla vita pubblica. Il suo volto, tuttavia, non ha mai realmente lasciato il cinema.
Le immagini di L’avventura, L’eclisse e Il deserto rosso continuano a essere riprodotte, studiate e citate. La sua influenza attraversa fotografia, moda e cultura visuale.
La retrospettiva del British Film Institute compie però un’operazione culturale ancora più interessante: invita il pubblico internazionale a guardare oltre quelle immagini già diventate iconiche.
Accanto ai grandi capolavori vengono recuperati film meno conosciuti fuori dall’Italia e opere capaci di mostrare la sua dimensione comica, popolare e autoriale. È anche un riconoscimento importante per il cinema italiano. Una delle principali istituzioni cinematografiche del mondo dedica un intero mese non semplicemente a una celebrità, ma alla complessità di un percorso artistico che attraversa alcuni dei momenti più importanti della cultura italiana del secondo Novecento.
Monica Vitti, forza creativa
Forse il merito maggiore della retrospettiva è racchiuso proprio nelle due parole scelte per intitolarla: Creative Force. Monica Vitti è stata certamente un’icona. È stata il volto dell’incomunicabilità di Antonioni, una delle immagini simbolo degli anni Sessanta e una protagonista della commedia italiana.
Ma ridurla a una sola di queste definizioni significherebbe perdere ciò che oggi il BFI invita a riscoprire. Dietro l’icona c’era un’attrice capace di trasformarsi. Dietro la musa c’era un’artista. Dietro la malinconia c’era una straordinaria capacità comica.
E dietro la donna osservata dalla macchina da presa c’era, infine, anche una donna determinata a raccontare attraverso la propria. La grande retrospettiva londinese restituisce così Monica Vitti alla dimensione che probabilmente le appartiene di più: non semplicemente immagine indimenticabile del cinema italiano, ma protagonista consapevole e creativa della sua storia.