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Intelligenza artificiale

AI veganism : il movimento che rifiuta l’intelligenza artificiale per ragioni etiche e culturali

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Dal rispetto dell’ambiente al rischio di dipendenza cognitiva: perché alcuni scelgono di non usare l’IA

AI veganism : un fenomeno sociale emergente.

Il termine AI veganism nasce come metafora del veganismo alimentare. Così come i vegani scelgono di non consumare prodotti di origine animale per motivi etici, ambientali o di salute, gli “AI vegans” rifiutano volontariamente l’uso di strumenti e piattaforme basati sull’intelligenza artificiale. Non si tratta di un semplice atto di disinteresse tecnologico, ma di una vera e propria scelta identitaria e culturale, che pone al centro valori di rispetto, sostenibilità e autonomia cognitiva.

Il fenomeno è ancora circoscritto, ma sta ricevendo crescente attenzione da parte di università, media e comunità online. Alcuni studenti di Cambridge, ad esempio, hanno dichiarato di astenersi dall’uso di IA per ridurne l’impatto ambientale e per evitare dipendenze intellettuali, nonostante la crescente diffusione di strumenti come ChatGPT o MidJourney.

Motivazioni etiche: diritti, creatività e consenso

Uno dei principali motivi alla base dell’AI veganism è la questione dei dati. Molti sistemi di IA vengono addestrati utilizzando testi, immagini, musica e contenuti creativi raccolti dal web senza esplicito consenso o compenso. Questo ha generato forti proteste da parte di scrittori, giornalisti e artisti. Già nel 2023, durante gli scioperi della Writers Guild of America e della Screen Actors Guild, il tema dell’uso non regolamentato dell’IA nel settore creativo divenne un punto centrale della mobilitazione.

Gli “AI vegans” vedono in questo una forma di appropriazione indebita della creatività umana, un terreno eticamente discutibile che rischia di impoverire il lavoro culturale e ridurre il valore attribuito alla produzione intellettuale originale.

La questione ambientale: un’IA ad alto costo energetico

Oltre agli aspetti etici, esiste un tema legato alla sostenibilità ambientale. L’addestramento e il funzionamento dei modelli di intelligenza artificiale richiedono ingenti risorse: grandi quantità di energia, sistemi di raffreddamento avanzati e enormi consumi di acqua.

Secondo alcune analisi, un singolo centro dati di nuova generazione può arrivare a consumare più energia di intere città di medie dimensioni. In Wyoming, ad esempio, è stato recentemente discusso un progetto di data center con un fabbisogno energetico superiore a quello di tutte le abitazioni dello stato messe insieme.

Per chi aderisce all’AI veganism, l’adozione indiscriminata dell’IA contribuisce quindi ad aggravare la crisi climatica, entrando in contraddizione con obiettivi di sostenibilità spesso proclamati dalle stesse aziende tecnologiche.

La resistenza cognitiva: salvaguardare autonomia e capacità umane

Un’altra motivazione, meno immediata ma altrettanto forte, riguarda la dipendenza cognitiva. Diversi studi sottolineano come un uso eccessivo di sistemi di IA generativa possa indurre un impoverimento delle capacità critiche e creative individuali.

Testi prodotti con assistenza dell’IA tendono ad essere più uniformi, meno personali e spesso meno originali. A lungo andare, affidarsi ciecamente a questi strumenti rischia di erodere le competenze di scrittura, ragionamento e problem solving, creando una società intellettualmente più fragile.

In questo senso, l’AI veganism rappresenta una forma di resistenza culturale volta a proteggere il pensiero umano e la capacità di discernere, due elementi fondamentali per la crescita personale e collettiva.

Filosofia del rifiuto: tra etica e identità

Così come nel veganismo alimentare la scelta va oltre il semplice “cosa mangiare” e si trasforma in un vero e proprio stile di vita, anche l’AI veganism si pone come un approccio complessivo al rapporto tra esseri umani e tecnologia.

Non si tratta di negare l’importanza o l’inevitabilità dell’IA, quanto piuttosto di tracciare un confine: usare solo ciò che è coerente con principi di equità, trasparenza e sostenibilità. Alcuni teorici hanno persino proposto un “veganismo positivo” dell’IA, ossia l’uso consapevole di tecnologie sviluppate nel rispetto dei diritti e dell’ambiente, senza sfruttamento occulto di risorse e creatività altrui.

Prospettive future: nicchia o nuova cultura digitale?

Il destino dell’AI veganism resta incerto. Alcuni lo considerano un fenomeno di nicchia destinato a rimanere confinato in comunità ristrette, altri invece vedono in esso l’inizio di un movimento più ampio di resistenza digitale, capace di influenzare anche il mercato.

Non è difficile immaginare, infatti, che nei prossimi anni possano nascere prodotti e servizi certificati “IA-free”, proprio come oggi esistono alimenti certificati “cruelty-free” o biologici.

Se questo avverrà, l’AI veganism potrebbe trasformarsi in un nuovo fronte culturale: non contro la tecnologia in sé, ma contro un uso non regolamentato e poco etico dell’intelligenza artificiale.

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