Lavoro: perché una Sentenza non vuol dire rinuncia

Una delle fake news, o bufale, che gira molto sulle dinamiche relazionali e legali tra azienda e dipendenti, è quella per cui spesso si sente dire che quella certa società, trovandosi in un contenzioso legale formalizzato in Tribunale con uno o più propri dipendenti, abbia preferito rinunciare a far valere le proprie ragioni – e il Giudizio si sia concluso perciò favorevolmente per il dipendente o i dipendenti stessi. Una sorta di grazia, per presunta liberalità aziendale, che per qualche strana ragione beneficia il dipendente interessato, garantendogli la vittoria.

In realtà, si tratta di una “bufala giuridica”, potremmo dire, o anche giornalistica. Se non di un vero e proprio ossimoro. A parte comunque la rarità di casi del genere, ovvero di reali rinunce aziendali a contenziosi del lavoro in essere, è naturale pure chiedersi perché una azienda dovrebbe essere così disponibile, quando quasi certamente il contenzioso legale deriva da una sua precedente non disponibilità, per usare un eufemismo. Perché inoltre l’azienda stessa dovrebbe vanificare il lavoro approfondito fatto svolgere dai propri avvocati per smontare e negare le posizioni di uno o più dei propri lavoratori.

O forse ha avviato un procedimento complesso e pesante, per il lavoratore in primis, senza essere certa di avere ragione ? In realtà, comunque sia, togliamo un dubbio: non esistono Sentenze causate da rinuncia aziendale. Perché quando il Giudice del Lavoro di Primo Grado, o la Corte di Appello, o la Corte di Cassazione, arrivano ad emettere una Sentenza, è proprio perché nessuna delle due parti ha rinunciato alle proprie pretese, giusto e infondate che siano. Il Giudice, o la Corte, decidono quindi la controversia sulla base di quanto hanno avuto modo di leggere, esaminare, etc. .  E quando si arriva ad una causa, è proprio perché non si è raggiunto un accordo, e si è visto il procedimento giuridico come unica soluzione possibile.

Semplificando, il dizionario Garzanti definisce infatti una Sentenza un “atto”, oppure un “documento”, con il quale “il giudice esprime il proprio potere decisorio”. Mentre Wikipedia, lo scriviamo pure per i Millennials, così descrive: “La sentenza – dal latino sententia, derivato del verbo sentire, ritenere, giudicare –  in diritto, è il provvedimento giurisdizionale con il quale il giudice definisce in tutto o in parte la controversia che gli è stata sottoposta, risolvendo le questioni in fatto ed in diritto proposte dalle parti”.

Perché di decisione di Autorità appunto si parla, non di accordi tra le parti, o rinunce. Ora, perché invece dovremmo leggere o ascoltare, da mezzi di comunicazione o da persone che conosciamo, di Sentenze emesse a fronte di rinunce da parte di un’azienda ? I motivi possibili sono molti, ne citiamo alcuni. Ad esempio, uno o più giornalisti sbagliano a scrivere, e altri li seguono. Non tutti coloro che si occupano di notizie sul lavoro sono necessariamente esperti di tali ambiti dal punto di vista giuridico. E la necessità di rapidità nel pubblicare peggiora magari la situazione.

Una ipotesi possibile, non infrequente, che per un errore cambia però – solo apparentemente – all’esterno l’atteggiamento di un’azienda verso i propri dipendenti. Oppure, altra ipotesi più singolare, è l’azienda stessa a cercare di accreditare una simile versione, magari con comunicati o comunicazioni aziendali mirati, o comunque con relazioni con la stampa. Le ragioni ? Ad esempio, potremmo dire, “salvare la faccia”, all’interno o anche all’esterno: “abbiamo rinunciato noi, non ha vinto il lavoratore”.

“Siamo stati liberali, altrimenti le cose sarebbero andate diversamente”. Con un atteggiamento che non possiamo non definire offensivo, verso la Giustizia, verso i lavoratori, e verso i loro legali. Ovvero: hanno vinto solo perché noi abbiamo cambiato idea. Come se i Giudici non avessero elaborato e definito il proprio convincimento sulla base delle prove e della Legge, o gli avvocati dei lavoratori non fossero stati abili nel mostrare ai Giudici stessi la verità. Ma perché “l’azienda ha deciso così” …  .

Evitando di commentare un tale eventuale atteggiamento, un messaggio distorto di questo genere a che altro serve ? Anzi servirebbe, visto che potrebbe funzionare solo con chi non conosce i meccanismi della Legge. Può essere visto come ultimo inefficace strumento per evitare un precedente giuridico, fingendone l’inesistenza, e mandando un messaggio ad altri lavoratori: “non siate certi di vincere anche voi in situazioni simili o analoghe”.

Può essere anche, in certi casi, un tentativo, ugualmente inefficace, di salvare l’immagine e la reputazione aziendale, quando ad esempio il caso è talmente grave e particolare da danneggiarle, e da provocare lo sdegno della pubblica opinione, o anche dei propri consumatori. In un’era in cui la responsabilità sociale, quella vera, è vista come sempre più determinante nel guidare le scelte dei cittadini, non è certamente positivo che si pensi che una tale azienda abbia un atteggiamento vessatorio verso propri dipendenti.

Non che un’azienda non posso cambiare idea, rinunciando in un contenzioso legale prima che siano i Giudici a decidere, per ragioni che possono essere, insieme o alternativamente, di Giustizia, senso etico, rapporto con i propri lavoratori, immagine e reputazione esterne. Anzi, sarebbe auspicabile che quando una vertenza, o una causa di lavoro, comunque un contenzioso, fosse certamente non opportuno, oltre che  ingiusto o magari senza possibilità di vittoria per le aziende, queste cambiassero atteggiamento e rinunciassero realmente. Però, appunto, in tali non si arriverebbe ad una o più sentenze. Si avrebbe una rinuncia consapevole in nome della Giustizia, senza appesantirla di contenziosi ingiusti o inutili.

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