Nel mercato del lavoro attuale, dominato dalla disintermediazione digitale e dalle metriche dei social, stiamo assistendo a una singolare mutazione antropologica e giuridica : la proliferazione di titoli altisonanti privi di qualsiasi riscontro reale.
Ruoli complessi, nati storicamente all’interno di rigide strutture di governance societaria, sono stati svuotati del loro significato legale per diventare etichette di puro marketing, o semplice propaganda di sè stessi.
Questa alterazione semantica non è un fenomeno innocuo. Al contrario, rappresenta un’asimmetria informativa pericolosa, una trappola tesa a danno di professionisti, giovani e lavoratori in cerca di collaborazioni genuine, attirati da sigle internazionali e promesse strutturali che nascondono realtà fragili, quando non deliberatamente ingannevoli.
Perché il titolare di Partita IVA non è un “Amministratore Delegato”
L’equivoco più diffuso viaggia sulla dicitura “CEO and Founder”, riportata senza titoli reali nei profili di liberi professionisti e titolari di ditte individuali. Dal punto di vista del diritto societario, si tratta di un vero e proprio controsenso normativo.
La figura del Chief Executive Officer, l’Amministratore Delegato, esiste esclusivamente all’interno delle società di capitali come S.r.l. o S.p.A. consolidate o in start up. Rappresenta un organo di gestione a cui il Consiglio di Amministrazione, per conto dell’assemblea dei soci, delega specifici poteri esecutivi. Presuppone una separazione netta tra la proprietà – il capitale, e la gestione – l’organo amministrativo.
Nella ditta individuale o nel regime forfettario, questa separazione è giuridicamente impossibile: la persona fisica e l’impresa coincidono totalmente. Il titolare non dirige un’entità terza, è l’entità stessa, e risponde dei debiti aziendali con tutto il proprio patrimonio personale. Definirsi “CEO” di una ditta individuale è un falso logico e legale, utilizzato per simulare un’organizzazione complessa – fatta di dipendenti, quadri e manager – laddove esiste unicamente un singolo lavoratore autonomo.
Dai voti minimi alle menti pensanti : la retorica del decisore
Questo sfasamento tra competenza reale e percepita si estende ai percorsi accademici. Si moltiplicano i profili di soggetti con titoli falsi, o nella migliore delle ipotesi diplomati o laureati con il minimo dei voti – o con percorsi formativi lacunosi – che si autoproclamano nei panel digitali come “menti pensanti”, “strategist” o decisori di vertice in progetti complessi.
Se l’insuccesso scolastico o accademico non preclude in assoluto il genio imprenditoriale, il problema sorge quando la narrazione mitologica del “self-made man” viene usata come paravento per accreditarsi presso aziende e istituzioni scientifiche.
Il pericolo per chi cerca lavoro o collaborazioni è trovarsi a dialogare con figure prive delle basi metodologiche necessarie per coordinare un progetto di ricerca o un’iniziativa editoriale, il cui unico merito è l’occupazione militare di spazi di comunicazione social. Peggio ancora, assistiamo frequentemente al fenomeno di soggetti che vantano la paternità di decisioni e strategie all’interno di aziende o progetti a cui, verifiche alla mano, non offrono nemmeno alcuna collaborazione formale o consulenziale.
Millantatori e mitomani in passerella e finti imprenditori del turismo
Il gradino successivo di questa scala di opacità professionale è occupato da soggetti con alle spalle fallimenti seriali, liquidazioni coatte o pendenze finanziarie croniche, che continuano a presentarsi sul mercato come “esperti di scalabilità” o amministratori di realtà fantasma. Sfruttando la lentezza burocratica dei registri pubblici e la mancata abitudine dei lavoratori di effettuare una visura camerale prima di firmare un contratto, questi soggetti continuano ad aggregare forza lavoro a costo zero, promettendo equity o compensi futuri legati a fatturati che non arriveranno mai.
Allo stesso modo, la digitalizzazione ha sdoganato figure operative di addetti che si presentano all’esterno come “Property Manager” o “Ceo” di presunte società o persino presunte holding, intercettando flussi di fornitori e collaboratori ignari di interloquire non con il proprietario o con l’investitore, ma con un semplice esecutore di servizi di bassa forza.
Dalla mistificazione digitale alla truffa : il caso del falso 007 a Palazzo Chigi
Quando la propensione all’abuso del titolo incontra la vulnerabilità di chi cerca un’occupazione, il confine tra Millantato Credito e truffa svanisce. La cronaca giudiziaria italiana offre un esempio emblematico di come la fascinazione per il ruolo possa accecare anche la naturale prudenza: il caso del falso agente segreto che era riuscito ad allestire un ufficio abusivo proprio all’interno di Palazzo Chigi.
Spacciandosi per un alto funzionario dei servizi di intelligence della Presidenza del Consiglio, l’impostore aveva avviato vere e proprie campagne di “reclutamento”, selezionando e assumendo – solo sulla carta – decine di persone destinate a fantomatici ruoli di sicurezza e analisi geopolitica. Le vittime, attratte dal prestigio istituzionale e dal carisma del finto dirigente, venivano indotte a versare somme di denaro per “spese di istruttoria”, corsi di formazione fittizi e accertamenti medici, o semplicemente cedevano dati personali sensibilissimi nella speranza di un impiego. Una truffa strutturata che dimostra come l’assenza di un controllo rigoroso sulle credenziali e sui ruoli possa violare persino i palazzi del potere esecutivo.
L’etica e la necessità della verifica come difesa professionale
Per chi opera nell’editoria, nel giornalismo, nella ricerca e nell’accademia, settori che fanno del rigore metodologico il proprio codice genetico, il contrasto a questa deriva non è solo una necessità economica, ma un dovere etico.
Accettare una collaborazione o validare uno sconosciuto interlocutore basandosi unicamente sulla bio di un profilo social significa rendersi complici della svalutazione del merito e delle competenze reali. Figurarsi quando le informazioni necessarie non appaiono nemmeno sui profili professionali
Diventa quindi fondamentale reimparare l’alfabeto della verifica: consultare il Registro delle Imprese, verificare la reale consistenza patrimoniale di una S.r.l., analizzare lo stato di validità di una Partita IVA sul sito dell’Agenzia delle Entrate e pretendere trasparenza sui bilanci e sulle cariche.
Solo ristabilendo il primato della verità giuridica e scientifica sulla narrazione digitale potremo rendere equo un mercato del lavoro altrimenti ostaggio di una permanente, e rischiosa, recita a soggetto.
Immagine elaborata con Intelligenza Artificiale.