In ricordo di Stephen Hawking, tra scienza e fede

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Il grande astrofisico britannico è purtroppo morto oggi nella sua abitazione a Cambridge, all’età di 76 anni. Lo ha comunicato un portavoce della sua famiglia, attraverso la dichiarazione dei suoi figli, Lucy, Robert e Tim:  “siamo profondamente addolorati nell’annunciare che nostro padre è morto. È stato un grande scienziato e un uomo straordinario il cui lavoro continuerà a vivere per anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza, insieme al suo brillante humor, hanno ispirato molti nel mondo”.

Vogliamo ricordare Stephen Hawking riprendendo anche un articolo, pubblicato su SRM il 9 febbraio del 2015, sul pluripremiato film La Teoria del Tutto, basato sulla vita, come scienziato e come uomo, del grande astrofisico. Il cinema, grazie alle sue tecniche, potenza narrativa e capacità espressiva, non è solo un mezzo per rendere reale, in immagini, la fantasia; è pure uno strumento privilegiato per rappresentare la realtà, descriverla, interpretarla; per raccontare la storia umana e le opere di coloro che l’hanno costruita: statisti, condottieri, eroi, esploratori, artisti, ma anche scienziati e inventori. Perché di scienza e degli uomini che le si sono dedicati, il cinema ha parlato spesso, più di quanto comunemente non si creda.

Non casualmente nella stagione 2014 – 2015 tre film, due dei quali candidati ai Premi Oscar, avevano proprio la scienza come tema portante. Interstellar, epico film di fantascienza di Cristopher Nolan, con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow, in sospeso tra filosofia, fede, fisica quantistica e teoria dei multiversi; per molti ingiustamente non era stato candidato agli Oscar. The Imitation Game, di Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley, dedicato alla vita del matematico e crittografo Alan Turing, sullo sfondo della seconda Guerra Mondiale.

In questo articolo parliamo invece de La Teoria del Tutto – The Theory of Everything, di James Marsh, con Eddie Redmayne e Felicity Jones. Il film, direttamente o tramite i suoi interpreti, ha vinto circa 10 premi e ricevuto circa 50 candidature in tutto il mondo. Il protagonista, Eddie Redmayne, è stato premiato con un oscar come miglior attore, mentre la coprotagonista Felicity Jones era stata candidata quale miglior attrice protagonista, e il film aveva ricevuto altre tre importanti candidature: miglior film; migliore sceneggiatura non originale, per Anthony McCarten; miglior colonna sonora, per Johann Johannsson.

Dedicato alla vita del grande fisico teorico Stephen Hawking, è basato sulla sua biografia scritta dalla ex moglie Jane Wilde Hawking: Verso l’infinito – Travelling to Infinity: My Life With Stephen. Oltre al premio Oscar e le candidature già citate, ha ricevuto premi ai Golden Globe Awards e, ai BAFTA – British Academy Film Awards, come miglior film britannico, come miglior sceneggiatura non originale di Anthony McCarten, e ha visto assegnare il premio di miglior attore protagonista al giovane Eddie Redmayne, premiato anche ai Golden Globe per la sua intensa recitazione, che a tratti lo rende anche indistinguibile dal vero Hawking.

Il film è notevole per regia, sceneggiatura, fotografia, bravura degli interpreti, ambientazioni. Racconta la vita di Hawking, come uomo e come scienziato, a partire dal 1963, anno in cui, a soli 21 anni, è all’Università di Cambridge per il suo dottorato – aveva iniziato il college a 17 anni -. Qui durante una festa conosce Jane Wilde, studentessa di lettere, con cui si fidanza; inizia però anche ad accusare seri sintomi della sua malattia, che gli viene poco dopo diagnosticata come malattia del motoneurone, una degenerazione progressiva che, secondo il medico che lo esamina, gli lascia solo due anni di aspettativa di vita. Decide di abbandonare gli studi la fidanzata, la quale però dopo non pochi sforzi lo convince ad affrontare insieme la malattia, a completare il dottorato e a volere vivere, come poi avverrà, nonostante le pessimistiche previsioni dei medici.

Una delle ragioni della bellezza del film, è proprio in questo, nel vedere come la forza di volontà, la speranza e la fede – Felicity è una forte credente – possano andare oltre i limiti che l’esistenza, le vicende umane, in certi casi pure la salute, impongono agli uomini, e alla reale possibilità di superare tali limiti, come la storia stessa di Hawking e di sua moglie ci dimostrano. Lo stesso Hawking nel film dichiara: “Non ci dovrebbero essere limiti alla ricerca umana. Siamo tutti diversi. E per quanto la vita possa sembrare cattiva, c’è sempre qualcosa che si può fare. Finché c’è vita, c’è speranza”.

La dimensione della fede si concretizza anche nel costante confronto tra la visione di Felicity, che crede in Dio, e quella di Stephen, che al contrario, anche per formazione e professione, razionalizza, e spiega ad esempio più volte che, come scienziato, ha il dovere di prescindere dall’idea dell’esistenza di Dio, perché diversamente le ricerche e le teorie scientifiche ne sarebbero condizionate, mentre devono essere intellettualmente e logicamente libere. In realtà, quando verso la fine del film Hawking completa uno dei suoi libri più importanti, anticipa alla già ex moglie, rendendola felice, un passaggio in cui non esclude affatto l’esistenza di Dio.

Altra costante del film è l’obiettivo del grande scienziato di trovare una spiegazione matematica al tempo e al tutto, condensata nella frase “La dimostro. Dimostrerò con una singola equazione che il tempo ha avuto un inizio. Non sarebbe grandioso, professore? Un’unica, semplice, elegante equazione per spiegare tutto”. Immagine: cortesia Universal Pictures

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