Papa Francesco: mettersi nelle scarpe altrui, dimenticando i propri egoismi

I cristiani devono imparare a capire gli altri, le loro realtà e problemi, e non giudicarli pensando solo a sé stessi e alle proprie vite. Il Santo Padre, in vista del proprio prossimo viaggio a Milano lo ha spiegato in una intervista rilasciata martedì 28 febbraio a Scarp de’ tenis, un mensile di strada sostenuto dalla Caritas Ambrosiana e dalla Caritas Italiana. “È molto faticoso – ha affermato il Santo Padre – mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo”.

Un egoismo che si manifesta a due differenti livelli di incapacità di comprensione: “A un primo livello – ha spiegato il Pontefice – possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro”. È l’egoismo degli indifferenti, di quelli che preferiscono girarsi dall’altra parte, giustificandosi magari con le proprie difficoltà, o con il non avere tempo. Oltre a questo, “C’è un altro livello però. Mettersi nelle scarpe degli altri significa avere grande capacità di comprensione, di capire il momento e le situazioni difficili”.

Non tutti sanno, o forse vogliono realmente, essere empatici, capire ciò che le difficoltà o le sofferenze che gli altri provano. Papa Francesco ha esemplificato “nel momento del lutto si porgono le condoglianze, si partecipa alla veglia funebre o alla messa, ma sono davvero pochi coloro che si mettono nelle scarpe di quel vedovo o di quella vedova o di quell’orfano. Certo non è facile. Si prova dolore, ma poi tutto finisce lì.”

Perché le vite di tutti noi “spesso sono fatte di solitudine, allora mettersi nelle scarpe degli altri significa servizio, umiltà, magnanimità, che è anche l’espressione di un bisogno. Io ho bisogno che qualcuno si metta nelle mie scarpe. Perché tutti noi abbiamo bisogno di comprensione, di compagnia e di qualche consiglio”. Il Santo Padre ha sottolineato come questa difficoltà di empatia o di comprensione si verifiche anche in chi, per vocazione, dovrebbe meglio capire e aiutare gli altri, persino per religiosi e religiose.

“Quante volte – ha affermato – ho incontrato persone che, dopo aver cercato conforto in un cristiano, sia esso un laico, un prete, una suora, un vescovo, mi dice: «Sì, mi ha ascoltato, ma non mi ha capito». Capire significa mettersi le scarpe degli altri. E non è facile. Spesso per supplire a questa mancanza di grandezza, di ricchezza e di umanità ci si perde nelle parole. Si parla. Si parla. Si consiglia. Ma quando ci sono solo le parole o troppe parole non c’è questa “grandezza” di mettersi nelle scarpe degli altri…”

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