Nel videomessaggio dopo il Consiglio dei Ministri n. 182, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega il nuovo disegno di legge : la capacità di intendere e di volere dei minori tra i 14 e i 18 anni sarà presunta fino a prova contraria
Accanto alla fermezza, ribadita la necessità di investire su famiglia, scuola e inclusione
«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare. Sempre. Anche se ha quindici o sedici anni». Con queste parole il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha illustrato il disegno di legge sull’imputabilità dei minori approvato dal Consiglio dei Ministri n. 182, spiegando le ragioni di una riforma che punta a modificare il criterio con cui viene accertata la responsabilità penale dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni.
Il videomessaggio, diffuso al termine della riunione del Governo, si inserisce nel più ampio percorso di riforme sulla sicurezza e sulla prevenzione della criminalità giovanile che l’Esecutivo sta portando avanti negli ultimi anni.
Un cambiamento nel criterio dell’imputabilità
Il cuore della riforma riguarda il principio dell’imputabilità. L’attuale normativa prevede che un minore tra i quattordici e i diciotto anni possa essere chiamato a rispondere penalmente soltanto dopo che il giudice abbia accertato la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto.
Con il nuovo disegno di legge, invece, il punto di partenza cambia. «Quella capacità si presume sempre», spiega Meloni. «Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti al giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità». Resta quindi ferma la possibilità di provare che il minore non fosse imputabile, ma viene modificato il criterio iniziale sul quale si fonda la valutazione giudiziaria.
Contrastare chi sfrutta i minori
Secondo il Presidente del Consiglio, la nuova disciplina mira anche a colpire chi utilizza gli adolescenti come strumenti della criminalità organizzata. «Questa norma colpisce soprattutto chi pensa di essere intoccabile e sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari», afferma Meloni.
Il riferimento è a quei fenomeni nei quali organizzazioni criminali o gruppi violenti coinvolgono ragazzi molto giovani confidando nella minore severità del sistema penale minorile. Il provvedimento, nelle intenzioni del Governo, vuole quindi rafforzare l’efficacia deterrente della normativa e riaffermare il principio della responsabilità personale.
La repressione non basta
Nel videomessaggio trova spazio anche una riflessione sul ruolo educativo delle istituzioni. Meloni sottolinea infatti come il solo intervento repressivo non sia sufficiente ad affrontare il disagio giovanile.
«La norma da sola non risolve il problema», osserva il Presidente. «Quando si parla di giovanissimi non si può ragionare solo sul piano della repressione». Da qui l’appello a un impegno più ampio che coinvolga famiglia, scuola, formazione, lavoro e territorio.
Le radici del disagio
Il Presidente individua nelle fragilità educative e sociali uno degli elementi che possono favorire la devianza minorile. «Un ragazzo di quindici o sedici anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto».
Per questo, accanto alle nuove regole sull’imputabilità, il Governo richiama la necessità di rafforzare gli strumenti di prevenzione attraverso investimenti nella scuola, nella formazione, nei centri sportivi, negli spazi di aggregazione e nel sostegno alle famiglie.
Fermezza e prevenzione
Nel messaggio emerge l’idea che sicurezza e inclusione non siano obiettivi alternativi, ma complementari. «La fermezza senza alternative non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema», afferma Meloni, sintetizzando quella che viene indicata come la linea dell’Esecutivo.
L’obiettivo dichiarato è costruire un equilibrio tra responsabilità personale, prevenzione e recupero educativo, senza rinunciare al ruolo dello Stato nel contrasto alla criminalità.
Libertà e responsabilità
Il videomessaggio si conclude con una riflessione di carattere più generale sul rapporto tra libertà e responsabilità. «Uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano. E ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi. Perché non c’è vera libertà senza responsabilità».
Una frase che riassume il significato politico attribuito dal Governo alla riforma e che richiama un principio destinato ad accompagnare il dibattito parlamentare sul disegno di legge: coniugare la tutela della sicurezza pubblica con l’attenzione ai percorsi educativi e al recupero dei giovani che rischiano di essere attratti dalla criminalità.