Nuovo studio dell’Harvard Medical School rivela che l’aria rarefatta – simile a quella del campo base dell’Everest – protegge i neuroni e può rallentare o invertire i processi neurodegenerativi del Parkinson
Un recente studio condotto da ricercatori della Harvard Medical School, insieme a colleghi del Massachusetts General Hospital e del Broad Institute di MIT e Harvard, ha dimostrato un sorprendente effetto protettivo dell’ipossia (bassi livelli di ossigeno) sulla degenerazione neuronale in topi di laboratorio affetti da una forma indotta di Parkinson.
Pubblicata il 6 agosto 2025 sulla rivista Nature Neuroscience, la ricerca apre nuove prospettive terapeutiche per la malattia di Parkinson, suggerendo un approccio innovativo basato sulla riduzione controllata dei livelli di ossigeno.
Lo studio in sintesi
Gli scienziati hanno utilizzato un modello sperimentale in cui i topi sviluppano sintomi simili a quelli del Parkinson umano tramite l’iniezione della proteina α-sinucleina, responsabile della formazione dei corpi di Lewy.
I risultati sono stati netti:
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i topi esposti a ossigeno normale (21%) hanno mostrato gravi deficit motori, perdita di neuroni e diffusa formazione di corpi di Lewy;
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i topi esposti a un’atmosfera con ossigeno ridotto (11%), paragonabile all’altitudine del campo base dell’Everest, non hanno perso neuroni e hanno mantenuto abilità motorie normali, pur sviluppando aggregati proteici.
Effetti neuroprotettivi anche dopo l’insorgenza dei sintomi
Un dato ancora più significativo riguarda i topi trattati quando la malattia era già in fase avanzata. Dopo sei settimane dall’insorgenza dei sintomi, l’esposizione all’ipossia ha portato a un recupero della motricità, alla riduzione dei comportamenti ansiosi e all’arresto della perdita neuronale.
Questo dimostra che l’ipossia non solo previene i danni, ma può anche rallentare o invertire la progressione della malattia in corso.
Il meccanismo: troppa ossigenazione come fattore tossico
I ricercatori hanno osservato che la difficoltà dei mitocondri a utilizzare correttamente l’ossigeno nei neuroni parkinsoniani genera un accumulo tossico di ossigeno stesso. In questo contesto, ridurre l’apporto di ossigeno si è rivelato paradossalmente protettivo, preservando le cellule nervose dall’ulteriore degenerazione.
Verso terapie innovative: l’ipossia “in pillola”
Naturalmente, mantenere pazienti umani in condizioni di ossigeno rarefatto non è praticabile né sicuro. Per questo i ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di farmaci che possano imitare farmacologicamente gli effetti dell’ipossia, un approccio definito “hypoxia in a pill”.
Se questa strategia verrà validata negli studi clinici, potrebbe aprire la strada a nuove terapie in grado di rallentare o persino fermare la progressione del Parkinson.
Conclusioni
La scoperta segna un potenziale cambio di paradigma: ridurre l’ossigeno, entro margini controllati, può trasformarsi da pericolo a cura. Lo studio condotto su topi di laboratorio dimostra che l’ipossia può preservare i neuroni, migliorare la motricità e ridurre i sintomi tipici del Parkinson.
Se confermati negli esseri umani, questi risultati potrebbero rivoluzionare le strategie di trattamento, offrendo speranza a milioni di persone colpite in tutto il mondo.
Fonte: articolo Harvard Medical School.